nome dato per breve periodo di tempo a piazza L.Settembrini.
Avvenne con delibera del podestà il 19 agosto 1935, in corrispondenza della solenne inaugurazione della nascita di quella città, dopo la bonifica della zona denominata ’Agro Pontino’.
Si cancellava la precedente dedica a Felice Cavallotti per evitare un duplicato in quanto a Genova già esiste una via a suo nome.
Con delibera del Commissario prefettizio del 23 marzo 1944, tale dedica fu di nuovo cambiata a favore di Luigi Settembrini.
Nel Pagano/40 era ancora inserita nello stradario; da p. N.Montano a via U.Rela; con civv. neri=6 studio fotogr. Pili. Rossi: 1r ag.affari “L’Italia”; 2r pasticc.Odino; 5r Albergo Diurno; 6r banco lotto; 8r ag.viaggi Fava; 10r libri, ditta Roncallo Attilio = rappresentante editoriale – distibuzione giornali e riviste, tel. 41-344, libreria d’assortimento e scolastica; 13r librer.Gaggiolo; 14r osteria; 16r polliv.; 18r parrucch.; 20r macell.; 24r tessuti.
DEDICATA Il 15 apr.1934 re Vittorio Emanuele III nei pressi di Latina (LT; vicino alla via Appia ed il monte Circeo; sulla riva nord-est del lago omonimo di ampiezza 3,9 km²), inaugurò l’abitabilità della nuova cittadina omonima, posta a 17m slm, iniziata l’anno prima, in stile allora moderno tipico del fascista: strade e piazze larghe, edifici pubblici e privati tutti assoggettati allo stile architettonico di moda allora.
Il nome è evidente volontà di ossequio e ‘di appartenenza’ alla casa Savoia.
È divenuta un attivo centro, sia agricolo che industriale (alimentare, meccanica, elettrotecnica, ebanistica, cantieristica) e di soggiorno balneare; con circa 15mila abitanti. Il territorio comprende parte del parco nazionale del Circeo.
BIBLIOGRAFIA
-Archivio Storico Comunale - Toponomastica scheda 3995
-Enciclopedia Motta
-Enciclopedia Sonzogno
-Enciclopedia Zingarelli
-Pagano ed.1933-pag.446; /40-pag.398
-Pastorino.Vigliero-Dizionario delle strade di Ge.-Tolozzi.1985-pag.1700
SACRATO piazza del Sacrato
Riguarda la chiesa della Cella, lato mare.
Per la piazzettina “di fianco alla Chiesa, verso notte di via C.Colombo”, che ancor oggi si trova sul lato a mare della chiesa della Cella e che si apre in via San Pier d’Arena, nei primi anni del 1900 fu proposto alla Giunta comunale cittadina, di porre questo nome.
Evidentemente non fu accettata, perché non compare in nessun successivo elenco.
BIBLIOGRAFIA
-Archivio Storico Comunale
SAFFI via Aurelio Saffi
nome intermedio che andò a sostituire (già compare in disegni del 1890, con la scritta “via Aurelio Saffi già s.Martino”) l’iniziale ed originale “via (ma forse strada) san Martino” (titolazione che era in vigore ancora nel 1872, non ufficiale, quindi senza targa; ma conosciuta ed adottata per ovvietà popolare, portando da più di sei secoli alla parrocchia del borgo: l’abbazia di san Martino in località Palmetta, nella zona dell’attuale via A.Caveri); a sua volta modificato (19 agosto 1935) in via E.Mazzucco prima, via L.A. Martinetti poi (19 luglio 1945), ed in via C.Rolando attuale (dal 14 marzo 1946).
Attualmente tale titolazione stradale è in zona Foce-Portoria.
Mentre la carta del Vinzoni, del 1757 non dà nome a questa strada ovviamente ben tracciata e ricca di case di personaggi di alto lignaggio; quella del Porro la assomiglia; quella del Brusco del 1781 propone – oltre una nuova strada diritta dal ponte alla Palmetta – un progetto di allargamento della strada (che non ha nome e definita genericamente “dal Mercato fino alla Palmetta”), nei limiti concessi dalle ville dei nobili, togliendo dove giudicava di “non gran bellezza”.
Quindi in quelle date, la strada era senza nome ma conosciuta perché portava alla parrocchia di san Martino.
Ancora nel secolo datato 1800, sino quasi alla sua fine, la strada si chiamava popolarmente ‘strada san Martino’ (vedi).
Le modifiche fondamentali iniziano nelle seconda metà di quel secolo: una sostanziale, al percorso, si ha dopo l’inserimento territoriale delle industrie e l’innesto parallelo della ferrovia: da semplice carrettabile fu adeguato il fondo (seppur sempre in terra battuta) e forse allargata perché potessero incrociarsi i carretti (come nelle proprietà di via DeMarini-Daste, anche qui i terreni coltivi orientati dalla strada verso il Polcevera, vennero –attorno al 1850- tranciati a metà dal serpentone ferroviario, favorendo la divisione in appezzamenti che sotto la pressione dell’immigrazione si trasformarono in convenienti lotti edificabili). Prendeva possesso di grossa porzione di terreno, l’istituto don Bosco.
Alla fine del 1800, con l’Italia finalmente unita e Roma capitale (1870); la lenta organizzazione comunale (legata al caos creato dall’esplosione dell’immigrazione con conseguente “fame di alloggi” e -a catena- lottizzazione dei terreni, selvagge costruzioni di case, apertura di nuove strade genericamente strette per sfruttare al massimo il terreno in epoca in cui il traffico era al massimo carrettabile ed inimmaginabile quello di oggi, il tutto senza un preciso piano regolatore e quindi affidato ai soldi degli imprenditori che cercarono di arricchirsi sfruttando ogni minimo terreno spazio approfittando dell’incapacità comunale di gestire gli spazi (che oggi constatiamo genericamente invivibili) provvide a far dare dei nomi alle strade; diede carattere preferenziale all’esaltazione dei personaggi e movimenti del Risorgimento a scapito delle tradizioni.
Corrispondente si diede il via alla lottizzazione della zona, creando nelle tre-quattro decadi a seguire, momentanee aree divenute caratteristiche, su tutte: la Fornace (da una industria di mattoni, aperta in concomitanza della ferrovia e relativa richiesta in abbondanza di quel materiale); un prato dove andranno ad esercitarsi i militi della Croce d’Oro e gli atleti della Sampierdarenese; ed un campo da pallone (uno dei primi, dopo ed assieme alla zona di via Campi).
Quindi, diamo la data: anno 1888 circa, quando la strada san Martino divenne via A.Saffi (non si conosce la data precisa ma dalle carte dell’epoca, è in corrispondenza di questa data che passa da un nome all’altro).
In quest’epoca, oltre alla Fornace, coesistevano:
le strade: verso monte, dopo il civ 3, il vicolo dei Disperati (via Anzani);
le ville -a levante- una villa Spinola (una al Mercato; una oggi civ. 4; una ove è la torre), la Grimaldi, Pallavicini Durazzo; a ponente due Spinola e la Lomellini;
la chiesa di san Giovanni Battista Decollato-san Gaetano (verrà distrutta nel 1943; tutto l’istituto salesiano in questo periodo fu soggetto a profonde trasformazioni che cambiarono la delimitazione dell’area che oggi corrisponde da via s.G.Bosco a via W.Ulanowski);

il cimitero nel Tempietto; l’area dell’abbazia di san Martino (praticamente già totalmente distrutta ma con l’oratorio ancora ben funzionante, distrutto nel 1943);

le ville sei-settecentesche; a ponente, tre in successione degli Spinola (due sono ancora erette oggi anche se trasformate; una abbattuta nel 1937); cinque a levante delle quali, escluso la Currò, tutte distrutte (di esse una Grimaldi sulla strada angolo via sG.Bosco. Le altre nell’interno ma con viale che si apriva su essa: la PallaviciniGrimaldi (nella carta del Vinzoni –1757 di proprietà dell’Ecc.mo GioBatta Grimaldi. Poi sarà dei Salesiani che la demoliranno nel 1965), la Pareto (che nel Vinzoni, era del sig. Carlo Peragallo. Oggi distrutta), la Pallavicino-Durazzo-Currò (che nel Vinzoni era “già dell’ Ecc.mo Generale GioLucaPallavicini, ora Mag.ci Rovereti”), la NegrottoCambiaso-Moro (via Caveri)).

Nel 1901 (ancora non erano stati adottati i civici neri e rossi) vi abitavano: civ. 1 e 5,5b,7,7a,9,10,10a,12 case Rebora (la cui figlia forse è quella che andò sposa a Pietro Cristofoli portandosi in dote queste case sulla strada più un vasto terreno a monte della strada, dall’attuale via C.Rota all’attuale via san Giovanni Bosco); civv.2,3 casa Palau ( altro grosso imprenditore, proprietario di queste case più vasti appezzamenti a monte corrispondenti ai terreni tra via CRota e via GB Monti, in basso); civv. 4,5a,6 casa Buzzo Martino; civ. 8 casa Zenoglio; 11 casa eredi Demarchi; 13a casa Figoli (era il contadino mandato via dai salesiani) già Demarchi (la villa Bianca dei Salesiani); 14,19 istituto Salesiani; 15 Municipio (scuole maschili); 16 Salesiani (asilo infantile); 19a, 20a Sasso Fratelli (presumibile uno di essi fu GB, sconosciuto titolare della strada vicino); 20, 20b, 20c,20d,20e,20f Grosso Francesco e C (erano o case o magazzini - se è lui, diverrà proprietario della seconda villaSpinola; però in tutti gli altri documenti sarebbe ‘Grasso’: vedi a 35a); civ. 20e eredi Repetto Giambattista; civv 21,14 casa Pareto Francesco; civv. 22,25,26,27,27a casa Società anonima cooperativa di Produzione; civ.28a,28c,28d, 28s,28q,28t società case Operaje (di via V.Armirotti ancora da titolare); civ.28 idem cooperativa di Consumo; civv. 28b, 28h,28i,28p Casanova Angelo; civv.28m,28n,28o,28r eredi Remorino e C ;28f, 28g, 28k casa Currò Antonio (proprietario della villa omonima); civ.28e casa eredi Parodi; civv.31,32,34,35e casa Luigi Casanova; civ.33 casa Franchini; civ.35a casa Grosso e C; civv.35b 41,42 Moro Giambattista (proprietario della villa omonima in via A.Caveri); civv. 35c,35d,36,37a casa Pittaluga e C; civ. 37 eredi Rovegno; civ. 40 L’Oratorio di san Martino Vescovo.
Le seguenti notizie tratte dai Pagano, confermano le attività commerciali; le date significano quando, secondo l’annuario, l’attività era ancora presente; ma essendo reperibili in biblioteca solo gli anni 1908; 1911; 1912; 1919; 1920; 1921; 1925;1933; 1961 si fa riferimento a questi anni.
===Il Pagano/1902 =al civ.1 (all’angolo con via s.Cristoforo; quindi l’attuale civ.4) la Libreria scolastica, deposito e rappresentanza delle principali Ditte librarie e forse Biblioteca comunale + ed anche la :

Scuola speciale per Macchinisti Navali di prima classe Prof. P.Marrulier (nel 1908, e fino al 1918, ebbe sede forse nella stessa villa Grimaldi-(vedi sotto) col nuovo nome di “collegio convitto Ernesto Foscarini” (solo maschile). Poi scuola privata per elementari e tecniche, e con speciali corsi accelerati per Nautici sia capitani che macchinisti: tutti i numerosi allievi erano in divisa (dal 1912 è ‘Internazionale’; e il Pagano ci confonde quando colloca l’istituto scrivendo “via Aurelio Saffi. viale Currò”);
---civ. 5B la fabbrica laterizi di Galante e C.; ---13 il tintore Roggeri Giovanni (anni 1911-12); ---16 libreria anni 1911-25 (D.Bosco); e tipografia s.Vincenzo de’ Paoli (¨ si chiamerà ‘scuola tipografica d.Bosco, tel 41-306); ---al 21, negozio di apparecchiature a gaz e lattaio (lavoratore della latta) Molinari Eugenio (o Aurelio; attivo dal 1911 e dal 1925 in via A.Manzoni); ---21, Anfossi Francesco droghiere e confettiere; ---al 27 la soc.an.Cooperativa di Produzione(dal 1911; nel 1925 è al civ.29): stabilimento meccanico di costruzioni navali, e fonderia in bronzo telef. n.938 (vedi sotto); ---al 28 l’Esercizio molini a vapore della soc. Cooperativa di Consumo al 1911 al 1925 con molino a vapore (sul Pagano 08 chiamata “Grande Cooperativa di consumo <soc.Alleanza Cooperativa Ligure Avanti> telefono 17-88 (nel ¨ divenuto 41055)”). --- 31B fabbrica di fiammiferi in legno di Burri Giovanni;---
Ancora in quegli anni, sino all’apertura di via A.Cantore, la strada era in diretta continuazione di via (del) Mercato (a sua volta questa andava da via della Cella alla biforcazione con via san Cristoforo; ebbe cambiato il nome alla morte del prete (1899) divenendo ‘via N.Daste’). Via A.Saffi iniziava quindi alla biforcazione di via san Cristoforo (via A.Scaniglia) ed arrivava in località san Martino dove si collegava con via Vittorio Emanuele (per poi via Umberto I ed altri cambiamenti).
=== Solo allora, la strada si popolò di altre case da abitazione e di servizi : il Pagano/1908 (e 1911, 1912, 1925) vi segnala aperte sulla strada, oltre le precedenti: =al civ. 4 l’albergo Europa, esistente nel 1908 di proprietà di Grosso Brunone;-- =al 13 il tintore Roggeri Giovanni anni 1911-12;-
===Nell 1910 la strada appare ufficialmente riconosciuta dall’amministrazione comunale, inclusa nell’elenco stampato quell’anno e delimitata ‘ da via S. Cristoforo alla via Umberto I e piazza V.Emanuele III), con civici sino al 32 e 87; quest’ultimo corretto a penna: 45.
In quegli anni a cavallo del 1910, si aprì la nuova strada che dava accesso ad uno spiazzo usato per il “gioco del pallone” (via Anzani e C.Rota-v.foto).
=== I Pagano/1911 e /1912 aggiungono (compaiono, ma incostanti, i civici con numero rosso) = al civ. 3 la soc. f.lli Tardito e C. anni 1911-25 di casse di legno e conserve alimentari (oltre quella in via Montebello, descritta ancora nel 1925);- 6r il commestibili di Marini Agostino;- 7-1 l’appaltatore di costruzioni Olivieri Pasquale;- 18 l’ottonaio Grazioli Biagio anni 1911-12;- civ. 33 la levatrice Carlevari Maria; 37-5 la levatrice Payella (Pagella) Scolastica nel 1925; 39-2 l’impresa edilizia di Parodi GB; 41-6 la levatrice Legnani Ines; 45r rivendita pane dell’Unione Consumo L.L.;- 46 commestibili di Figoli Giuseppe;- 74r commestibili di Leverato Rosa nel 1925;- 85r commestibili di DeLucchi Andrea nel 1925;- 87 levatrice Pambianchi Emilia nel 1925; 89-91r forno di Morando Pietro. Non precisato il civico: l’impresa edilizia di Puppo Nicolò nel 1925.
Il Pagano/1925, descrive quelli dell’anno; in più emergono alcuni esercizi (vedi nel 1933 quelli che proseguirono l’attività): al civ.1-6 il rappresentante Ponti Giovanni; al civ. 4 (20bis rosso), ebbe sede (ancora attiva nel 1928) una soc. di Mutuo Soccorso chiamata “dopolavoro MS d’ambo i sessi”, a carattere assistenziale generale (vedi in via CRolando la Coop.Avanti); al civ.11r (angolo con v.A.Costa (via Anzani), il mobilificio Camillo Mazzucco¤; al 15 l’Istituto collegio don Bosco tel.41306, oltre alle elementari, ginnasio, avviamento professionale a tipo industriale, aveva la scuola avviamento arti e mestieri (fabbri, meccanici, falegnami, ebanisti, sarti, calzolai, tipografi e rilegatori); la parrocchia di san Gaetano (ha perso l’antico nome di san Giovanni Battista, non ha ancora acquisito quello nuovo di don Bosco; il parroco don Raschio Virginio gestiva anche l’Oratorio di san Martino, l’Oratorio della Morte ed Orazione e la chiesuola di san Pietro in Vincoli); al 18r il pasticciere Gambarotta Giovanni; al 20-3 calzaturificio Lodola Vincenzo nel 1933; al civ. 28 la Soc.Cooperativa di consumo e produzione ancora nel 1933; al 29 si apre alla pubblicità Arnolfo Ottieri Della Ciaja & C. (”Otelma” pubblicità su buste da corrispondenza – brevetto internazionale-); e sempre al 29 la soc.an. Cooperativa di Produzione (fonderia, stabilimento meccanico e di costruzioni navali; ancora presente nel 1933); al 35 Dagnino Giovanni si interessa di ghiaccio; al 38-40 il mobilificio di Porcile Domenico attivo ancora nel 33; al civ.44r, aveva negozio di acciai Frioli Michele presente anche nel 1933, telef.42007); al 54r la farmacia san Gaetano; al 66r il confettiere Rossi Gina nata Sani csì ancora nel 1933–il locale diverrà Graglia (vedi sotto a 1933; e poi Arnoldi-; 74r Riva Luigi impianti elettrici; all’85r commestibili di DeLucchi Andrea che nel ‘33 lascerà l’attività al figlio.
Non specificato dove: l’impresa edilizia di Puppo Nicolò; e verso la fine della strada, in angolo con via Bertelli, il negozio di calzature di Vernazza Andrea ancora attivo nel 1933 e che abitava nell’attuale civ. 35 all’interno 3 e 7 sovrappsti e comunicanti con una botola e scala interna. Al’interno 3 aprì un laboratorio di analsi mediche BIOS - per il figlio laureatosi in chimica ma poi morto precocemente - la cui attività continuò fino agli anno 1960 e poco oltre.
Solo tre città avevano dedicato una strada al Saffi: Genova Centro, SPd’Arena e Sestri. Alla unificazione del 1926 si dovette procedere alla sostituzione nelle due delegazioni appunto per eliminare i doppioni. Allo scopo, l’anno dopo era già pronto l’elenco delle strade presenti nella grande Genova, ma la conclusione finale aspettò altri otto anni.
=== Nel 1933, due anni prima del cambio di titolazione, viene ricordata la presenza (oltre quelli segnati nel 1925) di: al civ. 4 la scuola professionale “principessa Jolanda” ed il “Circolo Risorgimento Musicale”(ambedue presso le scuole Carbone nella villa Spinola, ovvero divenuta villa Grasso (il Pagano/33 dice al civ. 14 -attuale scuola al civ. 40-, negli anni trenta, c’era uno stabilimento municipale di bagni d’acqua dolce con vasche e docce (in città non esistevano piscine; il prezzo variava da lire 1,50 la doccia, 2,50 la vasca, 4 il “bagno in vasca con doccia gabinetto speciale; possibili abbonamenti”); al 16 il commissariato di P.S. (commissario il cav.uff. Lucchesi Luigi); al 16-4 Pagliari Enrico M. si interessa di medicinali, olio puro d’oliva ed olive premiate ed aromatizzate. Ancora oggi -2008- un Pagliari Giorgio abita nella casa civ.16/8; handicappato da sordomutismo, vive solo ma molto autonomo; al 16 r il fotografo Italo Campora; al 28 la cooperativa è divenuta “Unione Cooperativa Ligure” esercente molini a vapore; nei civv. 30r e 90r, due sedi dell’ azienda autonoma Annonaria (subentrata alle cooperative) per la vendita di generi alimentari di prima necessità e di largo e generale consumo, a prezzi minimi; al 61-63r la trattoria di Corbelli Margherita; 74r negozio di frutta e verdura di Ricci D.; 85r commestibili DeLucchi Pietro (nel 1925 era Andrea); al 91-93r il pizzicagnolo Rapa Leonardo.
Non specif. il civ.: il droghiere Sbarbaro Romualdo dal 1925; il floricoltore Camerano Carlo; il caffè di Graglia Giovanni che nel 1925 era al 66r (vedi sopra a Rossi Gina)
Con la necessità di eliminare i nomi stradali doppi, e l’avvento ormai consolidato del fascismo, il 19 agosto 1935 il podestà di Genova decise il cambio del nome, dedicando la strada al martire fascista E.Mazzucco (vedi).
In particolare:
= dove oggi il civ.33rosso. C’era una delle due nella strada villa Grimaldi (in particolare quella che nel 1757 era di GioGiacomo. Le origini, sono descritte in via sMartino). Era divenuta negli anni 1890-1906 proprietà di P.Cristofoli quando vi abitò sposando la ricca ereditiera Enrichetta Rebora (la cui famiglia invece abitava nei pressi, e possedeva i terreni a mare di quella che oggi è via s.G.Bosco, nei quali era stata aperta a monte del palazzo, prima una brilleria di riso (1851-1892) e poi una fabbrica di conserve alimentari(1892-1904): vedi l’elenco del 1901 ed il libro di dBosco pag. 29.31). Nel 1922, in alcune sale della villa al piano nobile aveva preso sede un ‘circolo ferrovieri’ con iniziative e preferenze politiche comuniste: fu in quella sede e contro essi che in quell’anno avvenne un conflitto a fuoco in cui perse la vita un fascista piemontese di nome Mazzucco Egidio a cui fu poi intestata la via. In questi anni, dalla vedova Cristofoli i terreni furono tutti lottizzati e la villa fu venduta all’imprenditore Capello (o Copello); il quale, nel 1937 approfittando dell’accentuato degrado raggiunto dallo stabile, riuscì ad ottenere il permesso di demolizione per la costruzione dell’attuale caseggiato ad abitazioni.
=al civ. 22-28 (ex villa Lomellini Spinola; ex civ. 8; nel 1933 diverrà civ. 29), La proprietà, a metà del 1800 era della marchesa Catterina Serra. Ella vendette a Giuseppe Sciutto il solo palazzo con giardino retrostante, conservando i terreni. La nipote del Sciutto, ereditando la costruzione la vendette alla soc.an. Cooperativa di Consumo e Produzione. Essi trasformarono totalmente la villa ad loro uso, ed usarono il giardino per costruire il mulino, i forni, magazzini ecc.
Fondata nel 1864 da solo 50 soci (San Pier d’Arena faceva 14mila abitanti) -tra cui vengono ricordati Balzarin Gerolamo, Botto Pietro, Grondona GB, Caminada Antonio, Locatelli Francesco, Pecci Giuseppe, Firpo Giacomo, Toma GB, Bagnasco GB, Bagnasco Nicolò, Bagnasco Antonio, Medici Luigi, Pittaluga GB, Bolla GB, Bagnasco Gerolamo, Repetto Giacinto- guidati dal lombardo prof. Viganò –padre delle cooperative italiane- e dal genovese prof. Jacopo Virgilio- visse ‘rachitica’ finché poi fu gestita da C.Rota (vedi) il quale dedicandosi anima e corpo dal 1868 factotum per venticinque anni sino alla sua morte riuscì a farla decollare: nel 1870 aveva 200 soci e 55mila lire di capitale; nel 1871 aveva 300 soci (e 20mila lire di capitale); nel 1883 1350 soci (£.100mila di capitale e 30 di riserva); nel 1885 ha 1700 soci con 140mila di capitale e 55mila lire di fondo di riserva; nel 1992 con 33mila abitanti: 2500 soci e poco meno di 350mila di capitale e 64mila di riserva.
Nel 1877 si volle provare usando un molino moderno a cilindri e ad alta macinazione, ma occorreva un grande magazzino capace di contenere 3000 sacchi di grano ed altrettanti tra semole, farine, farinetta, crusca ecc. nonché una presa d’acqua di una certa forza.
Nel 1883 la cifra accumulata permise alla cooperativa, guidata successivamente da Valentino Armirotti e poi dagli ing. Eugenio Broccardi e Luigi Derchi,
di comperare l’edificio di 1000mq, con annesso 3000 mq di terreno per 92,5mila (pagate arate in 7 anni anziché in 15 come da contratto). Vi si collocò un molino (sistema americano con macchina a vapore di 18-20 cavalli prodotta dall’Ansaldo e cambiata dopo 10 anni con una da 70 cavalli prodotta dalla Coop. Produz.Meccanica), un pastificio ( lavorazione di 16-20 q di farina, per produrre 40 q di pane al giorno cotto in un grande forno gigante Rolando). L’acqua proveniva dal Gorzente tramite le condotte DeFerrariGalliera. Ovviamente pagava lo Stato per dogana, il Comune per dazi (anche se una legge dell’11 ago.1870 esonerava le cooperative dal pagarlo; però mal scritta e dalle molteplici interpretazioni fu fonte di interpellanze in parlamento e liti, con sentenze contraddittorie), ed altre tasse; ottenendo diploma d’onore all’Esposizione operaia italiana di Torino (1890)e doppio riconoscimento all’esposizione italo americana del 1891 (per lo statuto e bilanci e per la qualità della pasta);
= vicino, probabilmente sempre nella stessa ex villa, il 17 giu.1874 furono aperte una osteria della cooperativa stessa, il cui profitto andava a beneficio degli invalidi del lavoro assieme alla istituzione di una apposita ‘società della Colletteria’ che con le collette sovveniva ai casi più disgraziati degli infortunati: questa istituzione fu protetta anche dai datori del lavoro e dalle amministrazioni delle grandi aziende finché per legge non nacque l’INAIL),
=una società di costruzione di Case operaie. In un momento storico di precipitosa immigrazione il Comune si trovò spiazzato ed assente ad affrontare questo problema sociale; si scatenò allora in tutta la città una fiorente imprenditoria privata immobiliare arginata solo da piccole iniziative della soc.op. Universale che costituì nel 1875 la società cooperativa MenoAgiati. (l’ing. Salvatore Bruno, l’avv. Conte Lorenzo, Valentino Armirotti, Galliano Giovanni, Moreno Salvatore, Bonzi Giuseppe, Garibaldi Gaetano, Dellacasa GB, Amodeo Damiano, Bagnasco Nicolò, ed altri iscritti), che nella saletta di un albergo ‘del Conte’ (l’avvocato?), stesero lo statuto, acquistarono il terreno e trovarono l’impresario che innalzò dopo due anni e mezzo le prime case di 25 abitazioni a prezzo stracciato. I soci versavano lire 1,5 a settimana fino a racimolare il prezzo di un appartamento. Al Modena nel 1878 furono estratti i nomi tra chi aveva versato la quota. A questa ne seguirono altre nel 1882, 1887, 1890 e dopo; ma non viene citato dove: chiamandosi la società costituita ‘cooperativa per costruzione di case pei meno agiati’, ne abbiamo notizia di 2 erette in via Masnata (l’attuale via A.Cantore 31A) e quelle 3 nell’attuale via V.Armirotti. Da queste iniziative, il Comune sotto la guida di Nino Ronco, approfittando di nuove specifiche leggi nazionali, inizierà a prendere le redini della costruzione delle case popolari, da cui nascerà poi lo IACP.
=la vecchia farmacia san Gaetano (Nata nella vicina via Marabotto dopo il 1908 (oggi via DG Storace), nel 1933 appare appartenere al dr Martini G., e non essendo ancora diffuso il telefono, punto di appoggio per i medici Colaiacomo, DiFranco e Gari)
=In seguito, crearono pure la cooperativa di Produzione meccanica (vedi via Ulanowski), essa poté anche rilevare dalla ditta Baracchino un cantiere navale lungo la spiaggia divenendo ‘soc.coop. di produzione e costruzioni navali’, con fonderia in ghisa e bronzo. Fu l’unica attività commerciale -importante come fatturato- esistente nella strada poiché appare l’unica che nel 1921 venne aumentata di tassazione da parte del Comune: infatti ebbe numerosi riconoscimenti alle varie esposizioni nazionali (diploma d’onore=To 1890; medaglia d’oro del ministero della Marina (1890), al merito industriale (1892, da parte del ministero dell’Agricoltura-Industria-Commercio), all’esposizione italo-americana (1892), alla mostra operaia di Genova (1892). La fonderia fu capace di produrre merce di alta qualità, come battelli a vapore e rimorchiatori, caldaie e macchine a vapore marine e fisse (di qualsiasi dimensione e tipo), lamiere forgiate e saldate di ogni tipo per tettoie ed affusti, perforatrici (per le gallerie), tubazioni (in ferro o acciaio per condotte d’acqua, pulegge in ferro, macchinari per conciare le pelli, molini (anche per produzione di cemento), turbine (per l’industria dello zucchero);

foto a sin.= dall’archivio della Biblioteca Gallino relativa alla villa Lomellini aperta in via Saffi.
Dubito però sia essa perché ci sono troppe incongruenze: dal cancello alla villa c’è un muro lungo poco meno di una decina di metri: oggi il varco è separato dalla villa di solo un metro; la facciata sulla strada è troppo lunga ed ha troppe finestre rispetto oggi quando ce ne sono 5; ed essendoci il portone sulla strada le eventuali modifiche sarebbe già state eseguite; vale anche per le finestre piccole. Non combacia neanche l’edificio che prosegue: oggi ci sono le ex carceri. Potrebbe essere valida la villa in fondo. Anche la ciminiera crea dubbi, ce ne era una, ma prima della villa essendo dell’officina Torriani. Foto a destra = sollecito di pagamento fattura 1914

=al civ. 14 (di allora), aveva già iniziato l’attività l’ospizio san Vincenzo dé Paoli (Istituto don Bosco) allargandosi territorialmente, sulla strada aprendo poi anche l’asilo al civ.16 di allora, circa dove ora è il 61A;
=Il cimitero (era ancora presente come tale, ma chiuso ed inoperante);
=al civ. 35 vendeva il ghiaccio Dagnino Giovanni
=al civ. 40 l’Oratorio di san Martino vescovo (ancora in piena attività di casaccia).
=al civ 41 villa Moro GB (allora aperta su questa via; poi in via A.Caveri).

attualmente la pasticceria Arnoldi il negozio di calzature in fondo alla strada
DEDICATA al conte – poeta, politico e patriota - nativo di Forlì il 13.10.1819 (ove anche morì, in fraz. san Varano il 10.4.1890), che fu attivo partecipe degli eventi storici che caratterizzarono la sua epoca: laureato in legge nel 1841; fu papalista consigliere comunale nel 1844-5 quando Pio IX annunciò delle riforme costituzionali importanti; ma fondamentalmente la sua vita fu poi sempre coerentemente condizionata dall’ideale mazziniano acquisito fin dalla prima gioventù ed alimentato con la lotta nella difesa di Roma (29.3.1849:= fu triunviro assieme a C.Armellini e G.Mazzini) ed andando in esilio alla caduta della repubblica;
=dopo la restaurazione, fu esule in Svizzera e poi a Londra, da dovecurò l’organizzazione dei moti del febbraio 1853; e dove sposò l’irlandese Giorgina Craufurd (illuminata italianista).
=tornato in Italia dopo il 1860, scelse continuare una vita sempre impegnata in prima linea, non attiva militarmente ma politico-giornalistica: fu eletto deputato in Basilicata (1861-4 fece parte di una commissione d’inchiesta sul brigantaggio meridionale, favorevole alla repressione rivendicando riforme sociali ed economiche mirate a trasformare l’agricoltura locale). Di Mazzini curò l’edizione di numerosi suoi scritti editi ed inediti; gli succedette (morto nel 1872) alla guida del movimento repubblicano; diresse il giornale il Popolo d’Italia.
=fu più volte a Genova: una
prima ospite in villa Giuseppina (in salita san Francesco da Paola, proprietà di
Felice Dagnino, ove dovrebbe esistere un suo busto) e poi in corrispondenza di
una sua lettera al giornale ‘Unità d’Italia’, che è datata ‘s.Francesco
d’Abaro, 23 giu.1863’. 
Continuando a scrivere studi storici, insegnò all’università di Bologna sino alla morte nel 1890.
Un busto lo raffigura a villetta DiNegro.
BIBLIOGRAFIA
-AA.VV.-Il don Bosco nella storia urbana-DonBosco.1977-
-AA.VV.-Le ville del genovesato-Valenti.1984-pag. 101-10
-AA.VV.-Il Mutuo Soccorso-Istit.Mazziniano.1999-Pag. 345
-Archivio Storico Comunale
-Archivio Storico Comunale Toponomastica - scheda 4005
-Costa E.-Valentino Armirotti-soc.Operaia Universale.2001. pag.193
-De Jaco A.-il brigantaggio meridionale-Ed.Riuniti 1969-pag.305
-DeLandolina GC- Sampierdarena -Rinascenza .1922- pag. 64
-Enciclopedia Motta
-Enciclopedia Sonzogno
-Enciclopedia Zanichelli
-Favretto G.-Sampierdarena 1864-1914 mutualismo e...-Ames.2005-p.175
-Genova, Rivista municipale: 6/32. + 1/33.XV + 10/38.XXII
-Il Secolo XIX, del 22/7/2000 +
-Morabito&Costa-Universo della solidarietà-Priamar.1995-pag.493
-Museo s.Agostino –archivio toponomastica
-Novella P.-Strade di Ge.-Manoscritto b.Berio.1900-pag.16.19
-Pagano 1908- pag. 477; ed/1933-pag.873.1218
-Pastorino&Vigliero-Dizionario delle strade di Ge.-Tolozzi.1985-pag.1635
-Pescio A.-I nomi delle strade di Genova-Forni.1986-pag.40
-Tuvo T.-Sampierdarena come eravamo-Mondani.1983.-pag.142
SALINERO via Giulio Salinero
TARGA: San Pier d’Arena – via – Giulio Salinero – letterato . 1574-1612

QUARTIERE MEDIEVALE: San Martino
da MVinzoni, 1757. In rosso l’abbazia di san Martino;
celeste, via Vicenza; giallo, via Chiusone; verde, ipotetica via GSalinero.
N° IMMATRICOLAZIONE: 2843
da Pagano 1967-8
CODICE INFORMATICO DELLA STRADA - n°: 55660
UNITÀ URBANISTICA: 24 - CAMPASSO

CAP: 16151
PARROCCHIA: s.Giovanni Bosco
STORIA:
prima della attuale titolazione, la strada era dedicata al fiume Volturno, luogo di accesa battaglia garibaldina. La titolazione fu variata dal podestà il 19 agosto 1935 onde evitare doppioni con le strade del centro.
STRUTTURA:
doppio senso veicolare da via W.Fillak a piazza Palmetta.
CIVICI (per toponom. dicorso Torino, nel 2007) = Neri= da 1 a 3
Rossi= da 1r a 5r, e 2r
Nel Pagano/40 va “da via d.Corporazioni a p.Palmetta” ed ha solo civv. rossi: 5 fruttiv..
DEDICATA:
La famiglia Salinero (Baldassarre scrive ‘Salineri’), forse -ma probabile- nobili, ha origine con Paolo Girolamo, da Cervo nella riviera occidentale. Dotto nella letteratura latina e greca nonché collezionista di monete antiche, da Anna Sacca ebbe due figli: Ambrogio e Giulio.
Il primo, è valutato, come il fratello, ‘scrittore’; seguì le orme paterne, coltivando il greco, la numismatica, la letteratura scrivendo poemi, rime religiose e profane, inni sacri, e storia; trasferitosi a Genova vi ebbe l’onore del patriziato. Sopravvisse al fratello anche se morì giovane nel 1613 a 54 anni di podagra.
Giulio, nacque a Savona nel 1574 (altra fonte lo fa nascere a Genova. Savona allora era dominata da Genova e languiva rabbiosa, priva di indipendenza).
Visse l’infanzia nella città natale finché con i cugini Pavese andò a studiare nelle migliori scuole d’Italia tra cui Padova e Torino ove conseguì la laurea in legge, apprendendo il francese, greco, ebraico, latino.
Propenso e desideroso di votarsi alla vita ecclesiastica, seguì in Francia il cardinale Gioiosa.
Verzellino pensa che essendo il fratello impossibilitato ad avere prole, per evitare rimanere senza discendenza, evidentemente ci ripensò, in quanto lo troviamo unirsi in matrimonio con Paola Corso (o Corsi), con la quale ebbe parecchi figli (sicuramente due maschi).
Scrisse da giovane in versi sciolti la tragedia “Alceste” (un’opera drammatica definita di qualità inferiore; fu stampata in Genova nel 1593); una favola pastorale intitolata “Aspasia” (che mai pubblicò. Verzellino scrive che Aspasia e Favola Pastorale sono due opere distinte, andate perdute); e l’ “Apparitione di N.S. di Misericordia” (scritta in latino, in greco, ebraico, nonché italiano (toscano) e francese, affinché potesse essere letta universalmente; tutte lingue che aveva appreso a scuola. Gasparo Mortola ebbe a lodarlo mirabilmente con un epigramma, per la perizia dimostrata).
Con le “Annotationes Iulii Salineri ad Cornelium Tacitum” composta tra il 1602-3, conservata nella raccolta dei manoscritti della biblioteca Berio di Genova, fece un salto di qualità letteraria (che creò anche delle invidie ed accuse di arroganza per non essersi astenuto dal trattare le opere di Tacito, e soprattutto per aver espresso interpretazioni diverse da quelle già esposte da Giusto Lipsio, giudicato uomo tra i più eruditi del secolo. L’opera fu dedicata al cardinale Domenico Pinelli. Filologicamente importante anche per la storia ligure).
Produsse altresì opere religiose, ormai introvabili o perdute (sul dolore, delle lamentazioni, sulla sofferenza e consolazione; spiegò con parafrasi Salmi, Giobbe, Geremia ed i Settanta Interpreti). Come anche -in ottava rima- una “vita di s.Carlo” (dedicata al card. Federico Borromeo a cui riusvcì graditissima); ed un libercolo “De quibusdam venetorum legibus” (dedicato al Papa Paolo V contro i veneziani, a cui lo aveva portato monsignor Germonio arcivescovo di Tarantasia, cosicché ricevette in cambio alta considerazione). Confutò dogmi da lui ritenuti falsi, espressi dal re di Scozia, ma non completò l’opera dovendo dedicarsi ai suoi figli ai quali era mancato il tutore.
In casa sua ospitò e fece fiorire negli anni attorno al 1593 l’accademia di lettere degli “Accesi” che si dilettavano ad erudirsi reciprocamente con lezioni e studi, purtroppo con opere e risultati mediocri, anche se in quell’epoca fu il più importante solidalizio culturale savonese (gli uomini di maggior ingegno umanistico riuscivano ad essere attivi riunendosi nei cenacoli; questo di Savona si chiamò degli “Accesi” il cui motto era “un fascio di legna bruciante”; vi fece parte anche Gabriello Chiabrera, il quale a Genova frequentò anche l’ altra accademia letteraria, degli “Addormentati o Sopiti”, una delle molte che fiorirono in città ed in cui fu iscritto anche il Giustiniani col soprannome di “l’intirizzato”; ed altre, che assunsero i nomi di “Confusi”, “Accordati” , “Risvegliati” ).
Ebbe così fama tra gli studiosi del suo tempo; tra essi Gaspare Murtola, nei suoi distici elogiativi gli indirizzò un “quam Dux Iesseus citharam, quam gesserat Horphius, hanc Iuli, manibus cessit utraque tuis”.
Ereditò una ricca biblioteca privata (‘copiosa libraria di libri scelti e curiosi’) già posseduta dal protonotario apostolico GB Ferrero.
Studioso di Cristoforo Colombo sostenne la tesi della sua origine savonese, secondo documenti di archivio rinvenuti. Però, poi dovette accettare l’ipotesi di ‘presenza’ in Savona, essendo stata accertata solo la residenza familiare per un certo periodo: abitazione del padre Domenico e dei figli (de Quinto Januae Lanerio habitator Savonae). Comunque smascherò, opponendo inoppugnabili prove, la tesi di Fernando Colombo figlio di Cristoforo (grandissimo collezionista di libri e creatore di una biblioteca a Siviglia tra le più importanti nell’epoca; girò instancabilmente l’Europa continuamente comperando libri che poi inviava in Spagna) che aveva scritto su l’ “Historia del Almirante’ circa sicure origini nobili del padre (nella ricerca delle quali è noto il suo impegno) quando invece era di origini plebee essendo i familiari dei lanaioli e cordatori (l’argomento fu definitivamente sottolineato e glossato dal vescovo Giustiniani nei suoi Annali).
Il barnabita Spotorno, in un suo testo su CColombo, cita sinteticamente gli studi del Salineri, ma senza specificare nulla dell’autore: dapprima confutando la sua ipotesi della nascita in Albisola, e poi specificando che alla fine il Nostro riconosce l’origine genovese dell’ammiraglio, anche se ‘educato in Savona’.
Seppur malconcio in salute (sciatica ribelle), andò a Tricarico per sistemare certe cose sue; e da qui a Napoli dove non riuscì né a muoversi né ad osservare le prescrizioni mediche essendo lontano da casa; e là morì dopo cinque giorni di febbri altissime il 29 maggio 1612, a 48 anni.
Fu sepolto nella chiesa di s.Chiara di quella città.
L’amico GioBattista Alberti, compose un’ode in latino per alleggerire il dolore della moglie Paola, “donna di grandissima pazienza ed in concetto universale di non ordinaria bontà”. Essa morì il 22 febbraio 1626.
Genova, in quel secolo, era un punto di incontro internazionale: di conseguenza, una capitale culturale; non solo perché centro mondiale di scambi commerciali o banca finanziatrice avendo in possesso più denaro di ogni altra nazione; ma anche perché maggiore la fantasia ed i generi letterari stimolati dai viaggi e dalle genti. Sono di quell’epoca Amedeo Cebà (1565-1623), Gabriello Chiabrera (1552-1638), Anton Giulio Brignole Sale (1605-1662) e Piergiuseppe Giustiniani.
Un omonimo Salinero, ma Gian Giacomo, potrebbe essere un parente, viveva nel nostro borgo negli stessi anni; è citato da Tuvo per aver scritto una lettera nell’ago.1586 ai governanti di Genova per una casa posta “alla fine della crosa della Loggia”) (vedi).
Una Doria (Maria Catetta –da Battilana, pag,68), negli anni 1748 sposò in prime nozze un Salineri Agostino q.GB
BIBLIOGRAFIA
-Archivio Storico Comunale - Toponomastica, scheda 4014
-AA.VV.-Annuario-guida archidiocesi di Genova 1994.443—2002.479
-Baldassarre&Bruno-Schedario degli uomini illustri in Savona-A Campanassa 1981-pag.216
-Internet:Spotorno G.-Della origine e della patria di CColombo-Frugoni1819
-Lamponi M.- Sampierdarena- LibroPiù. 2002- pag.159
-Maira Neri M-la tipografia a Ge…-Olschki.1998-pag.19
-Pagano/40-pag.399; /1961-pag.376
-Pastorino.Vigliero-Dizionario delle strade di Genova-Tolozzi.’85-p.1638
-Poleggi E. &C-Atlante di genova-Marsilio.1995-tav.9
-Spotorno G.- Storia letteraria della Liguria-1826-vol.IV.139.141.254
-Tuvo.Compagnoli-Storia di Sampierdarena-D’Amore.1975-pag.19
-Verzellino GV-Delle memorie particolari...-Bertolotto.1891-vol.II-p.165
-Villa E.-Cristoforo Colombo-La Quercia ed.1992-pag.165
-Wagner Klaus-La Berio, rivista bibliogr.-vol.2/2000-pag.9
non citato :
-Enciclopedia Sonzogno
- Enciclopedia Motta
-Novella
-Storia della letteratura it:-il seicento-Garzanti
TARGA: S.Pier d’Arena – via – Arturo Salucci – giornalista – 1879-1936

QUARTIERE MEDIEVALE: Mercato
da MVinzoni, 1757. In celeste, via EDegola. Ipotetiche: in
giallo, via SDondero; fucsia via APacinotti.
N° IMMATRICOLAZIONE: posteriore
da Pagano 1967-8
CODICE INFORMATICO DELLA STRADA -n°: 55680
UNITÀ URBANISTICA: 26 - SAMPIERDARENA
da Google Earth 2007. in celeste, via SDondero; rosso, via
FAvio: in verde inizio e fine di via ASalucci
CAP: 16151
PARROCCHIA: s.Maria della Cella
STORIA: Nella carta del Vinzoni qui sopra inclusa, del 1757, ovviamente non è rappresentata, neanche come sentiero interproprietà; si ipotizza oltre i confini occidentali dei terreni dei Centurione o dei Sauli, proprietari di vasti possedimenti a ponente della crosa dei Buoi. E nemmeno ai primi del 1900 quando a levante dell’OEG c’erano ancora magazzini-emporio Carpaneto.
La sua nascita quindi consegue la storia della ristrutturazione avvenuta nella zona descritta in via Avio, avvenuta nei primi anni del 1930. Nel progetto, che coinvolgeva la zona di depositi mercantili, si prevedeva l’erezione dei palazzi attuali che fanno croce di via Avio-Molteni, e la liberazione di una nuova strada (da via Cavour a quella che ora è via Avio ma allora non ancora titolata) lateralizzata dai caseggiati, più a ponente, e le officine dell’OEG.
La titolazione le fu data con delibera del Consiglio comunale del 26 gennaio 1959.
STRUTTURA:
a ponente, edifici dell’ex Oeg-Enel.
È compresa a levante tra le costruzioni per abitazione erette al limite di ponente del piano regolatore della località; ed a ponente – a stacco con muro di cinta ed edifici interni che costeggiano la proprietà dell’Enel di via Avio-Pacinotti
Senso unico viario da via S.Dondero a via F.Avio.
La strada offre buona parte del lato di levante al “Mercato Rionale al minuto” della Circoscrizione, denominato “Industria” con circa 48 concessionari, ed al loro traffico di carico e scarico.
Il Secolo/03 e /04 la include nell’elenco delle ‘vie private ad interesse pubblico’ e quindi programmate a divenire municipalizzate gratuitamente, per avere in cambio manutenzione e servizi (illuminazione, asfaltatura, cassonetti spazzatura, fognature, ecc.).
CIVICI:
2007= NERI = da 1 a 3 (nessuno pari)
ROSSI = da 1r a 23r e da 2r a 8r
in contemporanea alla titolazione, i civ. 7 e 10 di via S.Dondero divennero rispettivamente l’ 1 e 3 della nuova via. I civv. 2-4-6 rossi, furono assegnati nel 1972 a nuova costruzione.
DEDICATA:
al giornalista e scrittore, nato ad Aulla (Massa; Vigliero scrive: fiorentino) nel 1879 e morto a Genova il 1 apr. 1936.
Genovese di adozione quindi, essendo qui arrivato assai giovane; si scrive che “divenne così genovese da divenire mazziniano”; e poi socialista. Politico, ma fondamentalmente un romantico (perché ciò che amava, lo faceva con passione: dall’arte a Genova, dalla politica alla critica letteraria); e con quella costante altezza morale mista al sentimento di raziocinio, appariva gravato da continui dubbi e da estrema sensibilità.
Si fermò in città dedicandosi al giornalismo, firmando nel 1902 il primo libro “La teoria dello sciopero” (1902).
Entrato nella redazione del periodico socialista ‘Era Nuova’, ne divenne redattore responsabile dal n° 148 del 24 maggio 1903 (e vi rimase sino al 1905).
Con questa veste collaborò alla nascita del quotidiano “Il Lavoro”: il 7 giu.1903, in un bar sotto i portici di piazza DeFerrari (ove poi è l’orologeria di Oscar Linke, il giovane assieme ad altri futuri collaboratori, stilarono un manifesto che annunciava l’imminente uscita del giornale. Il foglio, con evidenti proposte politiche, suscitò discussioni, polemiche e perfino duelli); ed una diecina di giorni dopo, si iscrisse all’Associazione genovese dei giornalisti. La collaborazione col giornale fu totale, da cronista a capocronaca, da storico a critico teatrale; firmandosi “Ars” nei trafiletti intimisti e nostalgici; e “Lux” in quelli brillanti e gustosi. Il Salucci ne divenne direttore collaborando con pezzi di ogni genere ma più spesso politici, con opinioni inizialmente più radicali degli stessi colleghi di redazione; finché negli anni attorno al 1910, ebbe una vera e propria conversione ideologica -stimolata anche dalla lettura di un riformista tedesco, Eduard Bernstein, distaccatosi dall’ideologia marxista-pur mantenendo sempre alto il suo stile, ricco di stimolanti polemiche, discussioni e rilievi, da suscitare costante attenzione nel lettore.
Il Lavoro, nacque come giornale socialista, espressione di un settore del movimento operaio genovese: i lavoratori portuali -specie del carbone, il gruppo più numeroso, importante e combattivo-. Ideato e progettato da Gino Murialdi, socialista militante, fu diretto per primo da Giuseppe Canepa. Per le sue ideologie, subirà le devastazioni degli squadristi fascisti (31 ott.1926), sequestri ed una severa depurazione e fascistizzazione dirigenziale con il licenziamento dei giornalisti contrari e l’assunzione di altri più servili. Solo dopo la guerra, il giornale -nato da una costola del movimento socialista ma sempre svincolato dal partito- divenne organo ufficiale del PSI (Partito socialista italiano) e tornò in edicola col nome “Il Lavoro Nuovo”. Nel 1947 fu diretto da S.Pertini, futuro presidente della Repubblica. Nel 1977 dovette dichiarare fallimento; iniziò una serie di trasformazioni che lo portò ad essere incorporato -dieci anni dopo- con un altro quotidiano “La Repubblica”, pur cercando di conservare una autonomia strutturale e letteraria.
In queste date uscirono il suo secondo e terzo libro “L’industria dello sciopero” (1910); “Il crepuscolo del socialismo” (1910). Altri titoli politici furono “Il nazionalismo giudicato” (1913); “Il tradimento di Marx“ (1915).
Sposato, ebbe un figlio.
Cessò di soffrire in ospedale l’1 aprile 1926, essendo malato di paralisi progressiva, che pur lasciandolo lucido lo divorò lentamente nei muscoli e nello spirito. Fu sepolto a Staglieno.
Il carattere del giornalista, sempre velato di malinconia, è definibile “libero spirito ed umanistico”. Riflesso ovviamente nei suoi scritti tendenzialmente protesi a favorire l’azione ed il razionalismo, il socialismo e l’antimilitarismo (della Germania e dell’Austria).
Questo gli creò negli anni del fascismo generici scontri, a volte solo letterari ma anche sconfinante in sfide al duello; simpatie ed inimicizie politiche; e -tra i lettori- polemiche e diatribe. Mussolini, nel luglio 1921 lo citò in un suo inciso come studioso di questioni sociali e vate della debolezza del socialismo (in un periodo in cui invece era forte e lanciato verso rigogliosi traguardi).
Popolare nell’ambiente artistico letterario cittadino, fu fino agli anni ‘30, eclettico animatore di salotti e del passeggio in galleria Mazzini (dove aveva sede la libreria Editrice Moderna dell’editore Giovanni Ricci).
Approfondito seguace, ammiratore e studioso di Mazzini, scrisse su lui articoli e libri, venerandolo come maestro ed ‘iniziato’: “Lettere d’amore di G.Mazzini” (1924); “Poesie giovanili di Giuseppe Mazzini” (1926); e “Amori mazziniani (su Il Lavoro è chiamato ‘Passioni mazziniane’) (1928).

Famosi sono suoi articoli intitolati “Chiaroscuri genovesi ” (1912 Sono caratteristici ritratti d’ambiente genovese dove lo scrittore era riuscito a cogliere angoli suggestivi e pittoreschi della città e della sua vita; in cui chiama Genova città-paradosso; Mazzini santo; l’hinterland industriale, un nastro ardente di speranze; il porto, la bocca d’Italia) e che, in parte, furono riuniti in volume, la “ Tavolozza genovese” (1926), in cui traspare evidente l’orgoglio e l’amore per la città adottiva.
Edizione 1912 con copertina disegnata da P.Nomellini
Ultimo, fu il libro su “Gandolin” (1929).
BIBLIOGRAFIA
-Archivio Storico Comunale - Toponomastica , scheda 4015
-AA.VV. - Ma se ghe penso...-ERGA 1972- pag. 74
-AA.VV.-annuario.guida arcivescovado-ed.1994, p.443—ed.2002, p.479
-AA.VV.-Novant’anni con “Il Lavoro”-Basile.1993-
-AA.VV.-Tra solidarietà e impresa-PrimCoopGrafGenovese.1999-pag.155
-Beccaria R.-i periodici genovesi dal 1473…-Genova.1994-pag.206
-Cavassa UV-Ombre amiche-DiStefano-pag.116-129
-Gazzettino Sampierdarenese : 5/86.5
-Il Lavoro quotidiano del 2.4.36
-Il Secolo XIX del 25.11.03 + 23.08.04
-Lamponi M.-Sampierdarena- LibroPiù.2002- pag. 119
-Pagano/1961 pag. 376
-Pastorino.Vigliero-Dizionariodelle strade di Genova-Tolozzi.1985-p.1638
-Poleggi E. &C-Atlante di Genova-Marsilio.1995-tav.33
-Salucci A. -Chiaroscuri genovesi-Libreria Ed.Moderna- MCMXII
non citato da Novella – stradario del Comune del 1938 – Pagano/33
TARGA: via – privata – Samengo

angolo via S.Carzino
sotto il voltino in angolo con via della Cella
QUARTIERE MEDIEVALE: Mercato
da MVinzoni, 1757. Ipotetico tracciato della via
-sottostante e parallela alla via
Centrale- tra in giallo
via della Cella e celeste ipotetica via LCarzino
N° IMMATRICOLAZIONE: 2844, CATEGORIA: 2
da Pagano 1967-8
CODICE INFORMATICO DELLA STRADA - n°: 55860
UNITÀ URBANISTICA: 26 - SAMPIERDARENA
da Google Earth 2007. In rosso via NDaste; celeste via della
Cella e giallo, via LCarzino.
CAP: 16149
PARROCCHIA: s.Maria della Cella
STRUTTURA: stretta strada di collegamento tra via A.Carzino e via della Cella, ove sbocca sottopassando un archivolto.
Nel nov.03 ed ago/04 si leggere essere ‘via privata, di interesse pubblico’ e quindi programmata a divenire gratuitamente municipale per avere diritto alla manutenzione e servizi (ritiro della spazzatura con cassonetti, fognature, illuminazione, asfalto, ecc.).
STORIA: era inizialmente parte del giardino della villa Gavotti di via Daste, coltivato ad orto ed esteso -sino ancora nella metà del 1800 (carta del Porro 1838)- a confinare con la proprietà posta a sud, della villa Centurione del Monastero.
Nel palazzo di fronte a villa Serra, lungo via Daste (vedi) c’era una ‘cappella Samengo’ privata, intitolata agli ‘Angeli custodi’: la volta era a cupoletta e, sull’ingresso - dal 1793 quando fu restaurata - fu posta una lapide a ricordo.
In quella data, la ferrovia, via Vittorio Emanuele (via G.Buranello) e la lottizzazione, distrussero i confini; e la costruzione delle case a cavallo fine 1800- primo 1900, crearono nuova la strada.
Nel 1927 non compare nell’elenco delle strade cittadine.
Nel 1933 era di 4.a categoria, con un civico solo. Nel 1951 fu assegnato a nuova costruzione il civ.4.
CIVICI
2007= NERI = il 2 (nessuno dispari)
ROSSI = da 1r a 13r (compreso 9Ar) e da 2r a 8r
Nel Pagano/40 va “da v.Popolo d’Italia a v. Della Cella” ed ha solo civ. rosso: 2 garage centrale.
Nel lato a monte, sono tutte officine, alcune meccaniche o carrozzieri, altri magazzini; un solo artigiano di materiale plastica: nella cui officina è una nicchia vuota che conteneva un’immagine sacra.

DEDICATA alla famiglia di industriali e/o costruttori, divenuta facoltosa da potere acquisire, presumibilmente dall’ultimo erede Centurione GB quei terreni e renderli fabbricabili (in quegli anni a metà del 1800 sappiamo che il principe Centurione, sacerdote, si era già disfatto del terreno: in un tratto di esso costruirono il teatro Modena, in altro fu lui a vendere a don Daste il caseggiato costruito (dai Samengo?) in via A.Carzino chiamata poi ‘casa della Provvidenza ’).
I Samengo provvidero a riempire gli spazi con altre case: per l’appunto la strada è privata perché compresa nella loro proprietà.
Si legge che nel 1813 Giuseppe Samengo possedeva in cima alla crosa della Cella una casa con una cappella privata.
Un Emilio Samengo viene citato su un marmo, quale benefattore della Casa della Provvidenza di don Daste di salita Belvedere.
Gli eredi Samengo, che ritroviamo abitare al piano nobile del palazzo Serra-Monticelli, ebbero una disputa legale col comune di San Pier d’Arena, descritta alla voce ‘Loggia’. Nel 1933 vengono citati quale ‘soc.an.Immobiliare Samengo’ in via Mameli, per la costruzione di servitù di passaggio su terreno di proprietà (l’archivolto attuale, al confine di levante della strada?)
Contribuirono ad erigere abitazioni anche nella zona di Sestri Ponente ed in Albaro; nonché in altre delegazioni.
Nel 1800 a Genova assai facoltosi erano dei Samengo, tra cui un Vincenzo console generale della repubblica argentina, e suo figlio Luigi che nel 1905 donò al museo di palazzo Bianco un presepio artistico di pregio.
BIBLIOGRAFIA
-Archivio Storico Comunale - Toponomastica scheda 4024
-AA.VV.-annuario guida archidiocesi- anno/94-pag.443; /2002-pag.480
-Galassi MC.-Venite adoremus.-Tormena.1993- pag.50
-Gazzettino Sampierdarenese : 9/92.3
-Genova- rivista municipale : n.2/33.209
-Il Secolo XIX : 25.11.03 + 23.08.04
-Pagano/ 1933-pag. 248; /40-pag.400; /1961-pag.377
-Pastorino Vigliero-Dizion. Delle strade di Ge.-Tolozzi 1985-pag.1641
ovviamente non citati da ES + EM + 4 +
SANITA’ piazza della Sanità
LA PIAZZA A lato mare della via Cristoforo Colombo, nell’anno 1900 fu proposto dare ufficialmente nome di “piazza della Sanità” allo slargo che esisteva tra il palazzo del Sale e le ultime case della strada verso ponente, pressoché di fronte allo sbocco della Crosa dei Buoi. Occorre rammentare che, il Palazzo del Sale che oggi vediamo, in quelle date era notevolmente più lungo dell’attuale, essendo lo spazio a ponente occupato da un edificio attaccato all’odierno, poco più alto di esso –tre piani – e lungo oltre una ottantina di metri).
Però Remedi segnala che negli anni 1798, alla nascita della Repubblica Ligure, il Commissariato della Sanità aveva gli uffici nel castello del Comune, assieme a quelli del Municipio.

Certamente tale nome nasceva dalla presenza in zona della sede della Delegazione del Porto che era ospitata o in questo edificio su detto (oggi demolito e sostituito da un palazzo per abitazioni) o in altro piccolo caseggiato (quale l’edificio 164rosso delle ex-‘docce’, ex bagni Vittoria) e che aveva la funzione di far rispettare tutti i regolamenti portuali genovesi, compreso quelli sanitari (ricordiamo altresì che il CAP nacque nel 1903 con Nino Ronco).
Nel 1910 è censita ufficialmente nelle piazze cittadine, collocata ‘da via C.Colombo al mare’, con civici 1 e 2.
Ancora nel 1927, col nome ‘piazza Sanità’ era presente nel censimento fatto dal Comune neoformato con l’unione delle delegazioni limitrofe; di 5.a categoria.
Esisteva ancora nel 1933, sempre classificata eguale.
Viene inclusa nello stradario del Pagano/40, “da via N.Barabino al mare” senza civici.
La denominazione fu annullata dal consiglio comunale nel novembre 1949; ed il tratto, incluso in via N.Barabino (poi divenuta via San Pier d’Arena).
STORIA Nella Pianta delle due Riviere di Matteo Vinzoni datata 1773 (titolata ‘Jl dominio della Serenissima Repubblica di Genova in terraferma’, nota sotto il nome di ‘Atlante della Sanità’), disegna il rettangolo de “il Castello”, e nello scritto vi pone il Commissariato di Sanità locale e descrendo poi minuziosamente come era distribuito il servizio, riguardante anche la spiaggia di Cornigliano, onde prevenire sbarchi clandestini di persone o merci provenienti da terre infette (2701 uomini, della milizia, reclutati in tutta la valle Polcevera).
Evidentemente, nel tempo – non sappiamo quando ma probabilmente non appena costruito il Palazzo del Sale - detto servizio, in fondo più di competenza delle autorià portuali che del Comune, fu trasferito nell’edificio eretto ad uffici, ad ovest del palazzo di quello che oggi vediamo rimasto e che era deposito.
DEDICATA. La difesa contro la penetrazione di malattie epidemiche (peste, colera, febbre gialla, tifo, vaiolo, difterite); ha regolamenti molto antichi.
Tutte quese malattie divennero epidemiche per due fattori basali: il commercio e le guerre; e, per la peste, un mezzo: le granaglie con i topi.
La peste si fa risalire –come prima pandemia- a dodici galee genovesi fuggite da Caffa in Crimea nell’ott.1347 sotto l’assalto dei tartari, loro primi ammalati di questo nuovo germe e quindi primi contagianti (i veri ‘untori’, che vinsero scaraventando oltre le mura i cadaveri degli infetti usando le catapulte. A loro volta però, anche i Tartari infettati dai Mongoli del cuore dell’Asia, dell’Eurasia ai bordi del deserto di Gobi –punto centrale con espansione centrifuga-, sconvolti da catastrofi naturali (terremoti, inondazioni, carestie, variazioni del clima che favorirono i ratti e le loro pulci).
I genovesi fuggiti, per primo, fecero scalo a Messina ove –quando intuirono il fenomeno- ormai era tardi. Dalla Sicilia la Peste Nera (o Grande morte o bubbonica) risalì la penisola specie negli scali marittimi e nelle città densamente popolate e si espanse in Spagna, Francia, Germania falcidiando apocalitticamente un terzo della popolazione.
Solo molto più tardi nacque l’idea dei ‘cordoni sanitari’, degli avamposti dedicati alla segnalazione ed al primo tentativo di arresto.
Così, più famosa è la guardia sanitaria descritta dal Vinzoni.
L’organizzazione attuale nasce prevalentemente nel 1895: dalla molto famosa “bandiera gialla” e quarantena, alla continua sorveglianza delle malattie verificatesi in crociera -segnalate dal Comandante o dal Medico di bordo- con controlli circa i porti di origine e successivi approdi. L’equipaggio, bagagli, merci e nave possono essere soggetti a provvedimenti di bonifica (disinfezioni, disinfestazioni, quarantena a bordo o a terra, ricovero in apposito alloggio contumaciale o in ospedale di isolamento previsto nel porto stesso).
La dedica era relativa alla effettiva presenza nella zona di una sede adibita a questi controlli; ed a significato del non indifferente traffico navale, mercantile e passeggeri, che avveniva nella zona essendo l’unica conosciuta al di fuori del porto.
BIBLIOGRAFIA
-Archivio Storico Comunale
-Archivio Storico Comunale Toponomastica - scheda 4028
-A.sconosciuto-Guida del porto di Genova-Pagano.1954-pag.368
-DeLandolina GC-Sampierdarena-Rinascenza .1922- pag.54
-Kelly J.-La peste nera- Piemme 2005-pag.108
-Novella P.-Strade di Genova-Manoscritto b.Berio.1900-pag.19
-Pagano- Annuario/33- pag. 248; /40-pag.400
-Remedi A.-il palazzo del Monastero...-ricerche personali
SAN PIER D’ARENA via San Pier d’Arena
TARGHE:
2 – 2718 – via – San Pier d’Arena + già via Nicolò Barabino
2 – 2718 – via – San Pier d’Arena
San Pier d’Arena – via - San Pier d’Arena.
S.Pier d’Arena – via - San Pier d’Arena


a mare: angolo sul civ. 2 Già via Nicolò Barabino
a mare presso il civ. 10

a monte: sull’ex palazzo della Pretura di fronte a piazzetta dei Minolli
a monte: angolo con via S.Canzio

a mare: ultima, presso il civ. 54, prosecuzione di via Antica Fiumara
QUARTIERE ANTICO: Canto – Coscia
da MVinzoni, 1757
N° IMMATRICOLAZIONE: 2718 era il numero di via N.Barabino
CATEGORIA: 2
carta del 1907
carta del 1939
da
Pagano/67
CODICE INFORMATICO DELLA STRADA: n° 48140 (alfabeticamente collocata a “Pier d’Arena (via San)”
UNITÀ URBANISTICA: 26 – SAMPIERDARENA
da Google Earth 2007.In verde,
inizio e fine della strada
CAP: 16149
PARROCCHIA: (1 e 3)=s.M.delle Grazie – (resto)=s.M.della Cella.
STRUTTURA: lungo rettilineo parallelo al mare, senso unico veicolare collegante via A.Pacinotti con piazza N.Barabino.
È lunga 900m; larga da 17 a 29m; praticamente piatta (pendenza 1%).
STORIA
Prima -α-: storia della strada con civici; prima lato mare, poi lato monte
Segue - β-: storia del borgo-città - cronologica
α = Lontanissima è l’origine di questo percorso.
Si sa che già esisteva, in epoca anteriore all’anno 1139 e sulla fascia litoranea, un percorso che era soggetto a servizio di guardia continua del litorale, per controllare qualsiasi arrivo dal mare, sia amico che nemico a seconda di guelfi o ghibellini, pirati e saraceni (la guardia era a sua volta assegnata, distribuita e controllata –da un cintraco, ovvero il segretario del console genovese: applicava quanto deciso dal Senato ovvero che gli abitanti dei sobborghi contigui alla città soggiacessero alla guardia costiera o una tassazione); lo stesso sentiero che poi permise il collegamento tra la chiesa (e monastero) del santo Sepolcro con la chiesa della Cella (quando principalmente ambedue erano rispettivamente collegati -tramite vie perpendicolari al mare- con la strada centrale detta allora ‘interna’, asse e spina dorsale del borgo nel suo tratto popolarmente conosciuto come ‘del Mercato’); e tra le sette torri distribuite lungo il litorale, oggi dette saracene (o quelle esistenti ancor oggi, del Labirinto, dei Frati e del Comune - quest’ultima poi eretta a fortilizio e poi palazzo-, della Fiumara).
Fu in conseguenza della conquista di terre in Sicilia da parte di Enrico VI negli anni 1191, che avendo bisogno di naviglio, lo ordinò ai genovesi che avevano l’incarico di gestire la flotta dell’imperatore; il Senato, non avendo spazio nella zona del Mandraccio, scelse la nostra spiaggia per aprire dei cantieri, spostando e facendo risiedere gli operai addetti. Così essi si inserirono tra i contadini e pescatori formando una nuova classe sociale, e rimasero stanziali (ricordando che a quei tempi, si lavorava dodici-quattordici ore al giorno – ed anche più -; e festa solo la domenica e poche altre -solo religiose); specializzandosi, divennero progressivamente famosi nel mondo: specie i calafatori (coloro che per impermeabilizzare lo scafo usavano stoffa catramata da inserire negli spazi del fasciame per poi imbeverla e coprirla di pece bollente), i minolli (vedi), nonché gli scaricatori (abili poi per tutte le merci, dal sale all’olio ed insostituibili sino all’avvento delle gru) ed infine capitani e marinai in senso generale.
Ed ancora nel 1514-42 i sacerdoti delle due abbazie (Monastero e Cella), si avvicendarono su questa strada, nelle mansioni delle proprie funzioni; ed inizia in quegli stessi anni l’erezione delle ville tutt’ora esistenti: quella Pallavicino detta Gardino –poco più interna, oggi via P.Chiesa; e di fine 1500 la villa Cambiaso (ex pretura) e la Pallavicino (banca), tutte che si aprono su questo percorso, e danno idea di una strada che se non era perfettamente strutturata, lo divenne con esse.
Infatti è datato 24 giugno 1586 che Giovanni Pietro Serra fu inviato a San Pier d’Arena a ricevere ed ossequiare il viceré di Sicilia; qui doveva arrivare con una galera proveniente da Savona, e scortato da 5 galere del principe Doria; per poi essere portato in città.
È nel 1597 che il pittore Cristofaro Grassi dipinse una “veduta di Genova”, rifatta per conto dei Padri del Comune (pare ricopiando un dipinto creduto del 1410): in esso mostra una veduta panoramica anche del nostro borgo, ed esso già allora aveva ben strutturata la facciata a mare tutta ininterrottamente cintata da abitazioni, poste solo sul lato a monte della strada ed a significato di una strada esistente e ben strutturata.
Hogemberg 1572 Perolli 1586 Grassi 1597
Così è capibile il decreto del 16 set.1639, emesso dal Magistrato dei Padri del Comune che ordina agli abitanti sulla strada “di espurgare e sbarazzare il <fossato>, acciò le acque possano decentemente decorrere senza danno o devastazione della detta pubblica strada, ora rotta e guasta”: i proprietari dei terreni prospicienti, con quote proporzionale, venivano obbligati a contribuire (i fossati erano e resteranno fino al 1850 numerosissimi ma tra essi un po’ più grossi appaiono: quello proveniente dal Fossato ove era l’omonima abbazia, ed altri tutti provenienti da Promontorio: Crocetta di NS della Vista (che passava tra la villa Spinola e la via Larga, via Cassini circa), uno che passava ove è vico stretto s.Antonio ed un altro dove è via Giovanetti). Questi torrenti erano ricchezza per gli orti diffusi lungo tutta la piana, sia sopra che sotto la strada interna.
Puncuh scrive che nel 1678 (Levati scrive luglio 1679); lo storico Pietro Gazzotti autore di una ‘historia delle Guerre di Europa dal 1643 al 1680’, fu premiato con 100 scudi d’oro dalla Repubblica, perché aveva “...similmente discorso sinceramente delle pratiche occorse col Padre Inquisitore...” , tra cui per aver narrato l’episodio intitolato “del saluto preteso dalle Galere di Francia, e cannonate à S.Pier d’arena, et à S.Remo”), il duca di Vivonne quale comandante la squadra francese, per futili motivi di saluti bombardò dapprima Sanremo e poi San Pier d’Arena: appare ovvio che la palizzata a mare eretta sulla via, fu quella che subì maggiori danni.
Ma lo stillicidio di pretese francesi mirate a ‘punire’ Genova alleata con la Spagna culminò nel mag.1684 con una dichiarazione di guerra il 15 maggio; dispiegamento della flotta francese dal 17 al 29 maggio –comandata da Seignelay assistito dall’ammiraglio Duquesne- ed il fitto bombardamento della città nonché dei borghi limitrofi (Genova mirava a rimanere neutrale nella grande lotta tra Spagna alleata e Francia: dal mare 13.300 bombe 8000 arrivarono a terra; 2-3000 le case distrutte o semidistrutte, poco i prestigiosissimi palazzi; ed uccisero centinaia di cittadini); anche il nostro borgo subì parte della dura lezione del re Sole Luigi XIV, con particolari danni proprio per le case aperte sul mare.
L’attacco avvenne dopo applicata una nuova tecnica di guerra; lo spionaggio. Attenti rilievi cartografici della zona, del porto e del genovesato (eseguiti per ultimo due anni prima da Benjamin deCombes, ed atti a stilare un vero e proprio piano tattico: gittata dei vari tipi di cannoni a disposizione sulle 10 galeotte bombardiere e su altrettanti vascelli –l’ammiraglia era l’Ardent comandata da DuQuesne con 614 uomini- davanti a Genova; 2 vascelli a levante; 2 vascelli e 12 flauti/brulotti a ponente; 27 galere chiudevano lo schieramento al largo). DeCombes, oltre ai disegni, aveva scritto una relazione mirata ai palazzi nobiliari più caratteristici: e per “Saint Pierre d’Arene” scrisse «è colma delle case più belle e, sebbene appaiano molto vicine le une alle altre, sono assai distanti avendo ciascuna giardini molto grandi; vi sono pochissimi abitanti e le case non sono circondate da alcuna recinzione; l’estremità del sobborgo è fuori portata del cannone, vascelli e galere possono ancorarsi davanti, molto vicino e possono esere battute soltanto da dieci pezzi di cannone, due al faro e otto alla nuova batteria».
Di fianco ad uno sbarco civetta in Albaro di 700 uomini, l’attacco principale era programmato sulla nostra spiaggia: 2800 uomini divisi in tre scaglioni caricati su sei tartane, protetti da 4 cannoni, seguiti da altre tre tartane con tutti i materiali necessari: picconi e badili (per iniziare trinceramenti secondo schemi dettati dagli ingegneri imbarcati: DeCombes e Razault a levante per il gruppo comandato dal cav. DeTourville; Niquet e Plantier al centro comandato dal duca di Mortemart; e St Lçuis ad occidente fino al Polcevera per le truppe del cav DeLhery), asce (per sfondare le porte), torce (per bruciare le case), barili di polvere (per far saltare il forte). Lo scopo punitivo di San Pierd’Arena era previsto essere distruttivo, quale spregio del sito dove si sapeva esistere lo sfarzo dei genovesi (già dal tempo del Petrarca, i francesi sapevano che qui essi avevano le case di vacanza): e nella mentalità del re, punire la loro arroganza nel loro benessere.
È del 1708 la carta di J. Volckammer, che disegna il borgo come visto dal mare ed evidenzia tutta la palizzata di case, segnalando da ponente come importanti solo la villa Filippo Cattaneo di via Bombrini, la villa Pallavicino attualmente di una banca , e la villa Pallavicini oggi Gardino; avanzato sul mare si vede già con l’aspetto di un palazzo, l’ex bastione-fortilizio costruito nel medioevo per difesa del lido.


Volkammer Vinzoni
Nel 1757 la carta di Matteo Vinzoni conferma le quattro ville
Nel 1758, dopo un sopralluogo delle autorità, constatando l’impraticabilità e l’erosione marina, la strada fu cintata al lato mare con un muretto, e lastricata.

il muretto, distrutto dal mare numerose volte (vedi 1815 e 1839)
Nel 1774 l’Atlante Ligustico mostra il “castello”, isolato sul litorale.
La mattina del 4 lugl.1805, Napoleone Bonaparte venuto a Genova, passò in rivista sulla nostra spiaggia 4mila soldati francesi schierati, entusiasti e fiduciosi del loro imperatore e re d’Italia: per due ore ininterrotte -sotto il comando del gen. Milhaud- fece compiere ai suoi soldati evoluzioni ed esercitazioni.
Sotto il dominio francese, apparentemente immutata nel tempo le case riempivano serrate la ‘rive droite’ della strada, mentre la ‘rive gauche’ era aperta pressoché ancora tutta alla spiaggia ed al mare.
Il 25 feb.1815 l’ impresario Cremonese Ippolito addetto al ripristino della strada, relazionò la regia delegazione degli Interni, sul muro di sostegno da ripararsi, causa le ondate dei giorni di libeccio; e poiché nuove tempeste distrussero altre parti del vecchio e anche del nuovo muro, gli fu ordinata una perizia delle spese.
L’incarico venne affidato il 26 marzo 1817 a Domenico Maffei, con scarsi risultati se nel 1826 l’impresa Picasso Antonio è nuovamente all’opera che però non sarà completata per mancanza di fondi avendo previsto una spesa di sole 9.581 lire.
Nel manoscritto stilato dal Parroco della Cella negli anni 1820-50 quando questa chiesa ancora era l’unica parrocchia di tutto il borgo, nel suo itinerario del ‘giro di benedizione pasquale delle case’ durante il quale prendendo nota dello ‘stato delle anime’ ne è derivato un vero e proprio censimento suddiviso per località, destano curiosità ambienti definiti ‘mandraccio’ , ‘scalandrone’ (a conferma, nella ‘zona dello scalandrone’ viene segnalata nel 1813 e perché munita di cappella religiosa privata la villa di Rossi Luigi; non sappiamo dedurre quale villa, ricordando che il Remondini –1882- che “alla marina” pone con cappella “i poderi di GB Rossi”), ‘dalle navi’; ovviamente tutti nomi popolari di località della marina mai ripresi da alcuno ed oggi scomparsi.
In questi anni, ancora senza nome o genericamente ‘della Marina’ o – come scriverà il Porro, ‘Tratto dell’antica base’; essa si presta ad una situazione burocraticamente equivoca: da un lato non viene inclusa nell’elenco delle strade comunali del 1819 (ricopiato da Tuvo –vedi a quella data nella storia del borgo-; evidentemente è un errore; ma stranamente ripetuto nell’elenco del 1825 ove neanche compare in quelle viciniori); dall’altro lato Tuvo stesso lascia intendere di altre ordinanze (reclami contro i paracarri posti sulla strada Reale alla marina che causano di notte ribaltamenti di vetture, inciampi e cadute di pedoni ‘fracassandosi le gambe’) e di un frequente passaggio di carrozze d’alti personaggi (che transitano per questa strada, in conseguenza dei quali frequenti sono le ordinanze di tenerla bagnata. Se ne citano solo alcune relative al 1825: i reali che transitano dopo la parata militare in piazza d’Armi al Campasso; e -del 31.maggio dello stesso anno- quando al Comune arrivò l’impegno inderogabile “domani, siete prevenuti verso mezzogiorno, Sua Maestà l’Imperatore d’Austria farà il suo ingresso a Genova. Date gli ordini opportuni affinché la regia Strada di San Pier d’Arena sia sgombra di carri, vetture o altro per non arrecare contrattempi al suo passaggio” (insomma, non lavorare sulla spiaggia, per mezza giornata). Il giorno dopo, re Carlo Felice con il corteggio andò ad incontrare a Rivarolo sua maestà il re delle Due Sicilie ed, insieme, tornarono in città. Altrettanto, quando i reali che andavano alle balneazioni a Genova. Solo questi messaggi dell’Intendente Generale –oggi prefetto- lasciano capire quante persone importanti attraversavano il borgo usando la strada anche l’anno dopo, 1826: era la volta di sua maestà la regina Maria Teresa con la reale faniglia; del re di Napoli con l’augusta sua Consorte e sua altezza reale il principe di Salerno; di Sua Maestà che andava a visita a Pegli (abitando in via Balbi, la famiglia reale andava spesso in riviera a visita in riviera; era responsabilità dell’Intendente la viabilità –libero percorso, polvere, ecc-, e del direttore di polizia la sicurezza delle carrozze); dell’Intendente che scrive al sindaco dopo aver transitato per la strada «ho dovuto rilevare l’assoluta insufficienza di giornalieri impiegati nelle opere necessarie per preparare un comodo e sicuro passaggio delle Loro Maestà. Con questa occasione debbo manifestarle la mia sorpresa per aver riconosciuto la Regia Strada ingombra talmente di piccoli schifi e di gondole, in qualche punto anche da ambo le parti, da rendere assai angusto il passaggio. Prego la S.V. voler immediatamente provvedere in merito.»), facendo comprendere che era divienuta usatissima per tutti i ‘passaggi’ di zona
da Porro 1835. Degli immobili a lato
mare, il primo con scritta - da ponente - è il ‘regio magistr. del sale’, poi
la torre chiamata ‘Casa Comunale’ ma che ‘casa’ non è; ed un terzo edificio
‘Teatro’.
Nel 1835-8 in una carta disegnata dal Porro (vedi sopra), già appare qualche casa anche sul lato del mare e la spiaggia (non la strada) viene chiamata “tratto dell’antica base” mentre quando arriva a ponente (prima di iniziare l’attuale via APacinotti) già assume il nome di “strada reale da Genova a Torino”.
Il nome viene confermato in altre carte della stessa epoca; ovvero viene chiamata genericamente “tratto dell’antica base” che iniziava a san Benigno (già traforato dalla galleria del Faro) e praticamente se pur finiva -come oggi- alla Fiumara, però il traffico stradale più intenso si dirottava verso il centro del paese lungo la crosa dei Buoi.
La sera del 12 novembre 1839, una furiosa mareggiata con vento che spingeva le alte onde contro la muraglia, alle ore 21 ridistrusse il muro di sostegno a mare della discesa dalla Lanterna: 119 metri di strada furono ingoiati dal mare (Tuvo riporta: 109m in lunghezza, il muro di altezza media di 9,15m) prospettando impari la lotta contro la natura: fu data colpa a ‘non profonde fondamenta’ e -indirettamente ai ‘dissennati’ Minolli- affermando che la spiaggia scemata lasciava scoperte le fondamenta stesse, soggette all’attrito dei ciottoli mossi dal mare. Fu giocoforza studiare un sistema più efficace del muro: l’ing. Barbavara studiò il progetto proponendo di internare la strada dalla Coscia fino alla via Larga dove esisteva il ‘gioco del pallone’ espropriando il terreno necessario ai possessori (verso levante: Morando Ignazio, Favaro Bartolomeo, il marchese Pallavicino, marchese GiòCarlo DeNegri, i fratelli Balleydier). L’impresa GB Vassallo lo avrebbe eseguito se tutto invece restò fermo come prima. Ovvio che il C.Comunale si oppose all’idea ritenendo conveniente conservare e rifare il tragitto antico.
Il 3 agosto 1840, mentre la carrozza di s.altezza imperiale e reale l’Arciduca d’Austria transitava davanti dalla casa comunale, una sassata fu scagliata contro la vettura. La scorta non fece a tempo di accorgersene che già c’era stato un fuggi-fuggi che impedì cogliere il colpevole. Anche le indagini successive ebbero esito negativo. Il fatto fu giudicato ‘gravissimo’ sotto il profilo politico. Alla logica di quello che succederà tra pochi anni, ha significato premonitore.
Nei primi anni dopo metà secolo (dal 1854, 16 marzo, era in atto una concessione dello Stato) si misero in posa i binari per treni merci a trazione animale, chiamata Ferrovia a cavalli, posti sul lato a mare della strada, con deviazioni per far entrare i vagoni nei vari doks frastagliati a monte della strada .foto Tuvo&Campagnol pag.115; in una carta, la linea è a semplice binario; vengono sottolineate le diramazioni per la ditta G.Ansaldo, ditta GB Carpaneto (sia al Canto che alla Coscia), ditta Preve e Macciò (nel cosiddetto palazzo del Riso), ditta Garibaldi Nicolò e Coppello, ditta Scerno Gismondo; ed una serie di ‘fermate’ a Fiumara, al ‘Salaccio’, al teatro Ristori, al deposito della Coscia.
Nel 1856 fu tracciata una relazione del traffico eseguito (vedi a questa data ↓ evidenziata in verde nella ‘Storia’ della città).

Nel 1858, il 4 luglio, dopo approvazione del Senato e della Camera dei Deputati, di un progetto di convenzione tra il Ministero dei LL.Pubblici (il comm.cav. Bartolomeo Bona) ed il Comune di San Pier d’Arena, e della spesa prevista di 1.629.778,50 (iscritta nei bilanci passivi del Ministero delle Finanze e ripartita in 24 anni), lo Stato acquistò dal Comune
di SPdArena (rappresentato dal sindaco avv.cav. Gerolamo Bonanni; dai consiglieri avv..cav. Gioanni Tubino e cav. Giovanni Copello) detta ferrovia assieme alla galleria aperta nel colle di san Benigno e dello scalo a mare – che divennero così statali; salvaguardando –all’art.4 “gli esercenti opifizi o stabilimenti industriali o commerciali di San Pier d’Arena che desiderassero di praticare una diramazione della ferrovia ai medesimi opifizi o stabilimenti: dovranno ottenere l’autorizzazione del Governo e pagare le relative spese di primo stabilimento e di esercizio”.
Nel regio decreto del 22 mag.1857, si stabilì che tutta la via si chiamasse “strada della Marina”, e che fosse divisa in quattro tratti: 1) dalla Coscia alla Crosa Larga; 2) da lì al Canto, dove si apre un bivio; 3a) verso la Crociera ed il ponte (significa che un itinerario non proprio sovrapponibile ma similare all’attuale via Pacinotti iniziava ad acquisire importanza); 3b) verso la Fiumara.
Nel 1869 il comune di S.Pierdarena giuridicamente era sotto il mandamento di Rivarolo (assieme a Bolzaneto e sant’Olcese), ed era uno dei 60 che si trovano nel circondario di Genova. Aveva 14.008 abitanti; non aveva l’ospedale (mentre già esisteva a Rivarolo). Nel territorio erano 3 farmacie; uno stabilimento per la fabbricazione del cemento (impiegando 19 operai, una macchina a vapore movimentava tre macine e due fornaci produceva 30mila q. di cemento); fabbriche di cotone (una, dei Rolla, produceva maglie ma era anche tintoria; con macchine circolari perfezionate che impiegando venti operai produceva per 75mila lire. Il più del personale –32 operai- erano donne; ed un 15% fanciulli. Il direttore percepiva £.4 di stpendio). Vedi anche a pag. 85-6-7 e 91.
Si citano esistere in SPdA, negli anni a posteriori ed in ordine alfabetico: Cotonificio Ligure (E5); David Luigi (MA71); Grosso Benedetto (E51); Hadner G.B. (nel 1810 già in attività con 19 operai per la tessitura e 115 in media per la stampa dei tessuti; sei anni dopo produce per £.200mila; nel 1833, 30 operai; nel 1846, 59 operai; nel 1860 e 1874, 60 operai); Morosini (già florente nel 1810 ha un andamento similare alla precedente; nel 1812 rinuncia alla sezione tintoria (colorava con il ‘rosso d’Adrianopoli’); occupazione in media di 30 operai; ma calo già dal 1846 e scomparsa dal 1874); Rolla (E48 G113 SA88-91); Specker William (C215 G6); le tintorie di Speick (MA71); Testori (MA71) producevano per 250mila lire; la fabbrica di corde Carena che impiegava 27 operai e produceva 2mila q. di corde; 24 fabbriche di sapone con 34 caldaie e 65 operai con produzione di 11.322q di merce ‘fabbricata secondo l’uso italiano ed inglese per un valore di poco inferiore al milione; una fabbrica di olio di sementi lino e sesami che con 40 operai e pressori idraulici, produceva 7300 hl di olio e 10700 pannelle per un valore di 100mila lire; una manifatturiera di amido; sette fabbriche di pasta che producevano 9300q di prodotto dal macinato, specie i vermicelli; una cartiera di discreta importanza per la carta ordinaria e da protocollo (lo studioso Rovereto segnala che Sampierdarena fu per alcuni anni la prima sede di Grazioso Damiani, primo ‘strassè’ genovese venuto da Fabriano nel 1424 ottenendo dal senato della Repubblica il privilegio di poter raccogliere nell’ambito cittadino le ‘strazze’ o dal latino ‘stracias’ necessarie per l’industria della carta; nel 1431 si trasferì a Voltri avendo trovato edifici più adatti ‘quodam aquaricium edifici pro faciendo papiro’ ovvero vicino a canali nei quali porre delle chiuse e serrami adatti a far lavorare per molti mesi i macchinari idraulici); una fabbrica di canditi Croce che esportava anche 500 kg. di prodotto per il valore di 80milalire; una importante fabbrica di birra e acque gazzose dei fratelli Bauer che approvvigionava gran parte del mercato genovese producendo 9000 litri di birra e 15mila bottiglie di gazzosa; una conceria Brignardello che consumava annualmente 19 q. di corami e 5 di corteccia d’albero per dare un prodotto di 91 q. di mercanzia; la fabbrica di vetture Fava, non unico in Provincia ma “nessuno che può gareggiare con lui su quest’articolo, del quale produce annualmente per lire 40,00. L’eleganza e la robustezza contraddistinguono i lavori del Fava, che recentemente aperse in Genova un deposito dei suoi prodotti”. Forse è lo stesso che -socio con un Roccatagliata-, lavorava metalli nel 1933 in via A.Volta. Diverse le fabbriche di argento piombifero (la maggiore chiusa proprio nel 1870 per scioglimento della società, aveva 30 operai e produceva per 1,7milioni annuali; le altre si dedicavano alla produzione di tubi per la distribuzione delle acque potabili nella case); una di biacca (che con i 2600q era la più alta esportatrice -90%- del prodotto); due della lavorazione del carbone (ambedue i vasti stabilimenti collaboravano a dare il nome di Manchester alla città; una usina era di proprietà Rossi: 30 operai (a mille lire all’anno) sussidiati da macchine a vapore e da forni ad alta capacità fabbricavano per la ferrovia non meno di 220mila q. di carbone concentrato in formelle di litantrace, per un fatturato di 80mila lire. La seconda usina, di proprietà del Governo e collocata sul greto del torrente, con 50 operai produceva 130.504 q. di coke per le locomotive oltre a 3000 q.di olio di creosoto e 4632 q di pece minerale, il tutto per un valore di 768.143 lire). Dei due gasometri genovesi per l’illuminazione stradale succeduti all’antica e modesta illuminazione ad olio, uno era in San Pierd’Arena (con 36 operai produceva poco meno di 1milione di mc di gas). Tre erano gli stabilimenti chimici: uno dei Dufour (vedi) per il solfato di chinino; un secondo dei fratelli Piccardo per il salnitro (unico in Provincia, con 22 operai; traendo le materie prime (nitrato di soda e potassa) al 50% dall’estero, produceva 300q. di solfato di potassa, 1700q. di nitro raffinato, 800q. di carbonato di soda, 300q. di cristalli di soda); un terzo di Francesco Bardin per la lavorazione degli acidi minerali (1100q. di solforico e 250q. di azotico) ricavati dal nitrato di soda e dallo zolfo, per un valore complessivo di 40mila lire. Nel 1867 bel 11 erano i cantieri navali, che produssero 86 t. di naviglio (ne risultano in attività a partire dal 1786, come altresì su qualsiasi altra spiaggia ligure; fondamentale era la vicinanza di alberi atti alla costruzione navale); l’anno dopo i cantieri scesero a 7 ma con produzione di 1366 t. (prima di allora le grosse navi provenivano dall’estero, specie dall’Inghilterra; ed erano gli anni del neanche lento trasferire le vele col motore a vapore (nel 1868 erano inscritte al compartimento di Genova 1983 navi di cui solo 70 vapori); il Governo Nazionale migliorando gli approdi, gettò un avancorpo (in termine tecnico un ‘penello’), non meglio precisato, sulla nostra spiaggia).
Ma la maggiore ricchezza proveniva dalla lavorazione del ferro: l’Ansaldo, f.lli Balleydier, Tomaso Robertson, A.Magone: offrivano tutti gli oggetti necessari a metà prezzo rispetto il prodotto importato, dando lavoro a 1289 operai e smerciando 1milione di lire di prodotto.
Sempre in quell’anno, in San Pier d’Arena esisteva una sola Opera Pia: la Congregazione di Carità nata nel 1816 (divenuta ente Morale nel 1827) istituita per dare –anche con il contributo del Comune- soccorso in denaro ai poveri (rispetto a 2 di Cornigliano, Sestri, Prà e Voltri; le 37 di Genova e uguale alle altre viciniori Rivarolo, Pra).
Risale al 10 settembre 1870 un “piano dimostrativo con Progetto di massima per la costruzione del Porto, redatto dall’ing.sig. Pietro Giaccone, consegnato al “Corpo Reale del Genio Civile rappresentato dall’ing. capo sezione P.Giaccone”.
Si forma un elenco di aree chieste dal Municipio, frapposte ad abitazioni private (poste sul lato mare della strada e così elencate da est ad ovest:

1=casa Morando Macciò; 2=casa Scaniglia Cabella; 3=casa Oneto; 4=casa Bavastro; 5=casa DeLucchi; 6=teatro Ristori; 7=casa Dufour; 8=casa Scaniglia; 9=castotto del Dazio municipale; 10=palazzo Comunale; 11=Magazzino del sale; 12=casa Galleano Tubino Testa; 13=ufficio di Sanità marittima; 14=casa fratelli Canale; 15=casa Bertucci; 16=casa Ferrando; 17 e 18=casa Morasso).
Pubblicato nel 1882 da Angelo Remondini un elenco di abitazioni munite di cappella religiosa privata (quindi case patrizie di pregio; in corsivo, non so dove era): PALAZZO Cataldi (già Bracelli, in Crocetta); Frixone (alla sommità di cso Martinetti); Baroschi in Promontorio; Airenta in sBdF; Masnata (via ACantore 19); PallaviciniDurazzo (via Currò); Semplicità (Sauli-Lercari,via Daste); Bellezza (Imperiale-Scassi, largo Gozzano; più altre due degli Imperiale); Samengo (via Daste); Pavesi (poi Mariotti=Franzoniane?). VILLA del Principe Salerni; del principe Silvestro Cattanei; marchese Crosa, di Cima della Crosetta=sal.Belvedere?; Pallavicino Sebastiano sulla costa di Belvedere; Lomellino Marco; Doria Agostino; Spinola Grimaldi, Pasquale+Ranieri, e Filippo PODERE di GBRossi alla marina.
Nel 1883, una società di MS chiamata “Cuore e arte” autodefinita “democratica”, per racimolare soldi da inviare ai terremotati di Casamicciola (Napoli) inventò un arco floreale -chiamato arco della carità- che sorvolava la strada, e alcuni addetti si fecero pagare 10 centesimi di pedaggio a chi transitava sotto; ovvie le vivaci proteste dei cittadini.

Nel 1900 : Solo il tratto numero 2) , lungo 912 m e largo dai 15 ai 18 m, all’inizio del secolo, ufficialmente diverrà via Cristoforo Colombo, con identico percorso di oggi: da piazza G.Bovio (N.Barabino), a via Garibaldi (Pacinotti); e le verrà posta la targa di marmo (vedi a Colombo).
Alla costituzione del CAP –1903-, si provvide a lato mare della strada, segnalare con una pavimentazione a lastroni posti longitudinalmente -e con in alcuni scalpellato il nome per esteso-, a ricordo che al di là di essi, si era in terreno di proprietà del Consorzio.

Nel 1910 aveva civici sino al 46 ed al 117 (attualmente i civv. arrivano sino al 58 e 115). In quell’anno, corrispondente all’apertura della galleria del Faro (Romairone) la carreggiata fu opportunamente allargata prima che dalla strada a mare nascessero costruzioni aggettanti e quindi limitanti.
Tutto venne distrutto nel 1927-33 per la costruzione del bacino portuale chiamato col nome del duce, Benito Mussolini.

bacino Mussolini - il tetto a punta, è visibile in ambedue le foto del 1933
Aeroclub Luigi Olivari e canottieri della Sampierdarenese.
Il 19 agosto 1935, dal podestà firmò la delibera per la quale le verrà cambiato il nome, scegliendo la titolazione al concittadino, e divenendo via Nicolò Barabino.
Il 19 gennaio 1954 ricambiò di nuovo nome, assumendo dopo delibera del Consiglio comunale, quello attuale di via San Pier d’Arena.
Ancora negli anni 1960 era percorsa da treni, non più trainati da sbuffanti locomotive o da motrice a motore, ma da speciali trattori; con manovre evidenziate dagli addetti muniti di bandierine e fischietti
Oggi, negli anni del 2000, la strada è un po’ ‘fredda’, incolore e troppo poco passeggiata, un po’ spersonalizzata nella sua larghezza senza alcuno spazio verde; molto occupata da posteggi di veicoli e percorsa da intenso traffico anche pesante che come un fiume la taglia nel centro separando nettamente i due marciapiedi; fatta di abitazioni bellissime dentro (‘alla genovese’, con ampio ingresso che dà adito alle varie stanze disposte a corona) ma obsolete e grigie esteriormente. Le piccole attività artigianali, i vecchi scagni, oggi sono sede di numerose autofficine; di poche trattorie una volta frequentate dai portuali (dove quindi si mangiava bene e semplice), di numerose pensioni ad una stella, di bar e night dalle frequentazioni non certo degli abitanti. Infatti, negli anni 2000 è troppo spesso nella cronaca cittadina per prostituzione, chiasso (Zapata), delinquenza e perfino delitti. Un po’ malavitosa, un po’ ‘ribelle’, un po’ misteriosa: percorrerla di notte dà un vago senso di insicurezza.
CIVICI
a) - PALAZZI A LATO MARE
La strada inizia al confine della piazza N.Barabino, con il suo primo tratto che la congiunge col rettifilo che si sviluppa verso ponente; in questo tratto iniziale è il civico 1; di fronte al quale è localizzata la prima targa.
==via PIETRO CHIESA
===civ. 4Br corrisponde al bar-night club “San Francisco”; forse il più conosciuto per la felice posizione nel transito ma quindi un po’ abusato quale simbolo di tutti i ritrovi e relativa qualità di ambiente e di vissuto notturno che portano - in conclusione - a squalificare la strada e l’intera città.
===civ. 2:

Palazzina posta davanti a via Prasio, tipo chalet, comunemente chiamata Bertorello (nome un po’ vago, con tante possibilità di appartenenza: anche il proprietariuo dei bagni Colombo si chiamava così; e sulla spiaggia c’erano ben tre ‘bagni Bertorello’ forse di un padre e di Maddalena e di Salvatore). Decorata liberty; ha l’estremo nord dell’edificio rialzato sopra il tetto, a sua volta coperto da quattro tetti orientati verso i punti cardinali e due sottotetti negli angoli.
Costruita in epoca precedente al 1917, da un architetto non conosciuto, fu da subito o poi (dal Bertorello di cui sopra) destinata all’uso della Lega Navale: sottolineano questo fine, alcune decorazioni esterne (ancore e gomene sulle balaustre dei balconi al piano nobile) ed interne (stesso motivo decorativo alla ringhiera della scala e rappresentazioni di piroscafi e cantieri navali nella volta della tromba delle scale, nonché maniglie in tono, alle porte che si affacciano sulle scale).
La Lega Navale il 13 lug.1913 celebrò solennemente i sampierdarenesi reduci della guerra libica: invitati al teatro Modena, furono consegnate medaglie speciali ai 207 partiti per la campagna in Libia, (dei quali, 5 ufficiali; 19 della CRI, uno unico alpino ed uno bersagliere; i più fanteria, genio, marinai, cannonieri, artiglieri, ecc.; tre ebbero ricompense al VM (due medaglie di bronzo per atti di coraggio ed un encomio solenne) e quattro morirono (uno in bataglia, due per malattia gastrointestinale, uno precipitato in mare). C’eano GB Botteri, Nino Ronco, Eugenio Broccardim, Natale Romairone, Silvestro Nasturzio, GB Sasso, GB Carpaneto, Gandolfo Peone, De Andreis Menotti, De Franchi Lino, Elia Currò, Gilberto Pestalozza, Giuseppe Cipollina, Ancorato al largo della spiaggia, l’incrociatore ‘Liguria’. Poi, alla fine, tanti, al Giunsella.
Divenne nel dopo guerra sede della Cassa Mutua Portuali (alla lettera “cassa generale per la mutualità tra lavoratori portuali”) e, nel 1979, con la riforma sanitaria che faceva scomparire le mutue di categoria per diventare tutte Unità Sanitaria, la USL 11 del territorio; essa occupò i locali per uso ambulatori ed uffici dell’ Igiene. Causa il cedimento di alcuni soffitti, tante funzioni si svolsero solo al piano terra finché tutte le strutture furono trasferite nel 1995 ca, e la palazzina è rimasta a lungo vuota; non subito restaurata molto presumibilmente per motivi economici-. Dal 2000 è sede del SERT, quel settore della Usl che si interessa delle tossicodipendenze, dall’alcool agli stupefacenti; e distribuisce adeguati farmaci, specie il metadone (uno stupefacente anche lui con tutti gli effetti negativi dell’eroina; ha il solo scopo di evitare che i dipendenti da queste sostanze vadano a creare microcriminalità per procurarsi i soldi necessari per comprare la ‘roba’).
===civ. 4 e 6
sono - in unico palazzo -
due civici neri;
ha
10 finestre per piano sulle facciate lunghe, per 5 piani.
Al primo piano sulla facciata laterale di levante c’è uno stretto terrazzo con balaustra e colonnine marmoree in contrasto con la semplicità della struttura
‘per operai’; sulla facciata a ponente il terrazzo è più largo e senza pretese artistiche.
Nel primo portone c’è l’assoc. ‘il cerchio di Iside’.
Il palazzo è separato, dal seguente civ.8, da 2 capannoni di officine meccaniche la cui facciata sulla strada è ancora con tavole lignee.

civ.8
===civ.22r: il Pagano/61 segnala la ditta soc.acc.sempl. “Fe.Ro.Gen., Ferro e rottami in genere, di Mensi & C.” che ancora era presente agli inizi degli anni ’70.
===civ.8: palazzina stretta (tre finestre) molto semplice, caratterizzato da una modanatura decorativa e trasversale, sita tra il primo e secondo piano, doppia tra il secondo e terzo, singola tra terzo a quarto. Portone altrettanto estremamente semplice e piccolo
Un piccolo distacco terrazzato la separa dal seguente.

foto 2009 - civ.10 civ.12 civ.14
===civ.10: in pianta, sembra attaccato al precedente; è però più basso di esso e più largo (sette finestre per piano), a soli tre piani con al terzo piano le finestre assai più piccole. Nella facciata ad oriente, parte delle finestre conservano il disegno delle persiane su finestre finte.
La trattoria Alba punto di riferimento per operai e viaggiatori per un buon pasto a prezzi miti, è passata alla ribalta perché ha un giardino ed i servizi igienici in territorio del Demanio, e questi, nel 2001, ha preteso l’affitto e gli arretrati.
Nell’intervallo con successivo, c’è un capanno metallico
===civ. 12: è del 1930. Senza terrazzi, a 5 piani. Il portone, rettangolare e molto semplice, è contornato da un vistoso arco e da un più largo portale con architrave a più linee, che forse all’origine prevedeva un portone più maestoso. Su questo sedime e di quello del civico dopo, era parte del Teatro Ristori vedi a via della Marina.
===civ.48r nel 2011 questa insegna “il tempio del Supremo”, della quale non conosciamo il significato e gli scopi.
===56Ar una officina meccanica
===civ. 14: sul sedime c’era parte del teatro Ristori

Divenne la casa Delucchi ove trovò sede l’associazione Operaia Universale di MS di San Pier d’Arena. Un Delucchi Gaetano, presente nel 1805 nel Consiglio Comunale al momento dell’aggregazione del borgo di Promontorio nel borgo di SPdA; ed un Giulio, scrittore nato a SPdA, fu garibaldino dei Mille (vedi a Mille). Nel 1927 sulla spiaggia - di fronte a questo civico - corrispondevano i bagni Roma.
La parte più a ponente del palazzo, è di fronte allo sbocco di vico Stretto sAntonio e del suo torrentello; attualmente (2006) ha una bella facciata e terrazzi decorati con stucchi, ed un bel portone arricchito da due cariatidi laterali ed al centro uno stemma con due bande sinuose centrali presumibilmente riferite al proprietario, nobile (forse il Delucchi).
===civ 72r Negli 8 metri che separano i due palazzi, c’è l’entrata della soc. Piccardo F. di materiale per edili, i cui materiali sono depositati nella parte a mare del palazzo. Prima di trasferirsi qui, era in via A.Stennio.
Prima di essa, negli anni 70, c’era la soc. di trasporti Piccin f.lli.
===civ. 16: La palazzina, oggi di m.10x8, non è in catasto, perché su area demaniale. Vi troneggia la grossa targa con scritto Club Nautico Sampierdarenese dipendente dal CONI. Nato nell’ott.1901 con presidente Gilberto Pestalozza; un promotore in Luigi Oneto appassionato, e proprietario di un saponificio; un suo gagliardetto; e prima sede in piazza Savoia (piazzetta dei Minolli) -dopo aver ottenuto il permesso dalle autorità essendo in zona demaniale-: lo chalet su palafitte poste sull’arenile, costruito in pitch-pine su progetto dell’ing. Ratto, con capacità di “ricoverare” sulla spiaggia le imbarcazioni e di controllare le varie competizioni che si svolgevano sullo specchio d’acqua antistante; nel 1903 da già avvio a competizioni a carattere nazionale con la “Coppa città di Sampierdarena” ripetuta sino al secondo dopoguerra. Erano anni di grande passione popolare per questo sport: ogni paese marinaro di levante o ponente ed ogni delegazione aveva la sua squadra ed i ‘patiti’, come oggi del calcio. Anche Enrico Bassano ricorda la febbre delle regate, con gli spostamenti in massa dei tifosi nelle zone di gara (da Voltri a Sampierdarena, Foce, Boccadasse, Sturla, Quarto, Recco,ecc., legate ai vecchi club ed indipendentemente dalle divisioni civiche cittadine), tutto un ‘paese’ che si riversa nell’altro come ‘colorite emigrazioni‘ di gente che potrebbero ‘con estrema facilità trasformarsi in altrettanti cannibali… e divorare l’incauto con contorno di frittatine e melanzane ripiene’ che avesse osato criticare o avere una ‘ambigua parola’ contro l’armo del cuore.

foto 2009
1951 il Comune concesse un contributo per la celebrazione del primo cinquantenario. I locali furono rimessi a nuovo nel 1982; nel 1983 furono utilizzati dai bambini per festeggiare la festa della pentolaccia e delle maschere, e dagli adulti per una serata danzante di fine carnevale.
Il 19 ott.01 fu festeggiato il centenario con ovvio amarcord dei soci.
Nel 2002, un micro-deposito barche lo vediamo nel tratto di via Argine del Polcevera, nella prossimità dello sfociare del torrente in mare, con piccola area per attraccare e tirare a secco alcune barche; con propria attività prevalente di pesca e di collegamento con la diga foranea.
Nell’apr. 2009 la società ha ricevuto lo ‘sfratto’ esecutivo ritenendo l’area necessaria per i cantieri della strada che scorre lungo il Polcevera e che deve inserirsi nello scorrimento a mare. La difesa della posizione territoriale, da parte dei media, è tiepida.
foto
1922
Originariamente -nell’apr.1914- era stata costruita per la Croce d’Oro su terreno del Demanio-CAP, ricevendo il civ. 14 –ricordando che 12 era il Teatro-; era composta da solo il piano terra e confinava: a levante col palazzo Bagnasco-Lagorara-Grosso (ex teatro Ristori); a sud col mare; a ponente con arenile, nel quale era innalzato lo chalet del CNS; a nord con via Cristoforo Colombo.
La società di pubblica assistenza CdO dopo una decina d’anni, trovò questa sede inadeguata perché troppo piccola come spazio (150 mq). Così, nell’aprile 1926, operò un trasferimento -della “società anonima cooperativa Croce d’Oro”- in via della Cella superiore lasciando l’edificio svuotato. A norma del codice del CAP, (allora l’ammiraglio Umberto Cagni) esso non può rivendicare la proprietà ma solo demolire o concederla a riuso: così -1926- la affidò al rag.Pietro Favari -che ufficialmente acquistò dalla Cd ’O il diritto di uso per 130mila lire (deposito di materiali e merci a carattere chimico industriale); ricevendo il numero civ.16. Il nuovo proprietario, dopo aver ampliato lo spazio, sia innalzando l’edificio di un piano, sia costruendo un piccolo corpo di fabbrica attaccato alla parete sud, di m.6x9,8 in cemento armato- la ricedette al comm. Manlio Diana, presidente del locale Club Nautico, che disfece lo chalet (fino ad allora, lo chalet fu sempre animato luogo di programmi, incontri, sfide. Durò fino al 1927 quando, smontato, fu acquistato dal club Vela di Pegli ed ivi trasferito ove ancora oggi si può ammirare nel lungomare) e traslocò nella palazzina, ospitando anche la soc.Canottieri sampierdarenesi. Cosìcché, nel febb.1928 (anno VI dell’era fascista), il CNS ebbe quindi in affitto la palazzina dal CAP per la cifra simbolica di lire una. L’autorizzazione del Cap alla permanenza di detta società, fu condizionata alla necessità di un rinnovo periodico. Ma già dall’inizio, concomitando i lavori per il bacino portuale, il dramma della società divenne l’accesso al mare: mentre la canottieri si trasferì a Sestri, la vela si adattò a sistemazioni provvisorie (dapprima dentro il porto a calata Derna, porticciolo Ignazio Inglese, Idroscalo; poi pervenne dopo il 1950 a Nervi; nel 1969 alla foce del Polcevera dove tuttora sono ospitate alcune decine di imbarcazioni; ed infine nel 1983 a punta Vagno, dove sono le altre vele, ed i magazzini).
==PIAZZETTA DEI MINOLLI
Fa limite ovest alla piazzetta il grosso caseggiato comprendente i
===civici neri 18 (di 5 piani)-20-22-24 (di sei piani)
Una cartina dell’atto di costruzione della palazzina della Croce d’Oro (1917), riporta nel sito la pianta di una costruzione più piccola e definita “deposito dogana“, che aveva a mare i bagni Savoia. Attualmente è un grosso unico edificio (si dice con affreschi del Barabino alle volte di alcuni appartamenti del piano nobile; con le finestre più alte), con tre portoni sulla strada principale e l’ultimo nello stacco dal seguente palazzo.
Ben visibile nella parte a mare e di ponente del palazzo, lungo la base, una specie di rinforzo (simile ad un sedile) incurvato: era un frangiflutto necessario per respingere l’onda lontana dal muro, quando la casa era direttamente sulla spiaggia e soggetta ai marosi - nei giorni di forte scirocco/libeccio.

angolo con svasatura per le onde come una lunga panchina, scavata sotto a becco
===civ.100r: vi viene segnalata nel 1874 (ma sappiamo che la numerazione non era come la attuale) la sede di una società di MS “lega degli operai italiani. Associazione diritto e lavoro“; una delle innumerevoli associazioni pro operai. Caratteristica di questa era l’antagonismo e la proibizione -per i soci- dello sciopero, considerato rovina del movimento operaio.
===civ. 26 (nello stacco a levante)-28 (sulla strada): La palazzina ex della “società ligure di Salvamento”, sezione di Sampierdarena.
La Società Ligure Salvamento era nata per iniziativa di Edoardo Maragliano: dopo il penoso annegamento di un giovane genovese avvenuto la sera (“sul vespro”) del 10 luglio 1871, creò una scuola di addestramento nuoto e salvataggio, che ben presto si diffuse in tutti i comuni limitrofi (dopo sette anni, otto erano a Genova e 5 nelle città limitrofe (tra cui S.P.d’Arena), vantando 43 salvamenti ed ottenendo una medaglia d’argento all’Esposizione Internazionale di Igiene e Salvamento. Divenuto ente morale il 18.apr.1876 ed avente “iscopo” oltre il salvataggio, la divulgazione delle arti marinaresche (scuole di voga, di nuoto, di soccorso, vela, estinzione di incendi in mare), la tutela dei bagnanti e della navigazione costiera, l’aiuto pratico alle famiglie dei naufraghi. I militi avevano una divisa propria, e sul gagliardetto sociale era la frase “o bene o morte”, a sottolineare anche se col tono enfatico tipico dei tempi il reale senso dell’altruismo fidando solo nel proprio coraggio e nella propria forza per salvare una vita in mare . Arricchì le spiagge liguri di 24 asili forniti dell’occorrente per soccorrere i bisognosi. Aveva socio G.Marconi. Si calcolava allora che in acque nazionali 139 bastimenti che solcavano i mari in un anno fossero stati inghiottiti dai flutti, con perdita in percentuale di molti marinai. La Società era vitale in delegazione ancora negli anni ’80 con lo scopo di formare ‘corsi per bagnini’.

Però nel 1983, sia per carenza della materia prima: il mare; sia per motivi economici ed organizzativi o altro, il meccanismo si bloccò con perdita della normale funzione; anzi, si diceva, con utilizzo dei locali per ritrovo di giochi d’azzardo. La dirigenza e soci, in pieno disaccordo (il presidente prospettava usare i locali per un museo e biblioteca del mare) fecero una petizione al C.d.Circoscrizione.
Questi decise girarla all’assessorato al patrimonio perché decidesse l’utilizzo dei locali, in quanto proprietà del Comune: per anni vi ha avuto sede, l’ufficio Affissioni del Comune.
Vi ha avuto sede anche la Uges-Esperia di vela.
===civ. 30-30A: grosso edificio ottocentesco, a due piani, senza terrazzi.

foto 2009 foto Pasteris – 1943
===civ. 118-120 rosso: penultimo fornice sulla strada, fu l’ingresso del famoso ristorante-trattoria-night club il “Giunsella”; più decorato e di attrazione del portone d’ingresso del palazzo, appare in granito grigio, contornato ai due lati da palme scolpite in stile liberty confluenti in un ciuffo unico apicale. Era posto affiancato al palazzotto della Salvamento, e nel retro, sulla facciata a mare del palazzo, il ristorante continuava palafittato sulla sabbia del litorale (nel distacco –cè ancora adesso, in cemento- forse per i servizi igienici) con un padiglione in legno, a due piani, atti a sfruttare anche esteticamente la vocazione balneare della spiaggia; da questa stupenda veranda posta a pochi metri dal lambire delle onde, si potevano godere sia la vista dei pescatori che fornivano il pescato fresco con l’arxillo, sia il mare nelle sue svariate qualità (da ‘liscio’ a ‘mosso’ a ‘mareggiata da libeccio’) e sia i tramonti. Corrispondeva alla parte centrale di via C.Colombo, della lunga spiaggia, nel quartiere del ‘Comune’, nella zona della Cella, della Pretura, dell’officina di Fava, del municipio. Nel 2004 non vivono più i nostalgici che ricordano se stessi ‘battusetti’ (tradotto con ‘birichini, dispettosi’) ragazzini che usavano la spiaggia libera vicina per i loro giochi, dove imparavano a nuotare per imitazione e gara.

terrazza ristorante - si fa pensione a - cartolina viaggiata 1907
lire 480 al mese – telef. 41.258.

viaggiata 1906 sala interna
réclame anni 1930
Frequentato una volta anche da Garibaldi, negli anni 20 quando era gestito da Cecco Liberti -e quando la popolazione era ancora di 20mila abitanti, ma c’erano già 659 esercizi pubblici, 15 teatri e cinema, 27 ristoranti-trattorie: l’arte culinaria ligure curata secondo le più antiche ricette, era allora all’apice dell’applicazione nei locali cittadini-, viene ricordata una cena con D’Annunzio e Stecchetti; Gandolin lasciò scritto in rima “ tutti i pesci del ligure mare - sono venuti davanti al “Giunsella” - col proposito assai salutare - di saltare dal mare in padella “.

vedi anche a C.Colombo civ. 32
Nello stacco col seguente, c’è un passaggio verso Lungomare Canepa.
===civ. 32 palazzotto ad un piano di piccole dimensioni. Nel 2009 occupato da una associazione di volontariato che si chiama “SempliceMente”. Possiede, lato mare, un piccolo giardino che verso ovest continua -come un largo corridoio- col retro del palazzo del Comune.
===civ. 34 è il palazzo dell’ Ufficio distaccato di Sampierdarena, del Comune di Genova (prima si chiamava Municipio; poi Consiglio di Circoscrizione; e, dal 2008 di nuovo Municipio).
Storia= Dove dal medioevo esisteva una ‘Torre detta del Comune’, sede primitiva già in epoca medievale, del consiglio comunale che prima si riuniva nella piazza del Mercato e poi davanti alla pieve di san Martino (vedi Alberto di Bozzolo). Probabilmente questo primitivo torrione era in sintonia con le altre torri (Labirinto, ‘dei Frati’, forse Fiumara –esistenti-, Canto –distrutta-) quali facenti parte di un sistema difensivo costiero antisaraceni o anti guerriglia locale guelfi-ghibellini (quindi nel luogo dove sin dal medioevo sorgeva un torrione per difesa del lido, detta “torre del castello”. Era, da quei tempi, di guardia alla marina assieme agli altri torrioni; ed anche di difesa all’attracco sottostante. Dalle carte, la torre appare vistosamente fuori allineamento rispetto le altre disposte lungo la marina: presumibilmente perché fu eretta su una naturale sporgenza rocciosa; questa, da levante delimitava sul litorale una insenatura protetta dallo scirocco, cosicché favorì l’antico toponimo di ‘cella’ e l’attracco delle navi, il più frequentato sino la prima metà del 1800. Ovviamente la torre fu accompagnata da una costruzione atta a ricevere il consiglio comunale di allora e della quale non rimane traccia se non il basamento che nel nuovo -ed ultimo- edificio, è rimasto inglobato nella sporgenza a lato mare, visibile come parte del paramento esterno fatto a scarpa e con un cordolo di coronamento; di difficile visualizzazione perché coperto da sovrastrutture molto recenti).
Fu detto semplicemente ‘Castello’ e il suo uso diede nome al ‘quartiere del Comune’ (che si sovrappone a quello del ‘Canto’ che però possiede maggiore ampiezza comprendendo anche la zona della fiumara fino al torrente).
Fatto è che – sicuramente - era presente al tentativo di sbarco francese sulla spiaggia nel 1684 dove fu lì bloccato dai cittadini locali che costrinsero il tracotante presidio a reimbarcarsi.
Compare nella veduta del Volckammer del 1708.
Nella carta del 1757 di Matteo Vinzoni (vedi sotto), è evidenziata la torre, denominandola in grassetto ‘castello’ senza alcuna altra costruzione intorno. Parimenti, lo stesso autore, ne la Pianta delle due Riviere datata 1773 (titolata ‘Jl dominio della Serenissima Repubblica di Genova in terraferma’, nota sotto il nome di ‘Atlante della Sanità’), disegna il rettangolo de “il Castello”, vuoto internamente, mentre nello scritto vi pone il Commissariato di Sanità locale e descrive minuziosamente come era distribuito il servizio, riguardante anche la spiaggia di Cornigliano, onde prevenire sbarchi clandestini di persone o merci provenienti da terre infette (2701 uomini, della milizia, reclutati in tutta la valle Polcevera).
carta del 1847.
da MVinzoni 1757. In alto a destra la chiesa; A destra la chiesa della Cella segnata con * nel nero.
in basso a sinistra la dizione ‘Castello’ Il semicerchio forse delimita l’area di ingresso alla
torre (come per la villa del Monastero a sinistra).
Infatti, ancora nel 1763 nel Castello -che dava nome al rione (del ‘Comune’)- prestava servizio una guardia armata composta da compagnie scelte di soldati, comandate da Capitani; e vi si riunivano, convocati dal governatore della Polcevera GB Cattaneo, i mag.ci Agenti della Comunità di San Pier d’Arena (Francesco Ghiglione, Angelo Ramorino, Paolo Bruzzone, Michele Chiappara, Antonio Canale, GB Siromba), per deliberare ed eleggere censori; finanzieri (chiamati ‘regitori per l’esigenza delle pubbliche avarìe’, o gabellotti); deputati di sanità (Gaetano Zerbino, Giuseppe Canale, Agostino Galleano); cancelliere; traglietta (sic- forse è il nome del cancelliere? Vedi Tuvo pag.39); il predicatore per la parrocchia (in data 1779 doveva essere padre Bernardo dei Prov.Agost.Scalzi: ma scrive ‘sensibile (è) il disgusto che provo nel vedermi presentemente ridotto alla necessità di rinunziare’); cassiere (Francesco Ghiglione). L’11.5.1765 fu eletto medico, per tre anni, Antonio Capponi; egli lavorerà pagato £ 600 dal Magistrato di Misericordia, che a sua volta ha ricevuto adeguato lascito dal card. DeMarini. Nel 1773 risultano Agenti della nostra Comunità Michele Liberti, Gaetano Tubino, Filippo Marchelli, Nicolò Canale, Domenico Galleano fu Antonio, Domenico Galleano fu Paolo. Nel 1779 con l’avvento della Repubblica Democratica Ligure fu maire un certo Grasso, e cancelliere Angelo Frana. Nel 1792 un proclama avvertiva che nel Castello il 29 luglio davanti al governatore della Polcevera GB Spinola, sarebbe avvenuta l’elezione dei consoli dei camalli; gli assenti saranno esclusi dal ruolo e non potranno più esercitare l’arte nel luogo. Il Comune diventa Municipio.
Durante gli anni della Repubblica democratica Ligure, nella piazzetta antistante, fu eretto un albero della Libertà, simbolo del possedimento popolare.

Non sappiamo quando, la torre, fu tagliata a circa due metri di altezza, a livello del cordolo sotto il quale è svasata, e sopraelevata affiancandola all’edificio nel suo lato lungo di sud, parallelo alla spiaggia (il vuoto storico è rilevabile dal 1848 quando il nuovo progetto parla di costruire ‘sul sedime dell’antico castello, riutilizzandone in parte tratti di muro come basamento’).
Il ‘Palazzo’, quale è oggi, fu innalzato nel 1850-2 (Il Secolo scrive 1875), su progetto del praticante architetto Arnaldi Nicolò, e con la supervisione dell’arch. Angelo Scaniglia quale dipendente comunale e direttore dei lavori. Architettonicamente di un classicismo modesto, con solo funzione di rappresentanza comunale.
Ma già dall’inserimento della regione nel regno, in contemporanea alla valorizzazione della strada della Marina (o strada Reale a Torino), si sentì il bisogno di una sede comunale appropriata. Nel 1837 (28nov.) il sindaco GB Tubino annotava –invano o prematuro per i lunghi tempi burocratici necessari- la necessità di possedere una sede comunale comoda, decente e consona alle case che stavano erigendosi lungo quella regia strada della Marina. Fu incaricato l’arch. Angelo Scaniglia di ‘reddigere un piano di detto progetto colla perizia e capitolato relativi’; ma dopo pochi giorni il progetto fu bloccato per ingiunzione dell’Intendente generale reggente –conte Gasparo Sebastiano Brunet- giudicante la spesa non urgente (ma forse ‘piccato’ dal fatto che la Giunta non l’aveva interpellato, ovvero che essa ‘espresse le sue deliberazioni senza pria riportare da questo gen.le ufficio la richiesta autorizzazione a tenore dei veglianti regolamenti’).
Nel 1846 viene riportata la costruzione di un muro di contenzione, essendo in atto -da una quindicina d’anni- una erosione della spiaggia da parte dei marosi. Due anni dopo, 1848, GB.Tubino, sindaco per la seconda volta, presentò un progetto firmato da un non ancora noto ‘praticante architetto’ Niccolò Arnaldi (forse allievo dello Scaniglia che non poteva firmarlo essendo quello che –come architetto civico- doveva sottoscrivere l’approvazione; infatti il progetto fu segnalato in una lettera inviata al sindaco dalla ditta fratelli Scaniglia & C.) che riprendeva probabilmente le tracce del precedente progetto: ovvero costruire un nuovo edificio sul sedime del precedente, utilizzando parte delle fondamenta, prevedendo un edificio a pianta quadrata e di quattro piani in altezza; con due ali laterali in avanti (da utilizzare ad uso abitativo, e con il cuo provento d’affitto si poteva pagare parte delle spese generali; così l’abitazione del Segretario comunale) a formare un cortile d’ingresso; a piano terra la sede della Guardia Nazionale (un battaglione di armati, destinato ai servizi militari locali; vedi Balbi Piovera);

foto di proprietà della Biblioteca Gallino da vecchia cartolina postale del 1901
a lato mare una ampia terrazza («al centro della facciata, poggiata sull’antico bastione troncato in altezza – forse già pericolante-»); la facciata di stile neoclassico (con bugnato di pietra alto quanto le antiche mura del castello, terminato con cornice dorica sormontata da quattro colonne di stile ionico sormontate da trabeazione. Una cornice a tetto con frontone; ornati alle finestre; arcate e bassorilievi in stucco con lo stemma al centro); le scale in lavagna; le sale (con pavimenti in granito alla veneziana ed eseguiti secondo le migliori regole dell’arte; e –nel salone- un caminetto di marmo). E particolare cura era anche nei materiali d’uso: mattoni del tipo ferrioli (delle fornaci di Savona, escludendo quelli detti ‘di Vado’); malta (composta da un terzo di calce delle fornaci di Sestri; e due terzi di sabbia ben depurata e granita; da usare calda per i muri in erezione ed estinta in fosse, per le rifiniture); le ardesie (le migliori dalle cave di Lavagna, piazzate con la massima diligenza e regolarità); le decorazioni (conformi ai disegni, eseguite con la massima maestria e precisione, usando tutte le precauzioni possibili).
Il 7 marzo 1850 l’Intendente generale applicato (della divisione amministrativa di Genova, cav. Pietro Brancaleone Curlo Spinola), risponde al sindaco trasmettendo delle osservazioni, tra le quali anche –come irregolare- la sovrapposizione dello stile attico con quello ionico; il giorno dopo la Giunta (che allora si chiamava ‘consiglio delegato’: sindaco Tubino, consiglieri Francesco Carrena, e Francesco Costaguta) rispondeva che venivano accettate alcune osservazioni circa i disimpegni e la distribuzione dei locali, ma –dolendosi- non per le caratteristiche dello stile che contava altri esempi autorevolissimi quali il teatro carlo Felice ed altri edifici firmati dal Palladio. Il 5 aprile successivo il nulla osta (firmato dal contrammiraglio conte Francesco Serra, Intendente generale della regia Marina, essendo l’edificio in zona demaniale). Il 22 maggio dopo opportuno appalto, l’incarico edile fu affidato all’impresa genovese Bartolomeo Pertica (che presentò garante, il genovese marchese Domenico Serra, senatore del regno) mentre gli stucchi (escluso quelli del soffitto del salone, a cassettoni, affidati al pittore-scenografo del Carlo Felice, Michele Canzio) furono affidati alla bravura dello scultore Gaetano Centenaro (che intervenne anche sulla facciata esterna a mare creando una loggia a triplice arcata; ed arricchì la facciata principale con stucchi e statue rappresentanti l’Agricoltura, l’Industria, il Commercio, la Navigazione, ed altre allegorie. In alto sopra il frontone, lo stemma della Città doveva essere sorretto da due figure femminili. Sullo stipite del portone la scritta ‘SAN PIER D’ARENA’ per chiaro intendere di come si scrive il nome); i lavori di pittura furono affidati alla ditta Morgana & C.

Il 31 maggio tutto il consiglio si trasferì nel palazzo del Monastero, deliberando in più la costruzione di cantine (sotto il palazzo, utili ad essere affittate); il 20 settembre, mentre già i lavori fervevano, il consiglio deliberò alcune modifiche (ridurre la facciata ad attico piano sormontato da uno stemma con due figure, sopprimendo il frontone e fare la scala di marmo anziché di lavagna. In più ancora fare sul terrazzo delle tribune, per la pubblicità delle sedute).
I lavori si prevedeva finirli entro due anni; infatti ai primi del 1853 fu messa in atto -a limitare il piazzale anteriore- una grande cancellata di ferro dolce e ghisa del peso totale di 3734 chili, realizzata da Giuseppe Baghino; e si provvise a riempire con ulteriore gittata di rinforzo, la parte a mare.
Dopo solo 15 anni iniziarono alcune modifiche: 1868=soppressa la Guarda Nazionale, lo Scaniglia eliminò la sede e realizzò uno scalone nuovo (quale è l’attuale); nel 1875, restauro delle coloriture (nel 1878 il giornalista Vassallo scrisse sul Caffaro-il maggio quotidiano di allora, che nel bilancio comunale di San Pier d’Arena , allora di 20mila anime, «c’è un pareggio perfetto. Imparate, padri di palazzo Tursi. Imparate dalla fenice del bilancio!» e proseguiva affermando che tanto del bilancio era riservato all’istruzione, con una biblioteca di 4mila volumi, e che era tra i comuni d’Italia a pagare meno tasse municipali); 1881 fu costruito sul lato a mare un nuovo corridoio a sbalzo, in muratura, per collegare alcuni uffici alla sala d’aspetto;
carta dell’anno 1887
1889 ristrutturati tutti gli uffici; nel 1903 definitivamente accantonata l’idea di trasferirsi in palazzo Centurione, sotto la supervisione dell’arch. civico Virginio Garneri, avvenne generale pulizia degli intonaci, marmi, statue, stemma, cornicione, pavimenti, ecc.); nel 1909 avvenne nuova ristrutturazione funzionale affidata all’ing. capo cav. Carlo Bisagno, essendo sopravvenuti nuovi servizi abbisognosi di uffici, quali il dazio, la nettezza urbana, le imposte comunali, la polizia, i pompieri (questi ultimi, l’anno dopo furono collocati a piano terra dell’ala di levante. La ‘Compagnia dei Pompieri’, creatasi quando era sindaco Gerolamo Bonanni era attiva dal 25 maggio 1858. Nel primo regolamento si stabiliva che sarebbe stata composta da 31 elementi (un capo sottotenente, due sergenti, quattro caporali -tutti in divisa ma non militari- e 24 pompieri compresi i cantonieri comunali); essendo un servizio filantropico, era gratis salvo una rimunerazione-indennità annua di base ed un cottimo ai vari servizi; quando i singoli, avvertiti di un incendio, dovevano concentrarsi al palazzo Municipale. Un progetto di ristrutturazione del palazzo comunale datato 1909, prevedeva l’inserimento del corpo nel palazzo stesso; infatti nel 1910 l’ing. Cuneo Adriano –che stata ristrutturando il vicino Monastero- previde sistemare come caserma, tutto il corpo ed attrezzature dei ‘Civici Pompieri’, nell’ala di levante.
Divenuti poi “Militi del Fuoco”, si esercitavano presso il baraccone del sale, al lato mare; ed infine chiamati “Vigili del fuoco”sono ora trasferiti a san Benigno (36° corpo “Genova”).

foto 1916 – carro Ansaldo foto 1921
Nel 1924, a marzo, il sindaco, comm. Manlio Diana, chiese al Ministro della guerra due bombarde austriache da 225mm, bottino di guerra che ristette fino all’immediato dopoguerra,.da usare quali ornamento dell’atrio e quale riconoscimento del grande contributo offerto dalla città al vittorioso sforzo bellico.
Con il 1926, tutta la parte amministrativa ed archivistica fu trasferita a Genova; da allora, con la scusa di varie altre ristrutturazioni (tipo sistemazione dell’Ufficio del Registro e della regia Pretura; o rifacimento della vetrayta a mare), la direzione centrale genovese, un pò alla volta spogliò la nostra sede decentrata di vari beni artistici che possedeva: un ritratto di Vittorio Emanuele II in grandezza naturale, del 1862, di Nicolò Barabino; ed un ritratto di Vittorio Emanuele III di Angelo Vernazza, ambedue spostati al Museo del Risorgimento. Sono alla GAM invece il bassorilievo marmoreo di Edoardo D’Albertis, raffigurante la maternità e già collocato nel salone ed il ritratto del Barabino eseguito da Alfredo Luxoro. Sono rimaste due oggetti: il busto del Cavour scolpito da Stefano Valle posto nel salone del CdC, ed il grosso quadro rafigurante la madre del pittore Dante Conte, che lui stesso donò in cambio dei ripetuti sussidi ricevuti, ora nello studio del Presidente del CdC.

Nel 1929, ormai inclusi nella Grande Genova, i lavori venivano pensati e gestiti dal centro: le sedi per l’Ufficio del Registro e per la regia Pretura; la chiusura con vetrata della veranda verso il mare; la facciata a nord. Nei tempi a seguire, con la scusa delle ristrutturazioni, l’edificio venne dal Comune centrale spogliato di gran parte dei beni artistici che possedeva: un ritratto in grandezza naturale del re Vittorio EmanueleII di N.Barabino datato 1862 (ora al Museo del Risorgimento);
Nel 1932 ed ancora poi l’anno dopo, fu registrata una nuova necessità di restauro generale (il podestà di Genova, sen. Eugenio Broccardi, ritiene necessari lavori di rinforzo essendo stata compromessa la stabilità generale causa i lavori di adattamento parziali precedenti, non coordinati). Essi furono affidati alle imprese sampierdarenesi Ennio Sandali per la parte muraria; ed Giuseppe Parodi per la coloritura. Il 30 ottobre 1943 un bombardamento aereo compromise le strutture (quello che contemporaneamente colpì anche il chiostro vicino della Cella); gli uffici comunali dovettero essere trasferiti nella scuola elementare Giuseppe Mazzini. Il non uso fece cadere l’edificio in stato di degrado totale, venendo utilizzato da sbandati i quali –come segnalato dal capo dell’ufficio Igiene e Sanità- non si peritavano di farne uso quale ‘gabinetto di decenza’. Cosicché, dal settembre 1946 fino al 6 aprile 1949, avvenne una ulteriore ristrutturazione, con sostanziali demolizioni delle parti pericolanti, consolidamento delle altre, ricostruzione e ristrutturazione del tutto (committente il Comune di Ge, con contributo del Genio e forse del Demanio; direttore dei lavori gli ing., prima Mario Braccialini poi Ettore Pavolini; l’impresa di Vittorio Bellotti; stuccatori i genovesi Pietro Burlina ed Arduino Romano, che ripresero e reintegrarono gli stucchi del Centenaro andati distrutti).
Dal 1970 è sede gli uffici comunali decentrati dipendenti dalla divisione territoiale (anagrafe, nascita e morte, ecc.), del Consiglio della Circoscrizione II del Centro Ovest e della polizia municipale.

sala del Consiglio municipale con busto di Cavour ed uno degli stucchi decorativi
Nell’anno 2002 avevano scritto essere transitati oltre 32mila persone, per dovuti atti d’ufficio (215 gli interventi a casa per i non ambulanti). Un progetto di architetti alessandrini, prevedeva un restauro con una spesa di 4miliardi di euro ed è stato accantonato per tempi futuri. Si sperava in un ascensore anche se non facile da localizzare. Finalmente, entrando a sinistra nell’atrio, a piano terra quindi, nel 2005 è stata aperta una ala fatta ad L con gli uffici dell’anagrafe comunale, evitando così il grave problema degli anziani ed handicappati. Prima di questa data il primo –o piano nobile- era destinato agli stessi uffici con i suoi sportelli pubblici avevano accesso (anche il salone del Consiglio di Circoscrizione) tramite uno scalone assai disagevole per gli anziani ed impossibile per gli handicappati (così gli ufficiali comunali sono impegnati a scendere).
Dal 2007 con l’istituzione del nuovo sistema di decentramento, è divenuta sede della Municipalità del CentroOvest.
==oggi - =1= ESTERNO: Nella facciata anteriore, il piano terra : una volta (anni 1920) i vani erano adibiti a magazzini e depositi di macchinari, ed per i pompieri Oggi appaiono vuoti.
(a) l’atrio è adibito a posteggio delle auto di servizio.
(b) a ponente dell’ingresso A)-nell’angolo, han sede i VV.Urbani.
(la soc. Colombofila “Ala Ligure”?); B)-nell’ala, tramite le scale nell’ala destra, al 1° e 2° piano ? ; al terzo piano la sede del Municipio (exCdC).
oì) a levante dell’ingresso, C)-nell’angolo sino al 2003 c’era il CEM (Centro Educazione Motoria, della USL, con palestra gestita da un medico fisiatra e mirata al ricupero funzionale dei motulesi. È stato traslocato in via T.Molteni nella sede della USL); -D) nell’ala di sinistra (da un portone d’ingresso, al civ.int.10) -le Assistenti sociali comunali -Una targa al 3° piano segnala la presenza del “Risveglio Musicale” già Circolo Mandolinisti, fondato da dodici appassionati nel 1923 (a Genova e delegazioni, allora ne nacquero ben otto gruppi, legati allo strumento già usato con passione da Bach, Beethoven, Berlioz, Mozart, Vivaldi, Hummel e lo stesso Paganini che usava un mandolino a sei corde doppie ma -rispetto oggi- con una ottava più alta).
in prima fila con giacca e cravatta il pittore Maestri
– residente in via CRolando 35.
Non ebbe una sede fissa, dovendo essere ospitato da varie società (tra cui la ‘Fratellanza e Amicizia’e la Operaia Universale; in via Saffi 14 (v.C.Rolando) presso le scuole Carbone. Solo nel 1978 ebbe in concessione i locali attuali, dove anche vengono custoditi partiture e manoscritti musicali di alto interesse storico. Come sempre in tutte le associazioni, gli alti corrispondono a manifestazioni di abilità nell’uso del plettro, nazionali ed internazionali di rilievo: a Varazze un festival specifico diretto da Carlo Aonzo, in cui ai vincitori viene consegnato una copia del mandolino genovese detto "amandoìn". In occasione del sessantenario (1983) forte di oltre trenta orchestrali, organizzò un ‘convegno internazionale per orchestre a plettro’ nella sala D.Savio alla quale parteciparono sette complessi italiani ed uno viennese. Nel 1985 Vienna ricambiò l'incontro. Nel 1988 dirigeva il gruppo il maestro Vittorio Benvenuto. Nel 1989 rimasero unici nella grande Genova, ed anche loro rischiarono l’estinzione per carenza di ‘vocazioni’. Nell’aprile 1998 si eseguì un concerto al Centro Civico, con 21 musicisti (11 mandolini, 3 mandole, 6 chitarre, 1 basso). Diminuito l’interesse verso lo strumento usato "a pizzico", la associazione vive organizzando corsi di orientamento musicale e partecipare a raduni, scambi culturali musicali e concorsi. Nel 2005 sono sempre attivi in 15 artisti il cui tipo di musica ha appassionati anche nelle Americhe ed in Giappone. Quest'anno, suoneranno a Mele (parrocchia di Fado) e dalle Clarisse di Albaro. Offrono una scuola (alla quale erano iscritti nel 2004 sei allievi): iscrizioni anche gratuite ai ‘corsi di orientamento musicale’ per i vari strumenti a plettro (sotto l'insegnante maestra MariaGrazia Criscenzo e direttore Fausto Chierchini; mandolino, mandola, mandoloncello, liuto, chitarra, basso) ma per tutta la musica in genere, compreso pianoforte, fisarmonica, canto, sax, chitarra e violino). Telef. 010.645.0872; e per internet, www.federmandolino.it
L’INTERNO è suddiviso in quattro piani, dei quali il vasto atrio, posto trasversalmente all’ingresso, evidenzia ai lati due grosse lapidi:
quella a sinistra (o levante, attualmente –anno 2011- con scritta dorata su marmo nero - completamente coperta da un gabbiotto ad uso del personale di portineria) segnala:
A PERENNE RICORDO
DEI SAMPIERDARENESI
MORTI COMBATTENDO
PER L’INDIPENDENZA D’ITALIA
IL MUNICIPIO
________ o ________
DANOVARO ANDREA soldato
TRAVERSO QUIRICO volontario esercito meridionale
GALLEANO PAOLO S.Tenente
ROSSI CARLO soldato
MDCCCLXII
quella a destra, munita di un grosso stemma, composto da una ala di aquila con sovrapposto un gladio distintivo dell’Associazione, due fiaccole dorate, quattro borchie di bronzo agli angoli lavorate dal Lagorara, ricorda:
L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE VOLONTARI DI GUERRA
SEZIONE DI SAMPIERDARENA
AI SUOI GENEROSI CADUTI
NELLA GUERRA ITALO- AUSTRIACA 1915-1918
S.Ten VERGNANO EUGENIO 1883 S.Ten PANZACCHI WALTER 1897
Asp.Uff LOMBARDO CESARE 1892 Cap.Magg COSTA NICOLA 1885
sol. ABURTICCI UMBERTO 1896 sol. GROSSO EUGENIO 1885
sol. ALLOERO UMBERTO 1900 sol. MACCIO FERRUCCIO 1896
sol. GAUCCI (o Caino) FRANCESCO 1897 sol. MARTINI PIETRO
Al primo piano, il Secolo cita altre strutture ospitate: il Let, l’area tecnica, il distretto sociale (che non conosco e di cui non c’è traccia nell’opuscolo della Circoscr. 2003/4). La sala delle adunanze consiliari, il Centenaro collaborò con il pittore Canzio (padre del generale garibaldino, a lui toccò dipingere il soffitto a cassettoni); rettangolare, ebbe dapprima una dimensione che perdette di eleganza quando negli anni 1920 fu deciso abbattere una parete per allargarla, lasciando un arco. Qui trovasi oltre agli adorni del Centenaro (allegorie, putti, fregi, busti dei personaggi dell’Indipendenza –che pare non ci sono più) un busto di Cavour in marmo (dello scultore Stefano Valle; sotto il dominio dei Savoia, inneggiare Cavour era ovvio e supino riconoscimento di aver deciso il futuro industriale del borgo, nonché sentirsi sollazzati ed inorgogliti per averci fatto diventare città) ed una lapide affissa nel salone consiliare il 25 apr.1977 a ricordo dei Caduti della resistenza di San Pier d’Arena (“RICORDARE PER CHI HA VISSUTO – CONOSCERE PER CHI NON C’ERA – COSTRUIRE UNA SOCIETA’ LIBERA – É IL TESTAMENTO CHE I CADUTI PARTIGIANI – CI HANNO AFFIDATO ATTRAVERSO IL SACRIFICIO“; in basso, delle parole di L.Hughes “ HO DATO CIO’ CHE DESIDERAVO – E QUANTO AVEVO DA DARE- PERCHÉ ALTRI VIVESSERO”).
Un ritratto di Vittorio Emanuele II del 1862 eseguito da N.Barabino a cui fu ordinato dalla municipalità -(il re in piedi, in proporzioni dal vero)- fu trasferito all’Istituto Mazziniano, in cornice che in basso porta ancora il nostro stemma cittadino in rilievo; altri bozzetti -donati dal pittore al municipio- vengono conservati in sedi diverse, come anche il ritratto del re Vittorio Emanuele III dipinto da Angelo Vernazza e dello stesso Barabino dipinto da Alfredo Luxoro (dove sono?)***.
Altre lapidi ricordano
==”a Giuseppe Garibaldi – Sampierdarena – che dei molti animosi suoi figli – a lui seguaci nelle mirabili imprese – i quattro in battaglia spenti – associa a lui nella gloria del bronzo – Quirico Traverso – Paolo Galleano – Priamo Macciò – Carlo Meronio – MCMV”, dettata da AG.Barrili. Sono i quattro già ricordati sul monumento a GGaribaldi in piazza Monastero.
Il Palazzo, definito dalla Soprintendenza per i beni architettonici della Liguria. ‘ex sede Comunale nell’ant.Torrione’, dal 1934 è vincolato e tutelato.
L’ultimo ristoro alle scale, porte e lapide ai caduti ci risulta, fu dato nel 1986.
===civ 34a : fu demolito nel 1962
===civ.36: il palazzo del Sale. Malgrado Genova sia affacciata sul mare, non ha la possibilità di produrre il sale, elemento indispensabile per il cibo e la salute. Il lungo caseggiato ha tre quinti di levante, coperto a tettoia a V rovesciata; due quinti a ponente, rimasti a piatto -dopo aver abbassato l’edificio originale.
Sulla strada principale i segni di tre entrate.

foto anni 1970
foto 2009
STORIA= A Genova, già dal 1152 fu costituito un monopolio di importazione (dalla Provenza, Sardegna, Ibiza) ed esportazione (alla Toscana -specie Lucca e Firenze-, al Piemonte- lungo il Roja e Tenda-, e Lombardia), cointeressando e creando non piccole controversie tra la Repubblica genovese, ed i provenzali, i vari feudatari e signori locali, ma soprattutto i Savoia i quali forse da allora ambirono poi sempre ad ‘allargarsi’ al mare). Severe disposizioni proteggevano i trasporti, lo scalo, la conservazione, il mercato. Dal porto cittadino, l’arrivo era sul molo presso il ponte di san Lazzaro o a porta dei Vacca, ai vari depositi urbani ed extraurbani, le varie ‘vie del sale ’ per il trasporto ed il controllo di questo traffico furono sempre motivo di grandi contese, di grandi ricchezze, punta di diamante per tutti i commerci secondari ( più d’una erano le “vie del sale” ; innumerevoli erano quelle illegali, dai cosiddetti ‘spalloni’ a vere e proprie carovane; il traffico monopolizzato avveniva lungo percorsi ufficializzati che a dorso di mulo veniva fatto incolonnando i muli in carovana e sotto scorta fatti arrivare al di là dell’Appennino : la più nota, detta anche Napoleonica ma in realtà molto più antica, è da Genova-i forti-Torrazza-san Bernardo-Vicomorasso-Busalletta-Crocetta d’Orero-Casella-Niastrà-Costa-Sorrivi inferiore-Vobbia ).
Per noi di San Pier d’Arena, dalla nostra san Martino la strada -detta dapprima Postumia, poi “chemin de la Bochetta et de Pavie”- arrivava sempre percorrendo tragitti a mezza costa o comunque sulle alture proprio per evitare le bizzarrie del Polcevera dapprima a PonteX , poi Campomorone (ove esiste un altro grande deposito, avente sul lato opposto delle strada i ruderi di eguale deposito seicentesco), e Langasco - passo della Bocchetta : veniva trasferito in Piemonte via Voltaggio-Gavi o via piano di Murcarolo (dal cui traffico nacquero le ‘Capanne di Marcarolo’) -Ovada).
Un vero esercito di uomini era impiegato e limitato al controllo di questo prodotto; senz’altro in proporzione nettamente superiore a qualsiasi altra merce, fosse anche il grano. E poiché il compenso veniva dato in porzioni di prodotto, ancor oggi la retribuzione operaia viene chiamata salario. Fatta la legge, un modo elegante per raggirare la tassa del sale divenne il trasporto delle acciughe liguri già preparate in arbanelle, dalle quali poi derivare il prezioso materiale: da questo ’raggiro’, è rimasta la tradizionale annuale festa dell’acciuga a Canelli.
Nel XIII secolo, la Repubblica si accordò con Alessandria per dar vita ad un itinerario , detto della “canellona”, che da Voltri vi arrivasse tramite le valli dell’Orba e dello Stura.
Nel XVII secolo il sale, sempre proveniente da Trapani o Ibiza, veniva conservato in magazzini al molo, da cui veniva smistato via mare verso San Pier d’Arena dalla cui spiaggia direttamente con i carri avviato all’interno; il servizio trasporti era dato in quell’epoca in appalto ad imprenditori capaci di fornire l’intero servizio: nacque allora la saliera di Campomorone, altrimenti detta Torre d’Amico dal nome del ricco borghese che si era aggiudicato il trasporto verso Milano via Bocchetta-Voltaggio. Dalla spiaggia le vie più utilizzate allora erano anche quelle verso Crocetta d’Orero (detta ‘strada dei feudi imperiali’); o quella verso Paravanico-Praglia-capanne di Marcarolo; o Giovi-Busalla.
Nel 1716 la Repubblica genovese come al solito era in difesa, per sfuggire le innumerevoli trappole che le potenze europee tendevano per cercare la scusa legale di soggiogare il potere economico genovese sul mare. Così un catalano, forte della protezione di immunità parlamentare imperiale di Carlo VI, dopo aver creato soprusi e violenze fu fatto arrestare dal senatore Rolando DeFerrari: l’Austria si offese, e considerando i principi italiani non liberi sovrani nel loro territorio ma tutti sudditi di Vienna, inviò seimila tedeschi da Milano ad invadere le frontiere della Repubblica. Essa dovette sottostare così al pagamento di 30mila scudi, punire il DeFerrari, rinnovare a Vienna le scuse e creare un deposito franco per il sale a San Pier d’Arena.
Il 16 ago.1800 (comandante Massena in Genova, ed il gen. Menard per le Finanze), ci fu un grave malinteso tra le autorità francesi e quelle del municipio locale (gestito da Lombardi, Carena, Rollero) perché -secondo l’accusa- era stato ostacolato lo sbarco ed i mulattieri addetti al trasporto del sale, in pregiudizio della Repubblica; questi dirigenti furono oggetto di ‘arresto duro’ e dimissioni imposte, perché ritenuti incapaci di resistere alle ‘ingiuste’ quotidiane pretese della popolazione; da questa accusa ne derivava per loro disonore, incriminazione e minaccia di fucilazione. E’ di quella stessa epoca un insediamento militare in un edificio del nostro borgo di proprietà demaniale , con deposito di armi e polvere; la gente molto si spaventò quando un temporale con fulmini creò il panico dell’esplosione di quelle polveri sbarcate sulla spiaggia ed accumulate nel deposito . Ne conseguirono una serie di rimaneggiamenti ed ampliamenti, come l’allungamento verso ovest ed una successiva sopraelevazione).
Sino ad allora quindi, la spiaggia del borgo era sede di sbarco e di transito, ma non di stazionamento del ricco materiale.
Tuvo riporta di una lettera –datata 22 dis.1825- del Direttore delle regie Gabelle e Sali e Tabacchi, al sindaco (Vincenzo Canale) «desidererei avere una conferma con V.S.Ill.ma per parlare di qualche cosa relativa alla costruzione di un magazzeno da servire al deposito del sale che l’azienda generale sarebbe disposta a far eseguire in codesto Comune. Sarebbe utile che vi fosse anche il signor architetto Scaniglia».
La proposta ebbe una eco favorevole nella popolazione (nuovi posti di lavoro per i facchini; e interesse del governo al borgo) e nel Consiglio comunale.

Nella seduta del 19 gen.1827 il Consiglio comunale di San Pier d’Arena (sindaco Giuseppe Vernengo) diede parere positivo affinché il direttore dell’”azienda regie Gabelle sali e tabacchi” iniziasse a far costruire un magazzino da servire a deposito del sale in zona dominata dai venti più asciutti, considerato che la suddetta Azienda era disposta a farlo erigere a proprie spese. Fu offerto un terreno non utilizzabile a orti, eliminando alcune precedenti costruzioni ormai obsolete, nella speranza per il borgo di ricavarne un utile specialmente per la classe più bisognosa dei facchini (il ruolo di facchino era allora ben regolamentato sia nei diritti di trasporto -un soldo per ogni mina immagazzinata a piano terra, due ai piani superiori-; sia se le granaglie destinate ai nostri depositi venivano sbarcate fuori della nostra spiaggia: venivano pagate come se fossero state sbarcate qui; sia per la fornitura della mano d’opera: ad esempio, per il palazzo del sale erano arruolati dal quartiere a ponente 91 facchini; da quello del centro, 81; da quello a levante,163).
Così su progetto del sig. arch. Angelo Scaniglia l’edificio prese forma, e fu reso funzionale entro pochi mesi, secondo una antica tecnica del genio militare sardo basata sull’erezione di veri e propri bastioni, di formidabile e resistente struttura.
Non senza ‘mugugni’: l’Intendente scrive al Sindaco affinché provveda ad “avvisare gli impresari della costruzione dei magazzini del sale che in vicinanza delle porte della Lanterna usano tale negligenza che compromette la pubblica tranquillità e la sicurezza. S’avverta il pubblico dei loro spari (cioè uso di mine nella cava) e si diffidino i trasgressori”
Rimane suddiviso in sei ampi spazi di 160 mq ciascuno. Nella carta del Porro, del 1835, compare il lungo edificio come appartenente al “regio Mag.to del sale”, posto poco a ponente della torre (ancora isolata, del Comune; e nella carta, chiamata “capo...?...”)

Quindi questo nostro ‘baraccone’ non appartiene come tappa ad una delle antiche via o ‘strade del sale’ in quanto l’epoca di erezione combacia con quella -di pochi anni dopo- della ferrovia. Nel 1864 sappiamo che velieri liguri, armati da cittadini locali, sbarcarono sulla spiaggia sampierdarenese ben 542mila tonnellate di sale di Cagliari.
Rimase in funzione sino alla decade tra gli anni 1930 e l’inizio della seconda guerra mondiale, (anni in cui fu aggiunta una appendice ad ovest, poi franata).

Negli anni dopo il 1970, il Ministero delle Finanze lo pose in vendita, ma l’asta fu bloccata da una reazione popolare che temette la speculazione, e favorevole all’assessore al Patrimonio (Gualco) che mirava a far acquistare il manufatto dal Comune; nel 1975 l’assessore all’Urbanistica (Lapi) riuscì a farla destinare ad area ad esclusivo uso popolare del quartiere, e così riconosciuta da tutti i piani regolatori emessi dopo.
Nel giugno 1980 la proprietaria Manifattura Tabacchi (dei Monopoli di Stato, con sede a Lucca), -dopo arzigogolati rigiri e preso visione della precarietà-, vi pose una recinzione con tubi innocenti a V, e fece abbattere (dall’agosto, spesa di 119 milioni) la parte sopraelevata costruita dopo, e non appartenente alle mura storiche. Durante tale demolizione effettuata dalla ditta Rovatti, una grossa parte del manufatto aggiunto dal alto ovest crollò, rischiando di provocare una tragedia (Nella parte a ponente, era stata aggiunta negli anni 1930 una parte usata come uffici dalla dogana e come abitazione degli impiegati, poi dagli operai addetti alla fase di risanamento: nella notte tra 21 e 22 dic.1993 la costruzione franò presumibile per demolizione o rottura di qualche trave portante che indebolì la struttura, seppellendo e fratturando una gamba ad un guardiano che custodiva gli spogliatoi ed il materiale della ditta Carena, contenuto in container appoggiati al muro, e da utilizzarsi per i lavori nel futuro palazzo delle poste; questa appendice fu eliminata radicalmente, tutta: se ne intravede il segno sulla facciata. Questo incidente fu innesco per proposta di eliminazione di tutto il vetusto magazzino
Nel 1994 emerge anche una “manifattura tabacchi di Milano, organo competente per la manutenzione dell’immobile” che in quell’anno diede corso a dei lavori -per una spesa di 3-400milioni- con messa in stato di sicurezza (rimozione rifiuti e detriti interni; copertura in rame, e rimozione delle protezioni esterne) .
Nel 1995 la questione è finita in Parlamento, oggetto di una interrogazione dell’on. Roberto Di Rosa: il Ministero apparve disponibile a modificare i vincoli ed a cedere al Comune -a titolo gratuito o corrispettivo simbolico- perché lo gestisca a favore del quartiere.
Nel 1996 finalmente si parlava di donare il palazzo alla bocciofila Bottino, ma nel 1999, nulla di tutto fu fatto. Nel febb. 2000 si dava scontato la regolarizzazione della bocciofila, con l’accordo di un affitto al demanio (per l’area a levante del palazzo, per un totale di 600 mq).
La parte a ponente (ma il cui ingresso è proprio il civ.36) è stata occupata il 23 novembre 1996 e mantenuta dal gruppo ribelle sociale autogestito del Centro sociale “Emiliano Zapata” (Il nome è tratto dagli omonimi guerriglieri messicani del Chiapas, guidati da comandante Marcos. Il movimento, nato a Milano (dal Leoncavallo), rientra nell’area dei “No global”; aprì le sue iniziative di autonomia gratuita, in Genova il 6 gennaio 1994 occupando la scuola di salita Bersezio. Col beneplacito e semiclandestino silenzio delle Autorità che così forse possono meglio controllare le attività di questa realtà giovanile estremista, più o meno legalmente ed irruentemente inserita nel panorama culturale di oggi, prevalentemente tollerato ed appoggiato alla politica della ultra sinistra, fautori di iniziative spesso al limite della legalità (dichiarandosi anarchico-antifascisti per cultura, non disdegnano azioni similfasciste = sarebbe necessario stabilire quando e cosa vuol dire “fascista”: per me è quando c’è arroganza, ovvero carenza di democraticità (ovvero di libertà di parola ed azione degli altri) con azione di soprafazione senza dialogo e con l’uso della violenza; scarsa considerazione delle necessità dei convicini territoriali (mugugni per il chiasso notturno). Ne conseguono, contrasti fisici specie con gruppi altrettanto estremisti (SPd’A fu “blindata” a fine febbraio 05 per un comizio di Alleanza Nazionale in piazza Modena); cortei pro diseredati nel mondo, come i Curdi (e questo è condivisibile, ma unico rispetto le innumerevoli minoranze vessate nel mondo – dall’Africa al Tibet ignorate: lascia pensare ad organizzazioni che ‘usano’ uno scopo buono – i Curdi- per solo are casino e manifestare contrarietà alle istituzioni); o programmi di presenze fuori città da raggiungere con mezzi pubblici senza pagare i biglietti. Centrale strategica ed operativa delle mobilitazioni ‘anti o contro’ (antirazzismo, antiproibizionismo, antifascismo, antiguerre) che hanno portato la città all’attenzione nazionale e mondiale, dal Tebio (salone delle Biotecnologie: le “tute bianche”) al G8 (i disobbedienti); alla guerriglia urbana del luglio 2001; all’occupazione di altre case sociali (al Lagaccio la “Terra di nessuno”-; a Prà il centro Baraonda; Bolzaneto gli “Inmensa”; Molassana il centro Pinelli; in centro, in via Bertani, il Laboratorio Buridda; tutte definite ‘spazi autogestiti’ e sedi della nuova ‘disobbedienza civile’); comunque motori di ‘graffianti’ attività sociali specie no-global, musicali con nomi di spicco internazionale (nel 2004 fu ospite il guayanese Neil Frazer - detto Mad Professor - mito della musica reggae (della quale abbiamo a Genova il gruppo ‘the Goutez’ della ‘Zena Reggae Foundation’), ed a vantaggio dei più emarginati (diritti degli stranieri), campagne antiproibizionismo (ovvia quindi la disobbedienza alla legge contro il fumo, non si esclude quella all’hashisc ed a tutte le droghe pesanti).
Sono quindi un movimento che cerca di organizzarsi esprimendo una realtà estrema del disagio giovanile, con un piede nella ragione ed uno fuori, giustificati dall’essere troppo spesso disoccupati e quindi giustamente arrabbiati.
Reduci appunto dall’occupazione di un palazzo ex-scuola posto in salita Bersezio (che terminò con l’intervento delle forze dell’ordine, le quali procedettero con la forza allo sgombero tra segnali dalla popolazione di solidarietà e di ostilità); poi altra scuola dismessa in via Pellegrini al Campasso; idem fugace alla Crociera in un ex capannone dell’Ansaldo di via Operai; poi idem a Granarolo; infine qui dal 1977, cercando meno irruentemente di inserirsi nella vita del quartiere senza creare disagi ai residenti, ed utilizzando i locali per riunioni e feste loro, anche se senza autorizzazione di agibilità, ma con la sponsorizzazione del Comune sia per i manifesti dei concerti (nel 2004 il guaianese-inglese Neil Frazer alias Mad Professor mito della musica reggae, e la band genovese dei The Goutez) sia per la concessione di applicare inferriate alle finestre; e sia per la corrente elettrica alla quale sono allacciati ma - si dubita molto - abusivamente).
Ultimo scontro –come già accennato- avvenne a fine febbraio 2005 con esponenti del partito politico Alleanza Nazionale che in piazza Modena cercava firme contro la illegalità dei centri sociali e pro loro chiusura (in odore di provocazione). Minuti di forte tensione, scintille, parole ed ortaggi; cordone di polizia; saracinesche chiuse. Tafferuglio tenuto sotto controllo dalle forze dell’ordine. I soliti discorsi tra sordi: uno accusa l’altro di illegalità; gli altri di fascismo ed antidemocraticità negandosi la libertà di espressione.
Non ultima, era che entro il 31.12.2000 il Ministero del Tesoro, con scritto della direzione centrale del Demanio, ne aveva decretato la vendita all’asta proponendoli come privi di interesse, valore che però era da confermarsi da parte della Soprintendenza (nel Genovese tutte in pessimo stato di conservazione, rientravano nel progetto la casa Bonino Ratto (un rudere nel centro storico adiacente ad un ex convento del 1600; volume di 6750 mq di valore catastale 758 milioni), il Deposito del Sale (15.200mq, valore 2970), 5 fortificazioni (Begato, Diamante, Puin, Sperone, Fratello Minore. Area complessiva di 8 ha)); con l’invito all’assessorato al Patrimonio del Comune di non far utilizzare le aree (idea questa che ha creato disagio tra i soci del club Bottino). Nell’aprile 2000 la Soprintendenza qualificando le strutture quali beni di interesse storico-artistico riuscì a fermarne la procedura. La costruzione, di m. 120x15, in pietra viva, ben aerata, capace di conservare il prodotto all’asciutto in sei capaci magazzini di circa 160 mq cadauno; e nella parte a ponente con scale che consentono l’accesso a varie altezze con uffici -una volta occupati da dipendenti delle dogane-, è considerato malgrado la sua mole abbastanza sgraziata e la sua incombente inutile presenza, un bene inalienabile, e pertanto da non distruggere anche se da molti decenni non sono stati pochi i tentativi e le voci favorevoli ad abbattere il deteriorato -ma sempre possente- manufatto. Nella parte a levante, si susseguono tre enormi vani , vuoti, in terra battuta (i locali verrebbero molto utili alla vicina sezione di pétanque per i tornei al chiuso, in attesa di trovare idee altrettanto utili e poco costose come dei centri giovanili, da soddisfare un po' tutte le età).
Così, alquanto malconcio, viene popolarmente chiamato “Baraccone del sale”; come già detto, per la ferrovia antistante era prevista una fermata davanti al palazzo chiamato ‘Salaccio’.
Molteplici sono gli enti competenti interessati: dal Consiglio di circoscrizione, i cui progetti ed interessamenti, nel gioco delle varie competenze, purtroppo contano ben poco; alla Sovrintendenza per i beni ambientali ed architettonici della Liguria a cui non interessa l’uso del fabbricato ma solo la sua conservazione; di conseguenza applica i vincoli conservativi ritenendolo monumento nazionale in quanto raro esempio in tutta Europa di antica salina ( legge 1089 del 1.6.1939; solo in sede ministeriale possono essere valutati progetti diversi dalla manutenzione -se non altro delle strutture esterne-, purché di interesse pubblico prevalente); al CAP sul cui terreno è eretto e vi possiede una pesa pubblica; ma soprattutto al Demanio ( Ministero delle Finanze - amministrazione dei monopoli, con sede a Lucca) che lo possiede e che dovrebbe cederlo al Comune ( il quale, nel piano regolatore ha previsto l’area “ad uso pubblico”: cioè si impedisce qualsiasi altra utilizzazione), ma -non si sa perché- non avviene.
Ancora nel febb.2001 si è scritto di riaccese ed improvvise trattative di vendita, per alienazione da parte del ministero del tesoro e delle Finanze intenzionato a vendere dei beni, compreso alcuni forti (per i quali solamente però è nato il veto dei Beni culturali). Ovvia la richiesta di prelazione da parte del Comune e circoscrizione. Ma la notizia è finita lì.
Nella parte più a levante, vicino al Comune, per 5-7 metri manca il tetto. Cosicché nel settembre 2004 un ampio tratto del muro perimetrale sul lato nord-est crollò all’improvviso: solo danni alle cose. È stata l’Agenzia del Demanio ad appaltare i restauri urgenti (ditta Edicato) con una spesa di 75mila e. Ma ne occorreranno altri 200 e più, per riqualificare l’opera nella parte mancante di tetto (la cifra è uguale a quella impiegata 10 anni fa, per riparare i già fatti ¾ del tetto). Si ripropone che la proprietà è dell’Agenzia del Demanio il quale ha dato a Tursi la concessione all’uso; il Comune ha la prelazione nell’acquisto, ma la cifra o non stata dettata o è eccessiva. L’importanza architettonico-artistica è del portale.
==PIAZZA DELLA DOGANA (senza targa)
===civ. 38: grande palazzo che comprende anche il seguente portone, civv.38+40 decorato con grosse facce in gesso di tipo leonino.

civv. 38 - 40 e civ. 42 degli ex bagni Vittoria ed ex-docce
Nell’angolo a levante, a piano terra, l’entrata di un club “ACE-IN” di giochi a carte, compreso il poker con modalità legali. Il locale, il 24 nov.2008 è stato scena di drammatico evento, legato ad un insano giocatore Giorgio Moriconi, di anni 36, che –sconvolto da una esclusione al gioco- con una tanica di benzina ha dato fuoco al locale rimanendo gravemente ustionato ma uccidendo nel rogo due persone (il titolare –Michele Manto, 58 anni- ed una giocatrice –Silvana Rossi, 66- ustionati pressoché al 100%, sopravissuti per pochi giorni). L’accusa di strage (sino al 1944 punibile con pena di morte) porta all’ergastolo; ma riconosciuto nel 2010 semiinfermo mentale avrà lo sconto del 33%.
Civ. 40 - Sopra il portone del 40 una piccola effige della Madonna della Guardia. Carino è l’atto di autorizzazione alla costruzione dell’edificio. Dice: “regia patente del 22 apr.1834, colla quale sua Maestà concede un’enfiteusi ed albergamento perpetuo a Domenico Galliano e Domenico Testa ...negozianti, produttori di olio d’oliva, nati e domiciliati a Sampierdarena -mandamento di Rivarolo, provincia di Genova- ...Testa che ha dichiarato di non sapere firmare e si è crocesegnato ... dopo lettura e spiegazione dell’atto ...metri q. 640 (40x16) di sito arenile formante parte della spiaggia del mare... e posto in fronte degli altri caseggiati di quel sobborgo...posto tra la sboccatura dell’acquedotto della Crosa dei Buoi e lo stabilimento dei Sali...all’oggetto di ivi erigere un fabbricato...su un terreno che resta a guisa di monticello elevato irregolarmente dal piano della Strada e dalla spiaggia...confinante a levante con altra casa del sig. Testa Domenico, dal lato a ponente con sito arenile e mediante questo con casa dé signori fratelli Canale...di tre piani oltre i fondi terranei ossia magazzini (sotto uno dei quali passa il Canale della Cloaca comune, ...l’ultimo dei quali piani ossia quello a tetto diviso in due appartamenti ...sia da pagarsi in perpetuo a favore del regio Demanio un canone annuo di lire nuove 11 e cent. 52 ... e sia distante da quelli laterali 40 m. almeno, la cui larghezza non si estenda verso il lido oltre 16 m dalla linea dei medesimi verso la strada Reale...non sia praticata alcuna porta dal lato del mare e tutte le finestre al piano terreno siano munite d’inferriate fisse ...avendo preso in considerazione il vantaggio che ridonda agli abitanti di quel sobborgo dalla costruzione ....
Nel 1879 avvenne la servitù di condotta d’acqua Nicolay per mezzo di canali di piombo sottostanti il pavimento del magazzino (quando prima c’era solo una cisterna da cui l’acqua veniva estratta con una pompa collocata nel corridoio a vestibolo di accesso alle cantine). Nel 1929 il palazzo fu sopraelevato degli altri piani.
===civ. 42. piccola palazzina con -a fianco del portone- il:
===civ. 164r: Ex albergo diurno, popolarmente ‘le docce’.
Nato come stabilimento balneare chiamato Vittoria, fu -alla costruzione del porto antistante- riutilizzato a bagno o doccia per il pubblico che in casa si lavava con la conca perché i servizi casalinghi, chiamati ‘latrine’, o erano rappresentati dalla sola tazza – e il più spesso collocate su un terrazzo o in cucina - o comunque non possedevano la vasca (perché di doccia non ne parlava nessuno sino agli anni 1960 ed oltre, insegnata dai film americani (tinozza; vasca per i più benestanti).
Chi aspirava a questa ‘modernità’, punto di riferimento per anni è stata questa palazzina, ove il gradevolissimo abbondante ed energico getto d’acqua era gestito dai fratelli Sacco. Ora, finita la sua funzione sociale, il locale è occupato dal mercato-discount “Più”.
===civ. 44 – 46 sembrerebbe speculare al 38-40; i portoni sono bugnati.
È probabile che il costruttore abbia fatto erigere i due palazzi da unico progetto.
==STRADA ANONIMA, DI PASSAGGIO DA LUNGOMARE A VIA MOLTENI; E, NEL SENSO OPPOSTO, DA VIA PACINOTTI
===civ. 48 piccolo edificio a due piani, unito al seguente
===civ. 48 - 50: sono sulla strada.

civv. 44 e 46 civv. 48 (palazzo rosa) e 50 (palazzo bianco)

===civ. 52 – 54 – 56 Lungo caseggiato in stile operaio, senza terrazzi.
Si descrive che il primo –quello più a levante e che ha il portone non direttamente sulla strada ma sulla laterale verso il mare - essere stato, forse costruito, sicuramente posseduto ed abitato nel piano nobile dalla fam Casazza (descritto a Santacroce e Pescatori), proprietario negli anni a cavallo tra 1800-1900 della sottostante officina calderai.
da mare a monte
Il 12 maggio 1907 - in una seconda strada anonima laterale, oggi facente parte di via San Pier d’Arena ma che prima si chiamava via Pescheria (vedi) e, nel mezzo, via Pescatori (vedi); e che ancor oggi è limitata da officine: a levante, basse con tetto a tegole; a ponente, una enorme porta snodata (a occhio 10x8m) atta a far entrare-uscire anche grossi camion che però non riuscirebbero a ben agire nella strada, che sfocia il Lungomare); sopra il portone c’è una edicola con una Madonna con mani giunte, in atto di preghiera - venne inaugurato nel civ. 52 un nuovo stabilimento della “soc.an. Cooperativa Calderai in rame”, già attivi dall’anno 1900, dediti alla ‘lavorazione di rame in lastre, ottone, ferro ed altri metalli, montaggio di tubazioni per macchine marine, raffinerie e zuccheriere, costruzione di filtri, lambicchi e trombe a vento. La lavorazione del rame era molto produttiva nei primi decenni del 1900; anche l’Ansaldo si premurò innalzare un apposito capannone per completare le caldaie. Ebbero premi alle esposizioni internazionali di 1906 Milano, 1910Bruxelles, 1911Torino. Presidente divenne Orazio Noceti, ma la coop fu chiusa nel 1915 e trasferita a Cornigliano. Sul Pagano/33 è citata, ma a Genova.

cartolina indicante una “piazza del canto” il presidente si firma C.Strabellini
corrisponde alla trasversale verso il mare
ove era l’officina

la foto, scattata da Svicher è titolata “ricordo dell’inaugurazione nuova Officina Cooperativa Calderai in Rame di Sampierdarena” /// 12 Maggio 1907 ///.
In via CColombo nel terzultimo palazzo prima che finisca la strada a lato mare, nella comunicazione anonima con via Lungomare Canepa, era l’officina di calderai di proprietà Casazza, tipico imprenditore che sapeva far lavorare bene ed a lungo gli operai, al punto conclusivo di lui diventare molto ricco e benestante da poter forse erigere –comunque poi possedere- tutto il palazzo dove era l’officina e dove abitava al piano nobile: i suoi figli erano in condizione di non andare a scuola, avere un istruttore personale a casa, vivere di rendita. Una delle figlie, Iucci, divenne sposa del dott.Pastine; da ragazza andava a Genova a scuola privata per imparare a dipingere; quando si sposò, il padre offrì in dote la scelta tra un appartamento lussuoso o l’arredamento: gli sposi scelsero questo secondo, per un appartamento di oltre 200 mq.. Quando il mercato iniziò a creare problemi e le prospettive divennero cupe, il Casazza morì in circostanze misteriose (travolto da un treno
Il terzo portone, è l’ultimo della strada, su questo lato a mare.
===civ. 182Ar (cancello): il Pagano/61 segnala “ Odaglia Cesare, accaio, ferro, ghisa e metalli”.

civv. 54 e 56 avventori ed ingresso della “Antiga Ostaia dü Bepin”
===civ. 194r: antica “Antiga Ostaia dü Bepin”. Esisteva già agli inizi del 1900, quando a mare corrispondeva al cantiere e bagni Bozzano, dove in una sala separata dalla cucina da una tenda (ove lavorava la ‘scià Ginevra’), su tavoli senza tovaglia e panche in comune ai lati, con pochi soldi ma con trattamento proletario, alla buona, come servizi, veniva offerto dell’ottimo minestrone ed altri piatti semplici della cucina genovese (stoccafisso -allora cibo per i poveri perché costava poco-, pesca con totanetti e polpi, farinata ecc.). I frequentatori erano prevalentemente lavoratori operai, tutti conosciuti più col sopraqnnome che davve vere generalità: così o Russu, o Freisa, o Diumira, o Cannunettu, o Sirena che portava pane imbevuto nel vino al suo cavallo in sosta fuori. Al massimo manager ed atleti di qualche società sportiva in vena di qualche ‘rimpatriata’ nelle specifiche occasioni. Durante l’ultimo conflitto, l’osteria fu punto di ritrovo dei partigiani. Il Bepin era una figura tipica del Canto; morì, rubato da breve malattia, alla fine degli anni ’70; ma il suo nome ha persistito per anni sino agli anni 2000, servendo -in modo molto semplice ed a poco prezzo- anche gli impiegati delle ditte vicine, tipo l’Inam.
Il palazzo pare abbia al primo piano appartamenti signorili, con soffitti decorati, mentre la servitù era alloggiata nella parte più a ponente.
A ponente dell’ultimo portone, sino all’anno 2000 era un meccanico, a sua volta nel tempo subentrato ad una carrozzeria (vengono ricordati, ancora nel 1995 carrozzella decorata e relativo cavallo) e ad un carbonaio.
===civ. 216r ove nel 2008 c’è un “Centro revisione veicoli”, finisce il palazzo ed anche la strada.
Sulla facciata c’è una targa in marmo indicante sia il nome della via, (come è interpretata, anche nelle carte comunali e sul frontale del municipio: San Pier d’Arena); e sia con un 2 in alto a sinistra ed un 2718 in alto a destra; e sia sotto, il ricordo che era “già via Nicolò Barabino”.
Il percorso continua diritto assumendo il nome di “via Antica Fiumara”.
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b) PALAZZI A LATO MONTE
===civ. 1 è nel nella deviazione che congiunge la piazza NBarabino con la strada; il terrazzo -posto al primo piano- è infatti quasi in piazza.
Non altrettanto per i civici pari che invece partono dalla palazzina, prima del rettilineo.
VICO NICOLO’ BRUNO
===civ. 3 palazzotto popolare, isolato dalle strade che lo circondano completamente.
civ. 3 con suo portone 

civv. 9 (entrando dal varco) - 7 - 5 civv. 5-7 e 25r
VIA A.PRASIO
===civv 5 - 7: fu costruito su progetto dell’ing. Dellavalle Emanuele nel 1915, di proprietà Dellepiane Agostino. Sono visibili vari disegni progettuali via via modificati per esigenze non conosciute e che -da un aspetto iniziale sobriamente modernista, passa ad una struttura più solida nella decorazione, per finire con elementi semplici, dettati dalla praticità ed economicità (tipo le poggiolate a cui fu preferito il normale pilastrino in cemento agli elementi iniziali in ferro battuto.
===civ.9: il portone non è direttamente sulla strada, ma nel retro, in un piazzale che rimane tra il palazzo ed il retro di quello che si apre in via Buranello: subito dopo un largo portale rettangolare - caratterizzato da decorazione a sbalzo in stucco in ambedue gli angoli in alto, chiuso da cancello - si sottopassa un PRIMO SOTTOPASSO, la cui larghezza ed altezza permetteva l’ingresso di una linea ferroviaria che riforniva il grosso deposito di legnami, della ditta Forni.
Ora l’area appare impenetrabilmente chiusa ed è visibile solo attraverso due palazzi di via Buranello (vedi foto sotto).
Dove rimango perplesso è che – rispetto al voltino- il portone 9 è a levante mentre in via SPdA il palazzo sembra si sviluppi a ponente del voltino.

a destra il voltino, ed a levante il portone civ.9. civv. 11, 13 e 15 (grigi)
Visto da via Buranello
===civv.11.13-15: Un SECONDO SOTTOPASSO porta ad una piazzetta interna che ha i tre civici: il primo è a piano terra, a levante dell’atrio; il secondo è a nord di esso ma al primo piano, raggiungibile con una scala esterna; il terzo è a piano terra, nel sottopasso dalla parte di ponente.
===civ.17: palazzo di 6 piani; da qui si dovrebbe avere ufficialmente accesso alla antichissima ‘Torre dei Frati’ ma non esiste nessun tramite pubblico ed è quindi visibile solo da via Buranello.
civ. 17 Madonna con Santi,
posta sopra il 59r
=== manca il civ. 19.
VICO ANGELO RAFFETTO sbuca nella strada con un sottopasso a voltino.
===civ. 65r: nel cortile interno di una trattoria, ci sono tracce di muri somiglianti a quelli di una torre o palazzo fortificato (***da localizzare e controllare); si dice esistessero alla base alcuni anelli utili all’attracco di barche: questo lascia supporre e confermare esistesse in quel punto una insenatura con porticciolo (Torre dei Frati? equidistante tra capo Faro e la fortezza ?).
===civv. 21, 23, 25
foto dei civv. 21, 23

civ. 25 civ. 27 civ. 29 e 31 civ. 33
===civ. 27: con portone piccolo e semplice, rettangolare. Come i negozi:
===97r e 99r hanno la porta sormontata da un lunotto con decorazione in ferro battuto con al centro la sigla FD assai lavorata in stile liberty.

civ. 97r civ. 99r civ. 27
Altrettanto caratteristico è che al fianco di ponente del portone, c’è un ingresso imponente e decorato, che non è il portone del palazzo, ma l’ingresso di una officina, che ha il civ. 101r (foto sotto).

il 101r (con – alla sua destra – il portone).
===civ. 29 ha un portone molto semplice
===civ. 31 Il portone vuole essere molto decorativo: sormontato da un timpano il cui apice è interrotto dalla una statua sporgente, una testa che è stata troncata ma dalla chioma richiama una testa leonina; sotto uno stucco più complesso racchiude uno stemma recante scritto una sigla AG con le due lettere leziosamente intrecciate sovrapposte, presumibilmente del costruttore (foto sotto).

===civ. 33 (foto sopra) caratteristico perché sottopassato, tramite un grosso tunnel, dall’inizio di via Gioberti. Il portone è immediatamente prima del tunnel e, tra due semirosoni con inferriata liberty, tiene uno stemma con cartigli, al cui interno ci sono in rilievo due stelle a sei punte (foto sopra); la conchiglia sottostante potrebbe rappresentare terre di oltremare.
La casa, per anni ospitò all’interno/1 la “Casa del Sacro Cuore”, le “suore di santa Marta”, famose in città per la assistenza ai malati e la loro disponibilità a fare medicazioni ed iniezioni intramuscolo. (L’istituto di s.Marta nacque a Ventimiglia l’8 sett. 1879 per volere di Tomaso Reggio -che poi arriverà ad essere l’arcivescovo di Genova (morto a Genova il 14 ott.1901; fu succeduto da mons. Edoardo Pulciano-, resosi consapevole dell’estrema importanza della appartata e silenziosa presenza sussistenziale femminile nell’interno di ogni comunità maschile); ***ma donne come Marta –sorella di Maria e Lazzaro- che sapessero trarre lo scopo dalla vita nella carità pratica e spicciola nonché dalle esperienze vissute nei lavori più umili, semplici e nascosti all’occhio disattento della gente. Tra esse, per noi significativa fu madre Delfina, nata nell’astigiano nel 1914 primogenita di numerosa famiglia, al secolo Angela Gallese; ella venne a San Pier d’Arena ancora adolescente subito appena finite le elementari, per entrare a servizio presso la famiglia Zunino residente nella stessa via (nel palazzo Grasso). Qui rimase fino al 1933, quando decise di seguire la vocazione religiosa nata nell’aver visto una suora assistere una inferma della casa. Divenne negli anni 1963-69 superiora generale dell’Ordine). Sfrattate da qui, si trasferirono in via Buranello nel portone subito dopo il cinema, fino allo scioglimento della sede di questa città.
VIA GIOBERTI
Con un SECONDO SOTTOPASSO, sbuca ‘a piano terra, da dentro la casa’; così che il costruttore ha potuto sfruttare pochi metri ancora a ponente, prima di delimitare il
VICO STRETTO S.ANTONIO
===civ 35: la villa Cambiaso; più facile ricordarla come ex pretura. Nella carta del 1757 del Vinzoni, appare come proprietà di Stefano Cambiaso (del quale nulla sappiamo: neanche sul Dizionario Biografico del Liguri ho trovato tracce riferibili a lui o specificatamente alla villa sampierdarenese).
Mancano fonti anteriori a questa data; ma si presume dalle strutture architettoniche non fosse di molto precedente, anche se in alcune stanze del piano terra, si intravedono e conservano caratteristiche degli edifici del 500.
La famiglia Cambiaso, è ricordata già nel tardo medioevo quali notai, banchieri, politici ed imprenditori; stemma con 2 cani (grandi e longilinei, tipo alani) rampanti
=Una fonte descrive come capostipite locale uno Stefano, vissuto prima del 1367; e dalla sua discendenza, altri importanti personaggi si rileggono in documenti del 1396, 1405, 1415, 1420.
=Altra fonte precisa una origine veronese, in particolare dagli Scaligeri, trasferiti (1318) in val Polcevera, dove si dedicarono ad attività agricole e commerciali, con ampi possedimenti (sCipriano, sQuirico) e tombe in s.Maria di Castello. Per questa fonte, capostipite fu invece un Bartolomeo (però vissuto negli anni a metà 1600; al quale successe Gio. Maria; quest’ultimo, rimasto vedovo due volte, ebbe come ultima Angela Caterina Albrione e due maschi Gio.Domenico che gli premorì, e Gio.Batta dal quale –con moglie Maria Pellegrina - si sviluppò la famiglia).
Nel XVIII secolo, si sviluppò specialmente l’attività finanziaria, che fece la fortuna della discendenza anche se iniziata con notevole ritardo rispetto altre famiglie divenute nobili prima di loro.
Infatti solo nel 1700 i Cambiaso entrarono a far parte del patriziato genovese, dapprima iscrivendosi (1731) nel libro d’oro della nobiltà, poi andando a far parte dei membri del Consiglio, dai quali emersero nello stesso secolo i due dogi: G.B. (1711-1772; che col fratello Nicolò (1717-1773) fece costruire la ‘strada Cambiagia’ lungo la valPolcevera e diretta a Novi – vedi a ‘Cambiagia’) e Michelangelo (1738-1813) cugino del precedente, che con la carica prima di doge, poi di ‘maire’ della Repubblica Ligure consegnò a Napoleone le chiavi della città).
Così che solo verso la fine del 1700 vediamo dei Cambiaso possessori di due palazzi in Strada Nuova (via Garibaldi) ed uno in piazza Fontane Marose, più la maestosa villa omonima d’Albaro; più ampi possedimenti nell’Alta Liguria (oggi Basso Piemonte: Gavi in particolare.
Ma che già all’inizio del XIX secolo, avvenne lo smembramento dei vasti possedimenti, per dissipamento dell’ultimo erede (Santo, figlio di Luigi - 1881-1947).
Non è possibile da me sapere se esiste relazione di parentela tra i su descritti ed il più famoso Luca Cambiaso pittore.
Dopo il 1900 l’edificio divenne proprietà di un Parodi; in una planimetria del 1917 circa, appare scritto “Banca d’Italia”; finché venne affittata ad uso Pretura locale, la quale smise il servizio decentrato, negli anni ‘80; anche se ha conservato per anni lo stabile parzialmente svuotato come deposito (libri, cartacei) in notevole disordine e sporco.
Negli anni 2000 è stata svuotato ed adibito ad appartamenti privati.

La facciata è classicheggiante, con piano terra alto e bugnato mentre all’apice in alto, il timpano triangolare è raccordato da volute ed anfore, (unica decorazione sopravvissuta seppur rimaneggiata totalmente, escluso il piano terra –vedi sotto-.); l’ingresso è decentrato verso levante se pur ha un fornice similare simmetrico a ponente ma che non è portone.
Internamente solo il piano nobile ha stanze più spaziose ma prive di decorazione: sui soffitti non vi traccia alcuna di dipinti: tutto è stato coperto con imbiancatura anche se ora non è più di quel colore; si legge ci fossero affreschi della scuola del Semino; e pare che sino a pochi anni or sono si conservasse una stanza adibita a cappella privata dei proprietari. L’ammezzato soprastante, attualmente è adibito ad abitazioni, ed è privo di interesse; così come l’attico, ridotto in larghezza. Il giardino, fin dall’inizio ristretto in pochissimo spazio, aveva poco sviluppo intasato tra la strada a sud, vico Stretto sant’Antonio a levante, la proprietà della chiesa ad ovest, ed a monte i giardini di villa Crosa: quindi un giardinetto stretto come la casa e di poco più lungo.

ingresso aula del tribunale atrio dopo il restauro
È difficile giudicare con l’occhio di oggi la presenza di una villa con così poco spazio attorno e così disadorna; nei due-tre secoli dopo l’erezione però, era per i proprietari simbolo di prestigio e di non disprezzabile bellezza messa così davanti al mare che le faceva giardino e spettacolo diretto, essendo vicina al porticciolo della Cella ovvero là dove ‘si viveva’ il borgo. Praticamente ora ha perso tutto il suo significato di villa patronale e turistico; ed abbandonata come è, sembra passivamente tenuta lì in attesa di tempi migliori, che però nel 2002 neanche si intravedono.
Dal 1935 sono tutelati dalla Soprintendenza peri beni architettonici, gli “affreschi nella Casa in via Sampierdarena civ.35”: ma affreschi non ce ne sono più, eccetto a piano terra al:
===civ. 131r in questo negozio, a piano terra della villa, il soffitto ha degli affreschi ancora ben conservati. Sino al 2007 ospitava un negozio di articoli ed abbigliamento sportivo (Calciomania) che nell’anno dopo si è trasferito più a ponente.


==civ. 37 = secondo un inquilino vicino, era l’ingresso principale di un convento di suore che occupavano tutto lo stabile (anche i civv. 43 e 45) prima di una ristrutturazione ottocentesca. Dopo questa modifica –da convento ad appartamenti-, la parte più bella -con finestre del piano nobile ancor oggi più alte, e con sale affrescate sui soffitti- è rimasto appartamento a se stante, dove lavora il pittore Andreoli Gatto mentre tutta l’altra parte del convento divenne ‘casa popolare’.
===civ.39 non c’è più. Fu soppresso per demolizione e ristrutturazione nel 1977
===civv. 43 - 45: Un voltino con cancello, inoltra a questi civici. A detta di un inquilino, una prima ristrutturazione avvenne nell’ottocento, modificando un edificio che in origine - lui dice 1300esco - era un convento di suore (e quindi prevalentemente composto da celle ed ampi saloni); si crearono numerosi appartamenti relativamente piccoli, ad uso operaio, e come tramezze furono utilizzati mattoni fatti con la polvere di carbone. All’esterno sulla facciata del palazzo, una nicchia vuota sopra il cancello segnala che una volta ospitava una figura di san Giovanni Battista che - come il san Rocco di via Urbano Rela, 1 - durante una recente ristrutturazione- fu rimossa e... furbescamente (tanto non interessa più ai condomini ma solo agli antiquari ($?)) mai più rientrata al suo posto.
civ. 43-45 (a destra); 47 (cen- civ. 45 verso civ. 43: in fondo a destra
tro);49-53 (voltino a sinistra)
Si accede al civico 45, superando il cancello e trovandolo nell’atrio retrostante - sotto questo TERZO SOTTOPASSO; proseguendo lungo un carruggetto nel retro (dapprima coperto da ampia volta –fu allargato durante una ristrutturazione ottocentesca ed esteso sotto il caseggiato stesso-: a detta di un inquilino, inizialmente era più basso e stretto rispetto oggi, quale appare nel tratto più all’interno; ed ove si conservano a terra, tracce di un antico pavimento a ciottoli) e successivamente all’aperto, con andamento finale ad angolo retto verso est (┌) si arriverà al civ. 43. Nel tratto all’aperto, la casa che fiancheggia questo lato di ponente (terza foto sopra, colore rosato), è lievemente svasata alla base (come richiedevano le antiche costruzioni di pietra); ed nell’angolo ha un alto cancello racchiuso tra due pilastri (terza foto sopra, in fondo), sui quali c’è in rilievo una fluoreggiata sigla “GC” (si entrava con i carretti a soma nei depositi a cisterna dell’oleificio Giacomo Costa, che occupavano i fondi dei palazzi, di proprietà dei Costa; con la progressione della motorizzazione questo ingresso divenne inagibile e si provvide ad una entrata da via G.Buranello.
Riassumendo: il civ. 43 è in fondo al ramo, deviando poi a destra, ed ha due scale. Il civ. 45 è a destra uscendo - vicino all’ingresso principale, sulla parete di ovest.
===civ. 47 piccolo androne sulla strada, subito seguito da scala, posto prima del voltino più a ponente (prima foto sopra, voltino a sinistra).
===civv. 49, 51, 53 inizia con un tunnel sotto la casa, similare come grossezza e fattura al precedente. Quasi all’esterno c’è un piccolo marmo con scritto “P.P. Proprietà Privata”.
Superato il voltino e tornati a cielo aperto, a destra c’è un poco più largo e lungo spiazzo, con il civ. 49 - seguito dal 51; mentre a sinistra (ponente), appena all’inizio c’è il civ. 53 (al quale si accede tramite un microslargo laterale –una erniatura- che ha anche l’ingresso del club privato sotto descritto) e, proseguendo si costeggia il confine con la proprietà della chiesa della Cella e la chiesuola di s.Agostino.

muro che separa la rientranza dei civ.53
civici 49-53, dalla proprietà della
chiesa (raggiungibile - con la
ex-scaletta attraverso la porta in alto)
===167r il club ‘la Cage’, privato, di gay o -come descritto- di liberi pensatori senza vincoli morali, da loro ritenuti oppressivi. Nato nel 1985 circa, ha centinaia di soci ambosessi, ed è aperto solo nelle ore notturne con una capienza di 50-60 persone-soci.
il club La Cage
===civv. 55, 57, 59 sono tre civici sulla strada:
Il secondo è caratterizzato – sopra il portone - da una architravatura in gesso (o marmo) sovraporta a sbalzo, che comprende anche una finestrella posta al lato di ponente.
Il terzo, posto d’angolo con la piazzetta, ospita un hotel chiamato ‘Fiorita’ che già esisteva negli anni ‘70. Nei primi del 2011 un pezzo di intonaco del cornicione si è staccato, cadendo su un terrazzo e facendolo crollare a terra; ad aprile tutto è già stato riparato.

civ.55 civv. 57-59 civ. 61 e 63 civ. 63
PIAZZETTA SAGRATO DELLA CHIESA DELLA CELLA
===civ. 61 : non esiste, ma è forse il civico dell’ingresso laterale della chiesa
===civ. 63: nella stessa piazzetta; sul portone, che si apre laterale a ponente, c’è un altorilievo dell’”Ecce Homo”, di fattura moderna.
Sulla nostra strada, la facciata in angolo ovviamente non ha portone; si aprono

farmacia Levrero civ.189r civv. 65 – 67
===civ. 185-7r: la antica farmacia Levrero. È probabilmente la più antica nata a San Pier d’Arena. Il dr. Levrero Attilio la rilevò nel 1883 quando pare che l’esercizio avesse già più di cinquant’anni di vita. Nel 1908 era ancora di Levrero, allora in via Cristoforo Colombo, 47. Nel 1933 ed ancora nel 1961 ne era titolare il dr. Balletto MarioAlbino; ad esso è succeduto l’attuale dr Parodi che intelligentemente ha conservato l’antico nome.
I primi centri di distribuzione di generi medicinali, sono da ricercarsi nei vari monasteri che avevano anche funzione di ‘ospedale o ricoveri di carità’, specie quelli retti dagli Agostiniani che avevano il dovere di assistere i malati. Le prime ‘apoteche’ o spezierie, nacquero nelle città assai tardi, tra il XVII e XVIII secolo: ricche di bilancini, vasi e recipienti vari per contenere le erbe, essiccate in ceste o appese al soffitto e spoglie di animali specie le vipere, e nel laboratorio alambicchi, storte, pignatte, spatole, filtri e fornelli, il tutto forniva il fascino della scienza misteriosa e molto magica . La prima farmacopea ufficiale entrò in dotazione nel 1785: comprendeva l’elenco di 480 sostanze per preparare 173 formule di maggior uso, rivelatesi sistematicamente inutili contro le ricorrenti epidemie di vaiolo, peste e colera. Fu sotto l’impero napoleonico che nacquero i primi diplomi ufficiali dovendo superare esami specifici davanti al Consiglio Superiore di Sanità; e fu nella prima decade del 1800 in cui si impose la vendita delle erbe medicinali ed in specie dei veleni, di esclusiva spettanza delle farmacie. Solo con l’incremento della popolazione richiamata dalle industrie meccaniche, si ebbe dal 1840 in poi il parallelo crescere degli esercizi di farmacia: nel borgo, nell’anno 1889 ve ne erano quattro (oltre la Levrero, Dr.Raffetto in via della Cella, Delpino in crosa dei Buoi, Milanesio in via s.Antonio; nel 1908 erano 8 essendosi aggiunte la Bassano-via Cassini, Sibelli-v.Buranello, Danovaro (ora non c’è più)-Grosso-v UmbertoI, 20).
===189r A fianco della farmacia, prima del civico, sulla facciata della casa c’è la targa commemorativa (vedi foto sopra) della nascita della P.A. Croce d’Oro: “Nel luglio del 1898 - in questo locale - a rudi lavoratori d’animo generoso - sorse l’idea di costituire - la P.A. CROCE D’ORO - nel XXI anniversario sociale - in segno di ricordanza “.
===civ. 65 - con solo un paio di finestre per piano; nel 2011 ospita da anni il ristorante “Teresa” caratteristico per l’antipasto composto da numerose portate di varie qualità di molluschi.
===civ. 67 con quattro finestre per piano.
Segue la facciata laterale del palazzo che, col portone si apre in via Giovanetti: sulla strada ha due entrate civv 201-203r
VIA GIACOMO GIOVANETTI
===civ. 69: è una casupola di 4 piani con una sola fila verticale di finestre. Appare già esistente nella mappa del Vinzoni del 1757. La facciata ha –alla base- solo il portone, minuscolo e semplice;
segue attaccato, un altro edificio, anch’esso a tre piani ma lievemente più basso il quale sulla strada ha due soli civici rossi:
===207-209r - nel 2011 appartenenti ad un bar “i piaceri del caffé”. Il portone è forse il civ. 1 di via della Cella (scrivo forse, perché detto portone è collocato in un edificio che è più basso di quello che si affaccia su via SPdArena).
civ. 69 (nelle foto, nel palazzo rosso) ed il bar i civv. rossi dal 211r al 217r
VIA DELLA CELLA
La casetta a due piani, sull’angolo a ponente di via della Cella, non ha portoni sulla strada - ed è in via della Cella, il civ. 2; quindi sulla strada ha solo rossi, dal 211r al 215r occupati da un bar-trattoria.
Tra questa casetta e la villa seguente, attaccato, c’è il:
===civ. 217r una porticina che sembrerebbe far parte a sé, con sopra una sola finestrella; invece è parte della villa perché serve per scendere nei fondi sotterranei della villa stessa. Nell’elenco SIP/71 a questo civico c’è un Fravega B con telefono: evidentemente da allora sono stati cambiati i civici
==civ. 71 - 73: la villa Pallavicino.
Famiglia e Persone: i Pallavicino (-ni, -na) furono una delle principali famiglie genovesi ghibelline; nei secoli successivi, imparentandosi formarono un albero assai vasto di generazioni
= La ricerca dell’origine, trova a Genova un Nicolò Pelavicino negli incartamenti risalenti al 1154 dalla Lombardia o da Parma e quindi con legami con gli omonimi longobardi (obertenghi) dai quali forse traggono origine.
Alcuni secoli dopo, entrarono nell’albergo dei Gentile, e vi rimasero sino alla seconda metà del 1400 quando - associandosi con i Guarachi (tre lapidi in san Domenico), de Ita, Busenghi, Frascolati – ripresero, per iniziativa del cardiinale Antonio, l’antico cognome.
Fu poi Giulio q.Agostino, che esperto nelle patrie discendenze, ritrovò e illustrò la ampia genealogia, inficiata nell’attendibilità solo perché nel XVI sec. entrò in uso preparare alberi genealogici di comodo . Nel 1528 ricchi e numerosi, formarono un albergo proprio al quale si aggregano una serie di altre famiglie: Amandola, Basadonne, Brignali, Buzenga, Clavarina, Coronata, Frascolati, Guarachi, Ita, Parodi, Pisani, Platona, Rocca, Scaglia, Rotola, Scotta, Sivori, Vivaia.
Per scelta, assai raramente li vediamo coprire cariche politiche di rilievo giudicate improduttive (Agostino nel 1637 e GioCarlo e Aleramo, dogi; molti cardinali, vescovi e militari): loro prestigio fu dal medioevo alla fine del 1800 interessarsi delle proprietà terriere ed immobiliari con lo scopo finanziario. E ben ne colsero quando, finito Napoleone durante il cui impero fortemente si era incrinata la forza economica dei Pallavicini, la Restaurazione ai nobili poté almeno restituire i beni immobili (specie di Masone).

Stemma = Lo stemma ha tre croci nere unite in campo argentato nella metà superiore, e 5 dadi azzurri a croce in campo d’oro nella metà inferiore: “cinque punti di rosso equipollenti a quattro d’argento; al capo dell’Impero”).
I Pallavicino dapprima assorbirono i Guarachi; poi entrarono nei Gentile (l’arma vide quella dei Guarachi ridotta (le 3 croci), per l’inserimento di quella dei Gentile); infine, quando tornarono Pallavicini, conservarono lo stemma combinato tra i due.
Ville = Numerose in SanPierd’Arena -9- quelle dei Pallavicino (in corsivo quelle distrutte): vico Cibeo; via Dottesio (Moro); sal.s.Barborino; v.PChiesa (Gardino); via San Pier d’Arena (Credito It.); s.G.Bosco (salesiani), v.Currò (Durazzo); c.so Belvedere; via GB Monti (civ.20).
È del nov.1669 un atto notarile che cita l’ill.mo Carlo Pallavicino q.Luca, (v.Battilana pag 25-sarà lui?; comunque è uno tra i tanti, troppi sconosciuti) che loca a Francesco Ravaschio una villa coltivata ad orto e seminata, con casa situata a San Pier d’Arena, annessa al suo palazzo, per tre anni e per l’annua pensione di lire 100 per il primo anno e lire 125 per gli anni seguenti.
Villa = Assai poche o nulle, le notizie di architetti e periodo di erezione; nonché dei proprietari precedenti e successivi. Iniziata sulla palizzata a mare nel periodo del 1500-1600 (dall’epoca medievale la palizzata era un nastro continuo di edifici sul limitare della spiaggia la cui bellezza fu immortalata solo molto più tardi da una delle prime stampe firmata Waldeimer nel 1770***), vicino alle altre appartenenti alla stessa famiglia.
Nel 1708 Volckammer la descrive essere di Nicolò Pallavicino.
Dal Battilana – del 1600 - potrebbero essere (ma nessuno con figlio o nipote di nome Gio.Luigi):
– uno a pag.10, vissuto nel 1671 di Carlo e Salvagina Centurione)- sposo di Flaminia Pamfili. Questo, alla morte del padre (che risulta vivo nel 1648), ebbe una importante causa legale promossa dalle sorelle Livia e Maria, affidata alla Rota Romana. Fratello di Agostino –doge; nipote del cardinale Lazzaro. Morì il 13 agosto 1679 lasciando erede un lontano cugino Agostino).
-- uno a pag.19, vissuto nel 1674, q. Innocenzo e Bianca Sperone- sposo di Elena Assereto.
-- uno a pag. 20, vissuto 1590, di Agostino e Maddalena Spinola- sposo di Maria Serra q Antonio
-- due a pag.24, uno vissuto 1597.1622, di Tommaso e Geronima Doria, sposo di Chiara Lomellini q. Antonio; non probabile perché – aqnche se presunto della famiglia - già con villa in vico Cibeo (vedi)
-- altro, vissuto 1681-1701, di Giulio e Cornelia Chiavari- sposo di Argenta Imperiale q.Giulio;
Nella carta vinzoniana del 1757, non è raffigurata con i segni di una villa ma solo come grande casa di proprietà del mag.co Gio Luigi Pallavicino e posizionata proprio di fronte al Castello.

Non si sa da quando, ma fino al 1936, è stata di proprietà dei Romairone e, in molti libri, è citata con questo nome.
Natale Romairone, ospitò nella sua casa - quale presidente - il circolo Unione 1860 (vedi sotto).
Natale Romairone era vice presidente del CAP (consorzio autonomo del porto: fondato
nel 1903) e morì nel 1916. Possedeva casa in via della Cella al civ.4. Benemerito anche in consiglio comunale e in attività industriale.
A suo nome fu titolata la galleria che fu aperta l’8 maggio 1910. Progettata dall’ing. Odone Bernardini su commissione dello stesso CAP, per collegare – anche ai mezzi su ruota o gomma - il porto di Genova con San Pier d’Arena (prima dovevano fare il giro –sali e scendi- attorno alla Lanterna), è lunga 290 metri, larga 15 ed alta 8.
È tutt’ora – 2011 - presente, ma inutilizzata.

nel 1910 era al civ. 61
Il Palazzo è sottoposto alla tutela della Soprintendenza per i beni architettonici, dal 1936.
A lungo è stata del Credito Italiano il quale - use pure inattivo come sportelli per il pubblico – ebbe proprietà totale della villa sino al 1984, quando la abbandonò come uffici, lasciandovi però deposito cartaceo e permettendo l’uso in affitto del piano nobile (raggiungibile dal porticino posto laterale a ponente (di servizio?) rispetto quello principale) alle due associazioni private, il Lions Club Sampierdarena ed il Circolo Unione.
Rimase così per ulteriori anni, andando gradatamente in abbandono la parte non data in affitto e non vissuta. Dopo lunghi e lenti restauri a tapullo, sollecitati dalla Soprintendenza guidata dall’arch. Gianni Bozzo e dietro pressione del CdCircoscrizione (Federico Passero) a sua volta sollecitato da petizioni popolari fin dal 1994, lavori più seri furono iniziati nel 1966, diretti dall’arch.Giacomo Cambiagio e costati la metà della cifra proposta (=1 miliardo): fu così ridipinta la facciata e rifatto il tetto, e come tale fu posta in vendita nell’anno 2000, per la cifra di due miliardi (uno dei possibili acquirenti apparve l’ INPS per suoi uffici decentrati di delegazione ma poi non se ne fece più nulla).
Con tutti i nullaosta necessari, nel 2004 iniziarono i lavori di ‘restauro e risanamento conservativo’ – commissionati da “Villa Pallavicini srl di corso A.Podestà 6/2, sede anche della soc. di costruzione – tel. 590904 - dopo progetto dell’arch. Mariarita Mariani sorvegliati dall’arch. Gianni Bozzo; progetto strutture e lavoro ing Luciano Garbarino; direz. lavori arch Mariangiola Bollero; geologo Alessandro Sacchini
Alla fine, dopo anni di apparente abbandono, il 6 giugno 2008 vi è stata inaugurata la scuola di danza classica “International Dance Academy”
Anch’essa, eretta in ritardo rispetto altre ville del borgo, si ritrova ad avere un terreno angusto, con via della Cella a levante ed a ovest la più prestigiosa villa del Monastero: anche il giardino dietro era piccolo; ed ai primi del 1900 fu lottizzato (vedi area Vernazza), lasciandole nel retro solo un’ipotesi di verde. All’interno, l’atrio di ingresso -più profondo, e raggiungibile dall’esterno tramite doppia scalinata convergente, trapassa in un breve vestibolo -meno profondo, che con caratteristiche post alessiane, si intravede al di là di una tramezza a triforio interrotta da colonne-, con sovrapposte lunette ed unghie, a formare il soffitto a padiglione. Molto è stato rimaneggiato al punto che solo un valente architetto saprebbe riconoscere le originali caratteristiche (la loggia -oggi tamponata, ad unica arcata, affacciata sul retro con bella balconata di marmo-, le scale rifatte in posizione diversa, i saloni disposti e sfruttati in disposizione atipica, la decorazione pittorica trascurata ed ormai scomparsa). Non appare conservata l’antica decorazione in nessuna stanza, scomparsa sotto strati di vernice susseguitesi nei tempi: nel salone appariva ancora bello il tondo - con i putti che si affacciano ad una balconata - circondato da altri medaglioni e grottesche, ma che nel 1998 era scomparso.

foto anno 1998 -atrio scala sommo scala sale

salone

vani a tetto panorama dalla finestra – verso levante

sotterranei carbonaia pilone di sostegno

il retro atrio – foto d’ufficio
Come già scritto, e con entrata al civ. 73 vi avevano sede, raggiungendo con lunga scalinata direttamente il piano nobile, il “Lions club” di San Pier d’Arena (che attualmente si riunisce al Novotel (o al Columbus?), ed ha creato una ‘agenzia di stampa delle Anime del Paradiso’: ovvero la memorizzazione dei soci defunti), ed “il Circolo Unione 1860”. Quest’ultimo, sopravvissuto fino a pochi anni fa, nacque il 4 marzo di quel lontano anno, con carattere sempre di MS mazziniano; esclusivamente maschile (le signore ammesse solo alle feste o cerimonie. Se pur con i caratteri di base della socialità e del lavoro, ha sempre voluto mantenere una scelta dei suoi soci ( per questo è stato chiamato anche “circolo dei nobili”, non certo per nascita aristocratica ma perché persone di precise qualità morali e sociali che debbono essere garantite da soci presentatori); questa élite un po' chiusa, ha favorito l’evolversi verso un club privato sconosciuto ai più, con giochi a carte, due biliardi, gare di bocce a piano terra, sede di incontri, scambi di idee, conferenze culturali e programmi. Il regime fascista lo tollerò, ma lo spogliò di buona parte dell’arredamento, rinnovato dopo la guerra. Ultimo presidente, Franco Repetti ex bancario. Tra tanti, erano soci Colantuoni (già Presidente della Sampdoria), il Romairone, Salvemini gioielliere, Conte Egidio abbigliamento, Dellepiane Raffaele dirigente delle raffinerie, Reale tipografo, Botto comandante di navi, Casella Lorenzo imprenditore, Rasia dal Polo dentista, Parodi Giuseppe impiegato, Boero e Parodi Giamba colori, Pittaluga ElioLuigi, Checco del Toro. Quando l’edificio fu comperato dal Credito, in contemporanea fu ingiunto lo sfratto. Inizialmente non fu definitivamente sciolto: in occasione dello sfratto (subìto da entrambi, ed eseguito nel 1999 foto 5.142 -anno in cui sembrava che la banca si fosse decisa -dopo ingiunzione del CdC alla Procura- di iniziare una ristrutturazione generale), mentre i Lions locali continuano a riunirsi, i suoi beni sono stati alienati e la cifra del ricavato investita, in attesa (quando scadrà il mandato dell’attuale dirigenza) della scelta: il 2002 venne proposto come definitivo per decidere se riaprirlo utilizzando il capitale, o chiuderlo donando per statuto tutto in beneficenza. La decisione fu invece presa il 28 gennaio 2005: con parte dei 70mila € ricuperati, fu acquistato un macchinario necessario a Gaslini e Galliera per studiare il genoma umano, e 20mila € a Villa Scassi.
===senza civico (al 221r, nel 1933): l’ingresso che fiancheggia la villa su descritta e che si apre nel retro con la popolarmente chiamata “proprietà - o area - Vernazza”, corrisponde all’ex giardino della villa. Un’area di circa 2500 mq (in altra sede è scritto 1200 mq, misurati a occhio) racchiusa tra: =il retro dei civv. 4 e 6 di via Ghiglione (a mare dell’ex mercato ortofrutticolo) =il fianco a ponente della vecchia villa (della quale era il giardino)=e via San Pier d’Arena, dalla quale ultima si accede attraverso un cancello.
a sinistra il mercato di via Ghiglione. Foto Gazzettino Sampierdarenese.
L’area, prima della copertura;

retro del civ. 75, ora chiuso da cancellata l’uscita dal rientro con terrazzamento
piano terra a disposiziione della ‘polizia municipale’.
Il nome Vernazza ricorda l’oleificio ospitato in quell’area -proprietà omonima Giuseppe Vernazza, e poi dei suoi figli - con ciminiera alta oltre 20 metri, adesso abbattuta. Dovette cessare l’operatività all’inizio del secolo scorso, poiché fu progettato nel 1909 da Pietro Giacomardo l’uso abitativo.
Divenuta area comunale (il Comune pare l’abbia acquistata per circa 110milioni: provvide poi alla demolizione di alcuni muri, rifacimento della rete fognaria, spianamento, asfaltatura) fu quindi proposto come area di ampliamento del mercato ortofrutticolo. Infine fu ricercato come possibile utilizzo ad area verde necessaria a tutta la città: “tentata rivalutazione“ a giardino pubblico da parte dell’assessorato del 1991, ma come tante altre belle cose finita nel nulla presumo per carenze economiche; infine –e sino al 2007- è stata utilizzata dal Comune come deposito chiuso delle auto sequestrate o rimosse per intralcio, capace di 150 vetture.
Nel 2008 appare vuota, ma nel 2010 è sempre deposito auto.
=== civ. 75: durante un bombardamento fu distrutto, e rifatto dopo la guerra. È comunemente chiamato “palazzo delle tasse” perché ha ospitato per anni gli uffici delle Imposte, che ora sono a Fiumara. È alto 5 piani ed ha sei finestre per piano. Caratteristica è la facciata a levante, nel vicolo (vedi foto sopra), che all’altezza del primo piano si protende in fuori sostenuta da mensole diagonali: cosa studiata per risolvere due problemi: sfruttare l’area concessa e lasciare più largo l’accesso veicolare all’area Vernazza.

civ. 75 da destra, i civv. 75, 77, 81 da destra i civv. 77 e 81 (biancogiallastro);
83 (rosso), 85-87 (bianco), 89 (rosa)
===civv. 77, (79), 81 = case per abitazioni, con portone molto semplice contornato da lastra di travertino;
il 77 ha 5 piani e tre finestre sulla strada; a piano terra, un negozio – di forniture navali – con la caratteristica della volta del soffitto fatta a vela come era comune nel 1800;
il 79 non esiste;
il 81 ha sei piani ed altrettante finestre per piano; ha – al secondo piano, un bel terrazzo che si apre a solo cinque finestre; ed al quarto piano delle finestre non rettangolari ma in alto con arco semicircolare: ciascuna ha quindi le due persiane adeguate, diverse dalle altre.
Ospita a piano terra:
===247-9r la ‘casa del bambù’, negozio di oggetti di vimini.
===civ 83, 85-87, 89 sono (vedi foto sopra) tutte case a tre piani, una affiancata all’altra, architettonicamente in stile povero, senza terrazzi e probabilmente senza ascensore; ma ciascuna diversa.
Il primo civico, ha cinque finestre per piano ed un portone semplice, sormontato da una nicchia per un santo, nel 2008 vuota.
===251r in questa porticina, ultima della facciata del civ. 83 –racconta Maiocco Giuseppe, presidente dei ‘Cercamemoria’, associazione aggregata alla biblioteca Gallino, nata nel 2009- c’era dagli anni di inizio 1900 agli anni preguerra 1940-45, la trattoria-osteria della “Cicchinn-a” (diminutivo di Francesca). Giuseppe precisa che era aperta per i lavoratori del – di rimpetto - Palazzo del Sale e per operai in genere; in ambuente angusto, con tavoli coperti da lamina metallica per eliminare le tovaglie, servizio pressoché assente per risparmiare. Attiva dal lontano 1894, se era punto di ritrovo di operai e lavoratori portuali, vengono ricordati anche il giovane Guglielmo Marconi e - l’appena atterrato dal cielo nella marina antistante - F.Cevasco (vedi). Attualmente la porta di legno un poco malandata, è sempre chiusa con un lucchetto.
Affiancato al precedente, il civ.89 relativo al penultimo palazzo prima della piazza. Alla sua base c’è
===civ. 261-3r, la antica trattoria Serra.
Conclude l’isolato, un fianco di una casa più alta delle precedenti ed il cui portone è però sulla facciata opposta, in via del Monastero civ. 3 (laddove però quella facciata ha 7 finestre per piano e non due come da questa parte); è di 5 piani, architettonicamente più curata, sia sulla nostra strada -ove ha due vetrine d’entrata civv. 265r-7r il club privato chiamato “il cancello del cinabro” del ‘club del Cigno’ - che sulla piazza - ove ha tre vetrine.


palazzo a levante della piazza e quello a ponente civv. 93-95
ambedue senza civico nero sulla strada
PIAZZA DEL MONASTERO
Anche questo palazzo (vedi foto sopra) non ha portone sulla strada, ma è il civ. 2 nella piazza del Monastero.
===civ. 273r-279r quasi tutti i fornici di piano terra sino al voltino, sono occupati da Carpino P. gomme (dagli anni 60, ed ancora nel 2011)
===civ. 93 - 95: il grosso, imponente e lungo palazzo di cinque piani (ha tre distinte facciate, simmetriche, sia per la distribuzione delle finestre: 11 in tutto=3-5-3, che dei terrazzi 2-1-2 al 2° e 4° piano).
Il portone civ. 93 è sulla strada e precede il voltino.
Il portone civ. 95 è nel centro del caseggiato: il tunnel – che costituirebbe il QUARTO SOTTOPASSO (oggi spesso chiuso da cancello; una volta passaggio di treno- vedi sotto a Palazzo o dock del riso) sbuca e finisce nel retro, ove c’è il piazzale antistante le Poste; ha due tratti coperti dall’edificio e -nel centro del percorso- un tratto a cielo aperto corrispondente all’ammezzato; in questo ultimo punto, lo slargo si allunga verso levante; ed è in questo tratto laterale il civ.95.
Anticamente, con rotaie del treno, per arrivare nel retro del palazzo (dove ora è l’edificio delle poste aperto in piazza del Monastero) dove allora sulla destra si aprivano i docks del riso, un lungo fabbricato in pietra viva - come quello del sale - a tre-quattro piani, composto da lunghi cameroni, con pavimento di legno ed il soffitto anch’esso in legno; al centro -sorretti da una serie di colonnine in bronzo lavorato sullo stile dei lampioni della luce di allora-; caratteristico l’ascensore per le merci: solo il ripiano -senza pareti né balaustre- che saliva e scendeva lungo delle eculissi di legno levigato ed unte, il cui motore era governato attraverso l’apporto di corde, carrucole e braccia – comunque tirate a mano (compreso il freno).
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réclame primi novecento della raffineria ingresso dal voltino, edificio con pareti a
del riso di Frugone e Preve a SPdArena i binari a terra assi lignee sovrapposte

interno a piano terra motore dell’ascensore e base di esso

tutte foto anno 1991 piloni bronzei di travatura del tetto; come i pavimenti,
saloni vuoti sostegno-prodotti tutti in pice-pine
officine Torriani
=== civv. 97
===293r: vi ha sede il “circolo Speranza e Concordia” Fondato nel 1901 (con prima sede nel caseggiato quasi di fronte; con primo presidente Dante Carbone detto “Maccabello”, e soci fondatori E.Ghiglino, P.Silvestrini, G.Pittaluga, S.Manfrone, A.Orengo, T.Schiaffone, G.Altamura, N.Tenconi; quota lire 5 all’anno...e non erano poche allora ma che hanno permesso nel tempo di acquistare i muri); sempre attivo e molto frequentato (circa 300 iscritti); nato quale società operaia di MS, è divenuto ritrovo tra amici - specie festivo o di dopolavoro - per giocare a carte, alla “carolina” (un oggetto di antiquariato molto ben tenuto), cantare (formando cori tradizionali: il memorial Bartolomeo Nervi vuol ricordare un socio amante del canto, che rallegrava gli amici con la sua voce, come ancor oggi si auspica e si applica ad ogni annuale ricorrenza), discutere (di politica e di sport ed altro); giocare (particolare rilievo è stato dato all’abilità nel gioco del biliardo di cui sono in mostra numerose coppe). Miglioramenti continui ed aggiornati (maxischermo, tele+, bar, cantina) hanno fatto delle sale un luogo di vitalità sorprendente a carattere sociale (feste, gite, gare), culturale, ricreativa.
entrata della sede la ‘carolina’ ed il contapunti
Lo statuto, il vessillo, il simbolo (due avambracci che si uniscono in una vincolante stretta di mano) ed il nome, vennero ufficializzati solo il 1 ott.1911. Il non carattere squisitamente politico lo salvò dalla chiusura nel periodo fascista, anche se pare dovette rinunciare al nome e sostituirlo momentaneamente con “circolo Emilio Mazzucco” (vedi).
Lo statuto è stato aggiornato nel mag.1982; ora è circolo Arci.
===civ. 99: sulla facciata, una lapide ricorda che, all’interno 2 “ qui nacque / Nicolò Barabino / XIII giugno MD:CCXXXII “ (ovviamente, dove segnato con ‘:’ ancora nel 2011 manca una C per essere 1832). Questo marmo fu inaugurato il 22 ott. 1893, e dal 1939 è tutelato da vincolo, imposto dalla Soprintendenza per i beni architettonici.
Durante la guerra 1940-45, il retro della casa fu colpito da spostamento d’aria di bombe esplose vicino; ebbe alcune pareti esterne crollate, lasciando intatta la struttura generale. Chiusa l’industria farmaceutica negli anni 60-70, dopo lungo restauro tutto il primo piano -e forse anche i superiori, già appartamenti privati- furono trasformati in pensione-albergo Barabino. Da alcuni anni però appariva tutto chiuso ed inutilizzato.
Infine, totalmente riattato per abitazioni private.
Al primo piano, dagli anni ‘20 e fino ad oltre il 1965, un appartamento (comprendente la stanza con la lapide esterna) fu occupato dall’ ICFI - Istituto Chimico Farmaceutico Italiano Gani Alcide, tipica fabbrica di medicinali a conduzione e gestione familiare, prima che il settore fosse plurifagocitato dalle aziende sempre più grosse (fu infatti assorbita dalla VITA FARMACEUTICI di Torino a sviluppo nazionale che mantenne qualche prodotto del listino Gani; la quale dopo una quindicina di anni fu assorbita dalla Delagrange francese nel cui listino non compariva più alcun prodotto Gani; la quale a sua volta... fino alle multinazionali).

Tra i farmaci in listino, il Piperiodale B1 (solo iniettivo, a base di piperazolidina iodata utile contro i dolori artrosici; allora,e sino agli anni 1970 la migliore molecola tra gli antiinfiammatori. Frequenti erano allora gli ascessi glutei, non conseguenti a far ad iniezioni fatte farmaci iniettivi, ma alle siringhe di vetro - pluruso bollendole per sterilizzarle – ma soprattutto agli aghi anch’essi ‘bolliti’ ma –nel pluriuso (con lo stesso ago -seppure di acciaio- si bucava la pelle, ma anche la gomma dei tappi)- diventati spuntati, anzi a uncino e quindi trascinatori in profondità di microfrustoli di pelle non sterile. Tutto scomparso con l’uso delle siringhe monouso); un granulato di vitamine e minerali di nome Vitamol; sciroppi della tosse (uno balsamico-Tiobromol-; altro bechico –TioTus-); fermenti lattici –Lattoscorbina-; un ricostituente molto gradito dai bimbi per abbondante presenza di pura marsala sicula, la quale molto opportunamente copriva quello pestifero dell’olio di fegato di merluzzo).
Tutti venivano preparati da chimici laureati dell’Università di san Martino, venivano confezionati con principi attivi non sintetici (vero Marsala siculo, puro burro di cacao, olio d’oliva raffinato, zucchero selezionato dell’Eridania) ma inscatolati artigianalmente, senza i sofisticati impianti e senza la rigidità d’igiene attualmente richiesti. Gani Alcide, e poi i figli eredi, nessuno era laureato nel ramo chimico-medico in quanto a quei tempi non richiesta una titolazione specifica – come anche per gestire una farmacia; era toscano, qui trasferito ed improvvisatosi piccolo imprenditore nel ramo farmaceutico, con medicinali ‘ideati’ da docenti dell’Università e registrati a Roma come ‘specialità’ ovvero con caratteristiche di composizione e di produzione non riproducibili nel retro delle farmacie, ove invece potevano preparare i ‘galenici’.
Erano anni nei quali l’assistenza medica e farmaceutica veniva espletata solo da mutue specifiche per enti (dall’INFPS - Istituto naz. Fascista della Previdenza sociale, attivo ancora nel ’42, nacquero dopo la pace i vari enti specifici: così la CMP - Cassa mutua portuali, la CMMOA (cassa mutua malattie operai interaziendale Ansaldo & Siac, in via Pacinotti,20; e -chiamata san Giorgio- in villa –oggi demolita- di via Cantore) confluite poi nell’INAM (Istituto Nazionale di Assicurazione contro le Malattie; ma scherzosamente tradotta in Importante non ammalarsi mai) dell’industria (sede in via Molteni, 5), ENPAS degli statali, ENPDEP degli enti locali, SIP dei telefoni, CMT (cassa marittima tirrena), ENPALS (spettacolo) e numerose altre minori). Ciascuna era in dotazione solo al nucleo familiare di chi lavorava nel singolo settore; e la scelta del medico era una per tutta la famiglia. I farmaci non avevano ‘fustello’ e la ricetta veniva pagata dalle mutue al farmacista sulla fiducia della vendita (con ovvi ‘mastrussi’ ed irregolarità tipo accumulo di medicine non usate o cambi di materiale (cvon dentifrici, lozioni, oggetti sanitari, ecc.) che obbligarono le mutue a limitazioni sempre più rigorose (introduzione del fustello per primo). Tutte le mutue di settore vennero incluse nella neonata USL (unità sanitaria locale – delle quali, solo quelle promosse ad amministrazione autonoma di tipo aziendale, divennero ASL) a carico dello Stato e quindi unica a livello nazionale ma con autonomia amministrativa regionale.
===civv. 303r – 305r sede di trattorie, che nel tempo hanno cambiato nome decine di volte; nella ristrutturazione hanno conservato un piccolo arco senza intonaco per evidenziare i più antichi mattoni sottostanti
===civ. 101 Fu distrutto dai bombardamenti e ricostruito dopo il 1950 di 5 piani. Caratteristico l’ultimo piano (quinto): estroflesso rispetto la facciata e poi inclinato –per tutta la facciata stessa- come antichi abbaini.

da destra, al centro ella foto, i civv. 99-101 civ.103 portone del civ. 103
===civ. 103 il portone è sormontato da un architrave a sbalzo, con sopra un cartiglio con la D del costruttore, dei Danovaro e parentado (Chiesa e Di Feo) i cui discendenti e residenti più vicini erano Francesco (medico ‘della mutua’ negli anni dopo guerra, persona semplice e molto professionale) e Carlo (suo figlio anch’egli di chiara fama perché uno dei primi ad organizzare i servizi di chirurgia d’urgenza al villa Scassi).
Il grosso edificio ha un portone anche in via S.Canzio civ.1.
===civ. 313r: una entrata dell’antico bar L.Balocco, descritto in via S.Canzio.
VIA STEFANO CANZIO
al centro, i civv. 105 e 107 portone 105
===civ. 315r in angolo con via S.Canzio, attualmente (2008) occupato da ‘C&C Moto’ ove si riparano e vendono motocicli.
Negli anni bellici e dopo, era stato occupato dalla ditta Moretto che rivendeva cartoleria, ceramica (vedi via S.Canzio, 2r)
===civ. 105 (vedi sopra la foto) ha un portone simile a quello di via Bombrini: piccolo, con ai lati sottile lastra di marmo che in alto diventa un poco più spessa e - come appoggiata a piccolo stipite - termina ad arco alla sommità, avente al centro un piccolo rilievo.

civ. 107
===civ. 107: come scritto sul frontone, fu costruito nel 1921 (curiosità: la data 19—21 o 31 è inframmezzata da un vuoto di difficile lettura), come scritto sopra il portone, sormontato da due onde di gesso convergenti, che lateralizzano uno stemma contenente la lettera alfabetica G (ma, essendo stato tutto l’edificio della famiglia Chiesa, doveva essere una C...).
Al piano nobile ampi vani, con pavimenti molto belli di granito alla genovese, soffitti -una volta decorati con affreschi-, su cui rimangono decorazioni in gesso specie bei cassettoni multipli in certe sale e porte e telai di legno massiccio lavorato.
Attualmente, e dagli anni ’70, l’interno 2 è occupato da una pensione-albergo -“i 4 Mori”, così chiamato dato che il primo proprietario era Donnini, un livornese, che negli anni 1960-80 gestiva anche la omonima trattoria sottostante-. In seguito, per necessità di passare dalla categoria una stella a due) le singole camere furono dotate dei servizi igienici individuali.
VIA TERENZIO MAMIANI
Questa strada sbuca con un ampio voltino (QUINTO SOTTOPASSO) in via San Pier d’Arena proprio nel mezzo di un palazzo - nel 2011 colorato di rosso mattone - di 5 finestre per piano e alto 4 piani - che non ha portoni sulla nostra strada, ove ha invece solo civici rossi dal 329r al 335r.
===civv. 109 posizionato nel palazzo seguente, più basso del precedente, con solo due finestre per piano, alto tre piani.
Il portone, nel 2005 appariva chiuso da una saracinesca (?); nel 2011 è strutturato a normale portone anche se molto piccolo e stretto.
La facciata era arricchita nel mezzo da una meridiana: un grosso riquadro biancastro, con la figra di una nave. Nel 2011 –e da alcuni anni - appare non abbia più l’asta necessaria per indicare l’ora.

civ. 109 (palazzo bianco) civ. 111 civ. 113

portone 113
===civ. 111 come il precedente, l’adito del portone è molto stretto, di circa un metro di larghezza. Il palazzo ha 5 piani e 5 finestre per piano.
===civ. 113: come d’uso in altri palazzi, il portone è vistosamente decorato, è sormontato da uno stemma recante scritta in forma floreale la lettera alfabetica. Il palazzo è di sei piani ed ha una fila di sette finestre per piano
VIA TULLIO MOLTENI
La strada finisce col palazzo successivo il cui portone è però in via Molteni. Sulla strada ci sono solo fornici rossi, relativi a entrate laterali, le cui ultime sono sottostanti ad un terrazzo posto a ponente rispetto il portone, fino al 369Br.
Chi decide la toponomastica, concesse questo autoriconoscimento - del proprio nome - per una delle strade più importanti; sicuramente - e lo spero forte - non con l’ironia e lo sfottò dello stesso ‘contentino’ di ‘via degli Operai’-. Mamma Genova, dopo aver lasciato distruggere o nascondere tutto quello che ci poteva rappresentare, molto signorilmente ci ha lasciato il nome.
Ed ai servi di oggi, piace leccare le mani a chi comanda o è ricco, e ci trova una logica giustificazione, come sempre: il potere.
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Qui finisce α = dedicata alla “strada”: via San Pier d’Arena
Ed inizia β = dedicata alla “storia” di San Pier d’Arena
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β = DEDICATA alla storia del borgo-città di San Pier d’Arena.
Innanzi tutto, la solita ma necessaria spiegazione, perché le basi sono inquinate dalla distorsione del comportamento degli addetti, in modo tale che troppo spesso si equivocano i risultati.
Mi spiego:
---l’antica e non risolta questione dello “Storico” (in genere il laureato in tale materia) che vuole “la dimostrazione” di quanto si asserisce altrimenti invalida tutto. Ed -in contraltare- gli innumerevoli “amanti” della storia che, come poi tranquillamente anche i primi, debbono narrarla concedendo interpretazioni personali ed intuizioni non provate.
---E questo, soprattutto per la storia ante scoperta della stampa: nessun documento (citando: a partire da alcuni Vangeli dichiarati apocrifi, agli atti notarili del basso medioevo) è immune di falsità e di interpretazioni – magari logiche - ma comunque comode (o scomode) al relatore.
---Si è dimostrato che la Storia non spiega tante cose – e quindi ... giù ipotesi anche qui – come la scomparsa dei Neanderthal, l’esistenza di Atlantide (descritta da Platone, da Crizia, da Omero e decine d’altri antichi scrittori)...
”leggende incredibili che hanno dato prova, alla fine, di essere più veritiere dei manoscritti” (Alderotti).
---Per ultima, l’imposizione della parziale visuale del vincitore, il quale scrive e fa tramandare la storia a proprio uso e costume. E ciò da sempre: per i romani i liguri erano ‘barbari’; per i crociati l’impresa era ‘liberare’ Gerusalemme; per GC.Abba ed i Savoia, l’insurrezione di Genova del 1849 ’non c’è stata’...
---Insomma, se dovessimo leggere la storia col metro degli Storici, di storia vera e descritta con tutte le visuali possibili, quasi quasi non ne esisterebbe che meno di un decimo di quella descritta.
1 =========La ‘storia generale’ e la ‘zona’ del borgo===========
è divisa il tre sottocapitoli: -1- preistoria pag. 109 circa
-2- evo antico a) prima di Cristo “ 113
b) tempo di Cristo “ 116
-3- medioevo a) alto “ 120
b) basso “ 124
NB. le pagine sono approssimative causa aggiornamenti, correzioni e variazioni
il capitolo 2 === è a pag. 133 circa della S - e comprende la ‘storia cronologica’ del borgo-città
-1- PREISTORIA
N.B.: - il capitolo -2- è a pag. 112 circa, e continua con la storia generale nell’’evo antico’
- esistono sensibili differenze nelle datazioni e nelle denominazioni delle varie ere, tra studioso e studioso. Anche nel periodo più vicino (compreso tra 10mila e il 1000 aC.) quando si pensa che tutti siano più o meno concordi, esistono invece delle discordanze vistose, addirittura di migliaia e più anni, sia per le tre età (rame, bronzo, ferro) che per le tre ere (paleo, meso e neolitico).
L’uomo ---primo sulla terra = -4 Milioni di anni fa, nell’era terziaria, i primi resti ossei di una donna compaiono in Africa (dai paleontologi chiamata Australopithecus Afariensis, vulgo “Lucy”). -3½ milioni, le prime orme su ceneri vulcaniche: l’uomo cammina eretto, testa piccola, alto 1,20. -2 milioni utilizza pietra e legno.
-1,8 milioni homo erectus utilizza il fuoco e comunica. È più facile che per due milioni di anni, sia stato più preda, che non predatore.
-Un milione di anni fa, l’homo habilis cacciatore ed erbivoro, inizia a migrare Abbiamo, corrispondenti alla 2a glaceazione, i primi reperti di vita primitiva umana a Mentone nella grotta del Vallonnet con tracce dell’homo herectus et habilis.
-500-300mila: l’ homo sapiens di Neanderthal (Germania). In Francia trovato –di quell’epoca- un villaggio in grotta su spiaggia, con capanne di 8mx4 e focolare al centro.
A -35mila l’uomo di Neanderthal sembra scomparire: la date riferite dagli studiosi sono le più vaghe e differenti tra loro; infatti, è ascritto a questa specie umana, un ragazzo di 15 anni, sepolto a Finale in terreno ricco di quarzite chiamato Arene Candide, risultante senza omero destro (perduto in caccia o in guerra?) con ricco corredo, in parte proveniente dall’Europa centro-orientale; la tomba si fa risalire a 24mila anni fa. Sarebbe quindi il primo ligure- conosciuto.
A -10mila entra in scena l’homo sapien sapiens di Cro-Magnon (Francia), nostro ascendente diretto essendosi inserito anche nella nostra terra (dalla Francia del sud agli Apunani; dal mar Ligure alla pianura Padana; riconosce i concetti di famiglia, villaggio, gerarchia, parola e frasi, le armi, l’arte rupestre, le sepolture (reperti nelle grotte di Nizza, Monaco, Balzi Rossi, Sanremo (via s.Francesco e Arma), Toirano (grotte), Finale (Manie e Fate), Bergeggi.
È scientificamente accettato che tutte le popolazioni barbare distribuite su un vasto territorio, possono essere raggruppate in un popolo, basandosi su studi moderni che usano tecniche di ricostruzioni molecolari (si chiama ‘antropologia molecolare’).
Progressivi e sempre più ricchi i reperti nelle stesse zone.
Solo dal -700 aC i Liguri come popolo compaiono nelle descrizioni delle fonti greche: Erodoto su tutti, che raccontano – per sentito dire – di questi popoli ai confini occidentali, come anche i Celti, i Tirreni, gli Iberi.
Il territorio ---
-4 milioni d’anni fa i monti (Argentera, Apuani) uscirono dalle acque. Era l’età del Pleistocene o Pleiocene che era iniziato ancora più lontano, circa -5milioni di anni fa ... milione più, milione meno ...; negli scavi del centro di Genova, nel riassetto urbanistico, tra le marne sono stati trovati numerosi resti di fossili marini – molluschi e vertebrati - di tale età, in ottimo stato di conservazione; fanno desumere un clima tropicale;
-2-3milioni di anni a.C. (suddivisio in 5 diverse glaciazioni, l’ultima durata da -120mila a -10mila anni fa, con Mediterraneo gelato o abbassato, ma con possibilità di sentieri tracciati da percorsi ripetuti;
-250mila anni fa, il mare lambiva direttamente le pendici dei nostri colli, grosso modo dove ora scorre Quota 40 ed i torrenti avevano arretrate le loro foci. Come fa presente don Tiscornia Luigi, arciprete di Bargagli e studioso, la zona piana si è formata lentamente nei millenni, sia attraverso un certo ritiro del mare, sia attraverso i detriti portati a valle dal Polcevera, rigettati e distribuiti dalle maree.
A -100/90mila il Pleistocene medio, con comparsa in oriente dell’homo sapiens.
A -70mila compaiono le alpi
A -35mila anni a.C. (Paleolitico superiore) tracce umane ai Balzi Rossi. Corrisponde all’età della pietra.
A -20 mila compaiono gli appennini.
Poi, tra i -18mila ed i -10mila, è il Musteriano o Paleolitico inferiore finale. Corrisponde alla 5° glaciazione.
---10mila a C. Olocene medio (Mesolitico), postglaciale. Forse, è proprio alla fine del precedente lunghissimo periodo l’evento del diluvio universale: fenomeno di sommersione legata alla variazione del clima e dei ghiacci. L’avvenimento sconfina nella leggenda ma appartiene alla mitologia di troppi popoli diversi, perché non ci sia della verità: dei babilonesi (con sopravissuto Gilgamesh); dei greci (con Deucalione); della nostra bibbia (con Noè quando aveva 600 anni). Caratterizzato dal clima freddo ma che permette la comparsa di betulle, querce, olmi, tigli e pini, noccioli.
---Da -8500 anni inizia l’Olocene inferiore (Neolitico) che finirà nel 1300 d.C. con clima caldo più o meno secco o umido, aumento della vegetazione. ---In esso, si insediano i primi agricoltori in Italia del nord:
==dopo i -5500 anni, inizia l’età del rame, (-7000 in oriente, -4000 in Europa) quando appaiono foreste di querce e di faggi. Iniziano i primi scambi nel mediterraneo
== a -3400 il rame anche in Italia; compare la ruota
== a -3000 anni aC inizia l’età del bronzo con varie civiltà: la egizia in primis, mentre evolvono altri primi popoli costituenti una unità etnico-linguistica di base, e che iniziarono ad organizzarsi uniformemente, diffondendosi. Di essi, primi conosciuti organizzati, sono i Pelasgi in Attica, i Sumeri con gli Assiri e Babilonesi in Mesopotamia, gli Egizi, i Celti -originari dal Danubio superiore-, i Cretesi;
==-2800 anni aC la scrittura
==-1000 inizia l’età del ferro (intere Necropoli a Chiavari, LaSpezia, Camogli, finalese)
== - 770 anni la prima colonia greca, che usa l’alfabeto
== -754 aC compaiono Roma ed i Celti
== anno 0 la nascita di Cristo.
I Liguri = Così, appaiono posizionati a nord dell’Italia (dall’Arno e Corsica - alle Alpi; dall’Istria alla Francia meridionale) dall’epoca tra -4000 e -2000, a.C. La loro zona centrale di espansione, accettata da tutti gli storici, fu quella di Marsiglia che, essendo stanziata alla foce del Rodano, era circondata da paludi e territori fangosi (in greco, ligus=fango; cosa che favorì l’espansione via mare). Produssero la cultura base dell’occidente europeo (economia agricola, culti religiosi legati agli eventi naturali e degli avi, uso dell’arco, statue e pitture rupestri).
Di queste presenze noi abbiamo reperti solo nell’imperiese, alle Arene Candide, ai Balzi Rossi ed al Riparo Mochi; ma altrettanto - ad ovest: nella Gallia-Spagna meridionali, e ad est : in Piemonte-Lombardia-Veneto). Possiamo immaginare, nell’arco di migliaia di anni, piccoli gruppi crescere e distruggersi o scomparire; ma nel complesso moltiplicarsi a macchia, alcuni più evoluti altri meno.
Dopo il 3000 a.C. inizia l’età del bronzo (monte Bego, Triora, Pigna). Tra le popolazioni stanziali della nostra penisola, in seguito a sovrapposizioni da migrazioni (mescolanze ed integrazioni; infatti erano avvenuti due eventi fondanti: l’arrivo dal sud dei Greci (dalla Focile si stanziarono prevalentemente a Marsiglia; già colti e commercianti; pare compresa la còcina della parlata cantilenante, la religione, la numerazione, ecc.; pare loro, il mito originale di Giano); e dal nord-est d’Europa l’ala meridionale dei Celti in particolare gli Ambroni (pur sempre feroci: secondo lo scrittore Stefano da Bisanzio, divoratori di carne umana; di loro, il loro primitivo culto della forza e della tenacia e forse anche la statura tendenzialmente gigantesca). Ambedue si mescolarono con i residenti, e con essi la rispettiva cultura; progressivamente si allargarono e nell'occupazione territoriale li vede accomunati da monete, nomi di città, religione, costumi.
Si vennero a distinguere ben organizzati, i Tirreni, costituiti parallelamente da due popoli che iniziarono a raggiungere caratteristiche distinte: i Liguri a nord e gli Etruschi (e poi, dopo il -300 aC, i Romani) a sud.
Dai primi storici che scrissero di se stessi, riceviamo notizie vaghe, ed interessanti praticamente solo il nordovest d’Italia in quanto territorio di maggiore –se non unico allora- di interesse romano.
A ponente dell’estremo nord conosciuto, Esiodo (poeta greco IX-VIII sec. aC.) ma poi anche Plinio, Livio, Strabonio, descrivono esistere una generica “grande Liguria di occidente”.
Così, se per secoli fu classificabile come un popolo unico, nel millennio prima di Cristo, iniziò a frazionarsi in distinzioni più precise e diverse, con ‘sottopopoli’ o tribù dalle caratteristiche di base sempre liguri, ma con delle individualità: tali da meritare nomi diversi.
Dopo -1000 anni l’età del ferro (con necropoli a Chiavari, Finale; e nella fase finale a Genova); cresce il castagno ed il noce. Progressivamente, i frazionamenti divennero sempre più precisi, stanziali di località ben definite.
Miscosi cita i Brinati (ove oggi è Brugnato); i Trincati (valle di Foino, oggi Borgio Fermio); i Garruli, divisi in Laevi (Lavagna) e Lapicini, distribuiti nella Fontanabuona.
Altri autori descrivono esserci stati otto popoli diversi ad abitare le alpi marittime. La pianura padana abitata da Bagienni, Taurini (Torino e Treviso), Salassi (valle d’Aosta e canavese). Abitanti l’appennino erano invece i tosco emiliano tre popoli distinti. Ed altri –molto minori- negli altri appennini del nord.
Sulla costa, erano –da vaghi accenni- e solo per alcuni scrittori romani (T.Livio, Cluverio, Catone)- tutti «Liguri marittimi», ma –più evoluti-. Così, da ovest verso est, vennero descritti i Vediantii (Nizza), gli Intimilii (Ventimiglia); Epanteri (valle d’Arroscia); Ingauni (Albenga), Savo o Sabates (Savona); ed i Veituri o Viturii (con centro ad Hasta, vicino a Voltri, descritti nella tavola del Polcevera, comprendenti i Langati, Odiati, Mentovini e Genuati), Tigullii e più lontani gli Apuani. Nell’arco di genova, nell’entroterra gli Statielli (Acqui) e Bagienni dell’oltregiogo. Queste tribù suddividevano il territorio in "pagi"; e questi –specie per le piccole comunità- in "vico" (territorialmente corrispondenti alla parrocchia dell’età cristiana).
Di esse ultime, anche quella dei genuati: erano coloro che avevano trovato proficuo insediamento in un seno ove appariva migliore l’attracco delle navi e che erano divenuti stanziali; pertanto gente con famiglia, disponibili ed aperti; quindi gradatamente incrementati ed influenzati anche dai naviganti i quali, quando si mettevano in mare, in genere vi passavano anni, ma erano pur sempre portatori di novità, e commercio; quindi di nuova occupazione lavorativa tale da far fiorire sempre di più il nucleo iniziale.
Genova. Nacque da questi ultimi, man mano che presero vieppiù consistenza, Una lenta evoluzione per gradi, impedisce dare date più precise. Scavi del 1939 – e poi stratigrafici del 1950 - presso s.Maria in Passione, e del 1967 nella zona di s.Silvestro - hanno messo alla luce migliaia di reperti che fanno pensare ad una presenza della città già ben organizzata nel V secolo a.C. (base navale e commerciale; conoscenza di coltura per tracce di utilizzo agricolo e pastorizia; uso del ferro; pratiche di sepolture in necropoli; è dimostrata l’esistenza di un “oppidum” preromano eretto sulla dorsale detta Castello che china verso l’attuale piazza Cavour. Altri studiosi vedono - in questa lenta evoluzione - una data di nascita più antica, proponendola pressoché contemporanea di Roma. Anzi, Miscosi propone origini egizie del 1550 aC, stanziati dopo naufragio, sul Bisagno e mescolatisi con i Genuati aborigeni.
Alla fine del V secolo -400 aC.- in occidente i Liguri si scontrarono e subirono l’aggressione dei Galli che ci invasero mescolandosi in una nuova popolazione celtico-gallica-ligure. Dalle relazioni degli storici si ha la descrizione delle loro caratteristiche (abili e fieri; vigorosi, bellicosi e feroci combattenti; rudi ed indomiti); della loro distribuzione (queste terre essere occupate da più tribù seminomadi perché prevalentemente dediti alla pastorizia ed alla caccia, ed alla navigazione (mercato del sale); meno all’agricoltura (che richiede sia stabilità; sia attrezzi meno primordiali; e sia una terra meno sassosa e più fertile). Quelli distribuiti lungo la costa divennero più conosciuti ed aperti alla cultura internazionale, e ricordati per la loro alimentazione (i genovesi non hanno mai avuto una cucina proteica. Sicuramente, erano senza predilezione per la pesca – giudicata rara, ed un poco più riservata ai maturi perché dall’età di quarant’anni erano pressoché tutti divenuti sdentati -; le più antiche tradizioni fanno preferire carne di animali da cortile, meno frequente di cacciagione); la loro lingua (rimangono alcuni toponimi tipici con suffissi –asco, -osco, -usco) ; frequenti le lotte tra loro (per questo giudicati genericamente guerrieri, bellicosi di spirito e feroci: in particolare nel 205 aC tra Ingauni e EpanteriMontani; tra Apuani contro Etruschi; i ‘costieri’ tra loro, per il dominio del mare).
Come sempre, le lotte tra vicini rimasero tali finché non rientrarono in ben più vasti interessi: i Liguri di ponente divennero nemici di Massilia e quindi amici dei cartaginesi; Roma intervenne per l’amica Massilia e passò a combattere gli Ingauni; avvenne la grande battaglia navale alle Egadi e con essa la mira alla definitiva conquista del Tirreno, alla quale si arrivò dopo con le guerre con Cartagine (la prima guerra punica fu nel 238-30 aC) e sia - in contemporanea - con l’assoggettazione delle popolazioni ribelli: dapprima e con alterne vicende, degli Apuani – più vicini a Roma - terminando vittoriosi cinque anni dopo. Poi degli Ingauni a ponente, proseguendo e mirando alla conquista della Gallia ( per la quale fu necessario fondare Piacenza e Cremona).
Nella seconda guerra punica, (descrive Tito Livio) i ponentini continuarono ad appoggiare i cartaginesi di Asdrubale, specie nella battaglia del Metauro. In questa occasione, i Genuati si schierarono con Roma: contro questa nemoica, ma soprattutto perché nemico in posizione strategica, Magone nel 203 aC (per Giustiniani nel 129; per Spotorno ed altri, nel 205) reduce da disastrose sconfitte in Spagna, salpò da Minorca dopo avervi svernato ed aggredì (Livio usa il verbo ‘capere’ cioè prendere e distruggere) la città dal mare con 12mila soldati e 2mila cavalli; la distrusse e saccheggiò depositando il bottino in Savona (Livio). Nello stesso anno Roma, attraverso il proconsole Spurio Lucrezio due anni dopo riedificò Genova (uso del verbo exaedificare, cioè da zero), ed usò questa azione per prolungare il loro ‘imperium’ affidandolo allo stesso Lucrezio. Ma solo nel 181 aC i Liguri furono fatti domi: a ponente la marineria fu resa impotente; a levante 40mila Apuani furono trapiantati in massa nel Sannio a Benevento (seguiti da altri 7mila poco dopo; divennero Baebiani e Corneliani, dal nome dei proconsoli che effettuarono l’esodo M.Bebio Tamfilo e P.Cornelio Cetego).
Si può ragionevolmente presumere che allora la nostra spiaggia fosse totalmente deserta, come pure le pendici dei colli. In questo lunghissimo periodo, sino all’epoca romana potevano andarci solo i soliti singoli pionieri, i fuggiaschi da epidemie o razzie, gli intolleranti al concetto ‘aggregazione’, quelli senza paura della difesa nel castrum. Rendeva inospitale la zona anche la difficoltà di raggiungerla per rifornimenti e scambi, salvo salire o scendere il colle di Belvedere dalla Postumia o usufruire della via mare. Quindi, possibile qualche sparuto pioniere, ma nessun agglomerato comunque organizzato.
-2- EVO ANTICO suddiviso in a) e b)
dalle origini dell’Impero romano, al 476 d.C. data della caduta dell’Impero Romano d’Occidente
a) romano o prima di CRISTO
Storicamente, è tutta illazione e ricomposizione analogica
Varie possono essere le principali fonti di origine dei sampierdarenesi: i fuggiaschi (da Magone); coloni o ufficiali romani in congedo; figli dei figli di pionieri misogini o pastori; immigrati dalle pianure oltregiogo ...
Personalmente propendo per un gruppo familiare di pastori genuati che si insediarono in casupole di paglia e fango, non poste sulla sabbia o nell’immediato entroterra, quanto piuttosto in alto, ai lati della strada romana (Belvedere-Promontorio dove passavano le carovane dirette lungo l’Aurelia o alla Postumia; può corrispondere a dove ora è la strada del cimitero, fino al quadrivio. Le prime casupole saranno sorte disseminate lungo tale tragitto) ai quali viene richiesto ed offrono, a mezza giornata di cammino dalla città, riparo, assistenza e ristoro, cibo, ecc. (una specie di agriturismo antico) inframmezzato a pascolo nelle pendici sottostanti ed a primitiva agricoltura.
L’ età media di vita a quei tempi era sui 30-40anni (però tenuta bassa dalla elevatissima mortalità infantile); già adoperavano attrezzi di ferro, carri per aratri e mulini; producevano fieno, frumento, vino, anche se a prezzo di enormi fatiche e poco rendimento; i fichi -per esempio- erano un bene oggetto di scambio economico; curavano anche i fitti boschi - molto vasti e non paragonabili, perché oggi azzerati.
Forse iniziarono quando Magone (129 o 203 aC) volle distrutta la città di Genova -aggredendola da Savona, via mare-. I fuggiaschi possono aver trovato rifugio al di là dell’aspro colle (di san Benigno), nei boschi oltre Promontorio; e poi essersi stabilizzati.
Oppure:
-dal 198 aC quando Roma ritenne necessario sottomettere i Liguri all’impero, ed allo scopo inviò le truppe necessarie. Corrispose alla presenza dei soldati romani ed alla loro usanza di regalare - come premio agli ufficiali allontanati dall’esercito per età - appezzamenti di terreni; e come è documentato per Cornigliano per il suo nome, a maggior ragione - e perché più vicini al castrum - può valere per noi.
-dal 148 aC, (Praga, scrive anno 186-80) quando i romani aprirono la Postumia (dal console Aulo Postumio Albino. Perché, per arrivare da Roma a Genova via terra, si preferì usare la via Emilia fino a Piacenza e da essa – passando per Libarna - scendere al mare attraverso la Bocchetta.
Da questo colle, a Genova, come il delta di un fiume, numerose possibili diramazioni dipendenti sia dalle esigenze mercantili (tipo dirigersi ancora a levante, o recarsi al castrum) e sia da punti di ristoro o brigantaggio; sia stagionali (pioggia ed acquitrini in basso, o neve sulle cime). Dalla Bocchetta – di interesse per noi - due possibilità: una è rimanere in mezza quota, arrivare dal Garbo sino alla Crocetta ed infine Belvedere (o –al limite- Granarolo); altra è scendere a Pontedecimo, seguire il Polcevera sino a Rivarolo per poter sia procedere a ponente via Fegino e Borzoli oppure a levante via La Pietra e salire a Belvedere.
Comunque seguissero le varie possibilità, si presume che – arrivate nel mnostro territorio - tutte passarono in alto sulla costa, lasciando deserti il territorio sottostante sino alla spiaggia. La strada favorì anche il trasferimento in zona di altri possibili abitanti: gli intolleranti, i pionieri, gli eremiti e comunque tutti i fuggitivi dalla protezione della città; nel dna, lo spirito dei migranti.
Fu allora, che iniziarono così a popolarsi terreni, sfruttati da pastori ma anche da novelli agricoltori, tutti e già da subito, governati da Genova (e quindi in perenne e rilevante stato di sudditanza, minore fino al XV secolo (anche se dal 1131 e sino al 1797 e 1926, comune autonomo; e dal 1850 città); clamorosa nel 1500 (genovesi padroni di ville e terreni; per i sampierdarenesi solo servitù o piccoli artigiani). Ancora netta dal 1850 (di là nobili ed imprenditori, di qua operai; di là la GenOva 04 rimodernata e turistica, di qua la periferia praticamente cenerentolizzata).
-La città - lei sola aveva una struttura ben definita, favorita dalle benevolenze di Roma - e traeva parte del suo sostentamento facendosi pagare dei tributi in uomini, mezzi, armi o denari, in rapporto alla vastità e qualità dell’agro, ed alle comunità rurali che sorgevano in esso.
-E ciò lo si deduce e ne fa testimonianza la Tavola del Polcevera, dell’agosto del 117 aC, scritta proprio quando – a causa di regole imprecise, tramandate a voce - nascevano soprusi, sconfinamenti, prevaricazioni, concorrenza scorretta (valutazione fatta da arbitri romani - i fratelli Marco e Quinto Minucio dei Rufo - per sanare i contrasti tra due comunità rurali confinanti: i pascoli dei Langensi o Veturii (rappresentati da Plaucus Peliani Pelioni) e quelli dei Genuati (da Moc. Ometi Ometiconi). La piastra metallica incisa, fu trovata nel 1506 dal contadino Agostino Pedemonte a Isosecco).
-Tutto lascia considerare che se l’entroterra era abitato, a maggior ragione lo erano i territori vicino alla città
Miscosi distingue i Veturii (fa derivare il loro nome da Viterbo esistendo molte somiglianze toponomastiche) e li fa abitare a ponente di Genova, dalla nostra spiaggia ed entroterra di Cogoleto, circa ove erano i confini con il popolo degli Statielli (Acqui) e dei Sabazi (Savona); nell’interno estesi sino a Voltaggio e Bocchetta. Punto centrale del loro territorio era quindi Pegli (e Voltri) e Pelio Peliano di Pelia è il nome di chi firmò la Tavola per i Veturii). I Genuati invece erano gli aborigeni della zona a levante di san Benigno, con centro a Genua (che si pronunciava Zenua, fondata da Giano; Janua è nome romano, quindi molto dopo nel tempo rispetto la nascita). Per questa divisione territoriale, i contatti col nord a mezzo di muli, per i Veturii avveniva lungo il Polcevera verso la Bocchetta (che poi diverrà la Postumia); per i Genuati la via di Castelletto, Trensasco, Orero, Casella, Libarna.
-L’Aurelia venne aperta nel 110 aC.; per noi ha minore importanza perché il tratto da Genova a Rivarolo si sovrappose al tracciato già esistente della Postumia. Poco aumentò quindi il traffico terrestre e, di conseguenza, il numero dei probabili agricoltori locali, quasi sempre alle dipendenze di altri.
-al famoso 44 aC di Cesare (pare fu lui a storicamente definire il termine “Liguria” per le terre comprese dal Magra alle Alpi, e dal Po-Trebbia al mare. Entrate sotto il suo dominio imperiale e dichiarate di proprietà di Roma, il territorio fu affidato come amministrazione alle città
classificate ‘aequae’ (cioè ‘alla pari’; in base ad un trattato riguardante quelle di esse che non avevano combattuto contro) e come utilizzo e possesso vennero distribuite ed assegnate in premio a militi meritevoli all’atto del congedo, seppur assoggettandosi alla città; tipico Cornigliano, il cui nome deriva da un militare andato ‘in pensione’ dall’esercito. A maggior ragione il nostro territorio, più vicino alla città.
b) paleocristiano o tempo di CRISTO, fino al Medioevo
i primi abitanti
In questa epoca, i genovesi ed i Liguri in genere, adoravano gli dei, romani e greci, a volte con nomi locali (Pen era Giove, Borman era Nettuno, Giano era il re aborigeno, Mar il primo condottiero, Ercinia era Venere.
La città di Monaco era chiamata ‘portus Hercolis’ nella tradizione che l’eroe avesse compiuto alcune delle sue imprese in quelle terre; Eschilo così fa dire a Prometeo rivolto ad Ercole «a fronte là dei Liguri starai, imperterrita gente: onta e rammarico non ti sia guerreggiarli, e per destino pugnando ti vedrai mancar gli strali».
È cosa riconosciuta che già dal primo secolo la cultura del cristianesimo iniziava a diffondersi nelle province dell’impero romano, dapprima inclusi genericamente con gli ebrei e quelli di altre fedi. Presumo che le prime tappe degli evangelisti non videro Genova come meta prioritaria: sicuramente Milano via terra e Marsiglia dal mare, furono preferite.
Nel 64 dC fu Nerone il primo che iniziò a perseguitare la nuova religione, sia a Roma che nelle province.
E questi eventi, favorirono l’emigrazione lontano dall’Urbe: molti sono concordi nel riterenere che Genova - quale emporio dell’alta Italia - fu tra le prime a ricevere i fuggiaschi e la loro Novella. Alcuni propongono – senza alcun dato certo, e comunque vago - sia stato s.Barnaba il primo evangelizzatore visto che poi –sicuro - fu a Milano. Altri proposero san Luca, visto che alcuni scritti testimoniano che dalla Dalmazia andò in Gallia e da essa scese in Italia. Altri propongono Nazario e Celso, suffragati da alcune antiche chiese a loro titolare (Albaro e s.Maria delle Grazie) e che a Tursi esistesse l’iscrizione “structori Genuae multum debere fatemur, sed plus Palmiferis, qui docuere fidem”. Altri danno peso a san Calimero, perché sta scritto che fu accusato dall’imperatore di aver fortemente partecipato a rimuovere il culto pagano in Liguria, direttamente da Milano ove era vescovo – anche senza esserci mai venuto personalmente.
Ai tempi delle persecuzioni, Genova -seppur fedele a Roma e con diritto alla ‘cittadinanza romana’- non aveva un governo con mandati dall’Urbe, né seguiva strettamente le leggi romane: a governare non aveva né pretori, né consoli o prefetti. Pertanto, sia perché era provincia che interessava poco Roma se non per il traffico marittimo di per sé non prioritario in assoluto; sia perché non colonizzata essendo terra aspra e poco fertile, abitata da gente testarda e che era meglio averla amica piuttosto che sottomessa; sia perché porto di mare e quindi aperto a tutte le popolazioni in miscellanea eterogenea, non c’é una ragione unica, fatto è che Genova non subì l’obbligo delle persecuzioni o quantomeno potè disinteressarsene, e pertanto non ebbe martiri
In sunto,
I primi tre secoli sono dominati dalle persecuzioni e dal decadimento dell’impero; ma la Liguria li vive in una apparente distacco, essendo collegata con il resto del mondo solo via mare.
Nei successivi due secoli, sino all’inizio del Medioevo, la Storia - più o meno documentata, inizia con Costantino anni 285-337, e ontinua come prima a svilupparsi pressoché totalmente al di là dell’Appennino.
Con Costantino, seguono decisivi eventi, che poco toccano la Liguria. Così le
-Civilta’ cristiana= libertà-privilegi e concili (Arles 314; Nicea 325); Libri apocrifi; iniziative di
sette; eresie (Ario 256-336); persecuzioni (Diocleziano 303-5); scismi
l san Gerolamo (dottore della Chiesa) primo monastero a Gerusalemme
l sant’ Antonio primo monaco anacoreta
l sant’Agostino di Ippona 354-430 libri contro manichei, pelagianesimi, donatisti, su esegesi biblica; su morale, immortalità dell’anima , la De doctrina christiana, Confessioni ed il De Civitate Dei
-Spartizione territorio perché il potere accentrato è di difficile gestione (Valentiniano I- 321)
-Onde migratorie barbariche, imponenti (causa clima, carestia, densità demografica, spirito bellicoso, incapacità produtiva), provenieni dall’oriente; i più andati a stanziarsi inizialmente in Germania e da essa discendere nella penisola. Mentre l’ Impero appare impotente.
l Goti dal mar Nero sono spinti verso occidente dagli Unni
l Visigoti di Alarico fa il sacco di Milano e di Roma (401-410)
l Burgundi fermati da Ezio, magister dell’Impero R. d’Occidente (443)
l Unni con Attila. Leone I al Po (452)
l Vandali , grandi navigatori; Genserico; stanziati in Africa; faranno sacco di Roma (455)
l Ostrogoti con Teodorico
l seguiranno dopo i Longobardi ed i Franchi
Il risultato definitivo dei primi secoli del paleocristiano, vedono
l Ridistribuzione di nuovi uomini e nuove risorse –
l calo demografico del 50% (guerre, malattie, malnutrizione) –
l decadenza civile e culturale – insicurezza – non produzione – abbandono dei mercati e delle strade
l Prime direttive ecclesiastiche: divisioni in pievi (Plebs o popolazione plebanea; e nel ponente otto grandi pievi: oltre la nostra, Rivarolo (capoluogo della valle) sOlcese, Ceranesi, Larvego, Mignanego, Serra, sCipriano) poi col Concilio di Trento, divenute parrocchie, con possibilità di battesimare.
I primi vescovi vengono insediati a Genova dopo alcuni secoli: anche questo dice molto sulla locale arretratezza culturale in genere. Per primi, si pongono nell’ordine ma senza data: san Salomone; san Valentino; san Felice; san Siro di Molassana. Il primo scritto che li attesta è dell’anno 324. Segue san Romolo (367) e poi forse Diogene nell’anno 381.
Alla fine del secolo III, avvennero grandi avvenimenti promotori la dissoluzione dell’impero romano: la successione di Teodosio che divise l’occidente, affidato ad Onorio insediato a Milano, e l’oriente ad Arcadio a Costantinopoli. Nell’anno 401 iniziò la calata dei barbari (migrazione di popoli provocata da loro insufficiente raccolto o malattie degli allevamenti in rapporto alle bocche da sfamare). Primi i Visigoti cosicché all’ignoranza aggiunsero la violenza, la miseria, le malattie (peste bubbonica) ed altre religioni; nel 430 80mila Vandali ariani interessarono prevalentemente il sud con le coste d’Africa (assedio a Ippona con la morte del vescovo sant’Agostino) e sacco di Roma nel 455; nel 450 gli Unni di Attila calati dal Veneto e fermati da Leone I (le prime interferenze di religiosi nelle operazioni militari e politiche mentre l’occidente era in preda dell’anarchia, ed affermazione del potere della Chiesa.
-3- Il MEDIO EVO suddiviso in A) e B)
-A- l’alto medioevo (dall’anno 476 all’anno 1000)
Nel mondo = si vide in atto - in tutta Europa - un enorme caos dirigenziale: ad un imperatore ne seguiva un altro di altra stirpe che imponeva – con la forza delle armi e della massa invasiva - nuove regole e nuovi confini. Caos che si riversò sull’economia dell’impero e, con essa sui commerci e sul tessuto sociale (nobili- liberi- semiliberi o glebe- schiavi) fino a perifericamente sull’artigianato, agricoltura, cultura (analfabetismo, suggestionabilità, religione). Ne derivò anche un crollo demografico (da 70milioni dell'impero romano, a 25milioni nell'VIII secolo): fu periodo di stasi in tutti i sensi.
Riassumendo, tutto questo fu determinato da: dalla caduta della civiltà dell'impero romano (dall’incapacità dirigenziale - alla sporcizia, incuria, inedia del popolo), dalle invasioni barbariche (con relativa stagnazione economica e carestie), dal clima (diminuendo la temperatura, sfavorì quel minimo di agricoltura in atto con aumento delle zone boscose: si scrive che il bosco copriva l'80% del territorio europeo), dalle guerre (che impedivano la diffusione degli scambi). Non ultima in questo elenco, da una prima pandemia di peste nera nel VI secolo, detta 'di Giustiniano', di cui poco si sa, proprio per la miseria dei rapporti commerciali dei tempi e di cui poco rimase nella memoria collettiva, sia per non averne intuito né la causalità, né prevederne l’evoluzione o gestione: era ‘il flagello di Dio’ per la dimensione e la mentalità. Si pensa sia stata una nave arrivata nel porto egiziano di Pelusium nel 542 dC e forse proveniente dall’Etiopia che in quegli anni aveva subito sconvolgimenti similari a quelli che avverranno in oriente mille anni dopo: gelo, carestie, fame). I morti furono milioni, anche in Medio Oriente. Nel III sec. dC - nell’impero romano che contava 70 milioni di abitanti - ne rimasero 25.
Nel 476 convenzionalmente inizia il Medioevo, con Odoacre che – dopo aver vinto Oreste – depone l’imperatore Romolo Augustolo, figlio di quest’ultimo, sciogliendo il Sacro Romano Impero d’Occidente.
Odoacre regnerà su tutta la penisola ea anche dove ora sono la Svizzera e l’Austria.
Permarrà il S.R.Impero d’Oriente, insediato a Bisanzio (chiamata Costantinopoli nell’anno 330 dC; divenne la capitale crstiana dell’impero in voluto contrasto con Roma giudicata pagana; e perciò detto ‘impero bizantino’). L’imperatore impone l’assolutismo statale: Diocleziano si dichiara imperatore per volontà divina. Sono di quest’epoca i primi Concili per dirimere le controversie teologiche.
Gli avvenimenti sono un sussegursi di sconvolgimenti che teoricamentre includono la Liguria ma che militarmente avvengono pressoché tutti al di là dellAppennino e, molti di essi al di là della penisola. Ciascuno, da molto lontano, porrà le sue leggi e costumi su buona parte dei territori, compresa la Liguria; ma essa appare ininfluente sulla storia mondiale, sempre più lontana e meno coinvolta direttamente.
Nel 535 inizia la guerra gotico-bizantina sotto il regno di Giustiniano a Ravenna; durerà vent’anni coinvolgendo grandi nomi storici (Belisario, Totila, Narsete).
Questa guerra, sarà il colpo di grazia per la penisola: battaglie, assedi, razzie, caneficine determineranno spopolamento del territorio e drastica riduzione della produzione agricola.
Ma servì perché l’impero bizantino confermasse la propria caratteristica sotto Giustiniano (527-565) che aveva adottato una fusione tra le regole romane antiche (giuridiche, amministrative); quelle culturali greche (lingua); e le nuove acquisizioni (religione ed etica cristiana). Al vertice l’imperatore, autorità politica, militare e religiosa; sorretto da una base suddivisa in organi burocratici, militari, diplomatici; furono curati in particolare i settori fiscale e giuridico, i quali diedero solidità al sistema.
Tutto, sino – nella penisola – all’anno 568 circa, corrispondente all’arrivo dei Longobardi che troveranno il precedente impero strutturato ma non consolidato. L’impero bizantino proseguirà invece nell’Europa orientale.
Di nostro interesse, l’ultimo scalino invasivo: furono i Longobardi che muovendosi dalla Pannonia nell’anno 568 (per sfuggire agli Avari), guidati da Alboino, dilagarono provenienti dal nord-est nella pianura padana (resistette solo Pavia, sino all’anno 572: da allora essa è capitale del vasto regno longobardo, diviso in ducati= Trento, Tuscia, Spoleto, Benevento).
A causa loro, eretici ariani, nel 568 era avvenuta la fuga dei vescovi milanesi a Genova. I bizantini conservano Ravenna, Istria, Roma, Napoli, punta calabra e pugliese, Sicilia e Genova.
in rosso = Bizantini-impero Rom. d’Oriente;
in ocra = Longobardi; in blu = Franchi;
in verde = slavi, avari
Ma, determinante per la storia della penisola, fu la successiva graduale (in meno di due secoli) trasformazione dei Longobardi: sia da barbari invasori e bellicosi a capaci amministratori di vasti territori, con riacquisizione (dai tempi di Roma) di leggi, programmi, costumi. E sia con la conversione dall’arianesimo al cattolicesimo imposto come religione di stato.
Infatti, morto Alboino assassinato dalla moglie Rosmunda, seguirono –nominati dai duchi: Clefi (per 10 anni; violento e decisamente ariano), e – tra i più importanti: Autari (584-590; primo sposo di Teodolinda, cattolica); Agilulfo (590-615; secondo sposo di Teodolinda, col l’appoggio di Gregorio Magno, sempre più vicino al cattolicesimo); ... ; Rotari (636-652 - editto di Rotari. Nell’anno 670 questo re longobardo, con regno a Pavia, si accorge dell’importanta dei traffici marittimi nel Tirreno, ancora in possesso bizantino: decide occupare e di distruggere i disobbedienti iniziado dai liguri. Discende la Lunigiana e risale la Postumia (o viceversa, non si sa); da Luni a Genova e poi sino oltre Albenga (seconda volta, dopo Magone). Gli scritti hanno larghi vuoti, non solo del percorso compiuto ma anche nel dire i particolari vissuti, tipo chi era vescovo della città in quegli anni - e poi anche nel secolo seguente: padre Semeria va da un improbabile Paolo nel 650, ad un Giovanni intorno al 675; e salta a Viatore nel 732 e Dionisio nel 798; questo può essre giustificato e conseguente all’azione militare tendenzialmente distruggitrice: nelle cronache si scrive che le città divennero pagi, ed i pagi divennero vici); ...; fino a Liutprando (712-744; cattolico; porterà il dominio longobardo al massimo splendore. Descritto sotto).
Se inizialmente il loro arrivo era stato accompagnato da ulteriori violenze ed aggressioni di ogni genere (ciò aveva indotto molti latini a fuggire, cercando rifugio nei territori soggetti a Bisanzio) solo con l’occupazione dei latifondi abbandonati; con matrimoni misti, ma cattolici; con migliori legislazioni e soprattutto con la pace, le cose gradatamente migliorarono nei territori occupati della penisola (= tutta la fascia dall’Istria ad Aosta – (esclusa – bizantina- la Liguria); Toscana (escluse, bizantine, Emilia-Romagna e Lazio); Marche, Campania (esclusa Napoli); Puglia e Calabria (esclusi ‘tacco’, ‘punta’, Sicilia, Sardegna e Corsica).
Genova stessa era lontana, asserragliata nelle mura che allora lasciava fuori tutto il territorio dall’attuale zona di Caricamento a san Benigno (oltre 2 km). E in essa, la produzione quale mercato doveva essere limitata al porto ed ai suoi abitanti con acquisizione di tutti gli altri beni necessari: ovvero una politica di immissione e scarsa di donazione. Per motivi di interessi personali altolocati e locali (riscossione tasse e riconoscimenti terrieri con la loro produzione), verranno poi coinvolti - più o meno loro malgrado - nella lotta nazionale ben più complessa e vasta – al di là dell’Appennino, tra l’imperatore e il papa, ovvero tra ghibellini e guelfi.
il borgo – Tutte le invasioni e guerre avvenute nella pianura padana, portarono alla fuga numerose persone che si riversarono nella più tranquilla Liguria e quindi anche nella nostra terra, ancora più o meno incolta ed inusata. Fino anche nell’anno 568 quando avvenne il ‘trasloco’ dei vescovi milanesi, causa l’invasione longobarda; con loro – che rappresentano gli esponenti dell’alta società – sicuramente si riversarono verso Genova anche una moltitudine di nobili e di popolo, che altrettanto fuggivano (non certo loro perché avrebbero perduto i beni terreni quanto perché rischiavano direttamente la vita).
Ed a mio avviso, mentre i ‘signori’ si rifugiarono nella città, fu il popolino che arricchì la scarsa popolazione del borgo: molto lentamente si arrivò ad un agglomerato sempre più vasto, seppur disorganizzato ed ancora costruito precariamente con legno, paglia e mota argillosa; sia alla Coscia (per motivi pratici di insenatura e vicinanza con la città) che al Canto (per la banchina naturale rocciosa favorente lo scalo e l’agglomerato religioso; ambedue protetti dal libeccio di sud est).
In quei secoli e sulla nostra spiaggia, la produzione era finalizzata pressoché solo a se stessi ed al proprietario (chiese ed arcivescovo, o ricchi signori di città).
Comunque – da allora - l’avvento della nuova religione e con essa il monachesimo, furono elementi determinanti l’evoluzione della situazione locale.
Nel 726, con Liutprando, la traslazione delle spoglie di s.Agostino (vedi in via Giovanetti, nella storia della chiesa della Cella) propone per la prima volta la ricostruzione analogica dell’esistenza di un agglomerato locale, costruttore di una primitiva cappella dedicata a san Pietro, dalla quale la denominazione del luogo di Sancto Petrus Arenæ –come, in uso, evidenziato il posto dall’elemento di maggior rilievo.
Scriba scrive “al di là de’ Prati ovvero dopo la zona di Pré, l’Arena della spiaggia, forse tratto tratto interrotta da case (cellae) di pescatori…” …”d’onde poscia la denominazione delle chiese…nonché quella del borgo…e della chiesa di S.Martino …”.
Giustiniani scrive che “le venerande reliquie furono riposte per alquanti pochi giorni nel luogo, ove
al presente è il monastero delle monache nominate di Pisa, che già fu castello, e poi palazzo arcivescovile”.
Padre Semeria si fece per primo domanda se – in alternativa - furono sbarcate ed ospitate nella chiesa di s.Teodoro, o san Tommaso, o nel palazzo vescovile (san Silvestro).
Miscosi, più sicuro, scrive che la chiesa è quella di s.Tomaso – oggi demolita: era su un piccolo promontorio roccioso che divideva la spiaggia: da esso alla città, ed -verso ponente- da esso alla Lanterna; questo ultimo tratto - da s.Tomaso alla Lanterna - era chiamato ‘Rena’ (poi, s.Limbania) e quindi è quello il promontorio che veniva chiamato come quello a ponente del faro, ‘capo d’arena’. Pertanto, sempre secondo Miscosi, in questa insenatura a levante del faro sbarcarono le ceneri.
Tutto può essere, non essendo documentato. Però è assai strano che –unico in tutta la zona- due posti così vicini avessero un identico nome e nessuno mai lo ha fatto notare prima di lui, in più di mille anni; ma in quel posto con c’era alcuna cappelletta dedicata al principe degli Apostoli e non tiene conto che Liutprando non era solo, ma aveva un seguito di alcune centinaia di sudditi (tra sacerdoti, nobili e militari).
Belgrano scrive che la zona di Prè (prato) aveva confine alla cappella (di s.Michele) eretta nella sua zona estrema di ponente chiamata Capo di Faro, oltre la quale esisteva solo la spiaggia ovvero “a renn-a”. Quindi la zona Prè confinava con un lungo tratto ‘vuoto’; e solo in tempi successivi questo spazio fu ulteriormente frazionato in altri appellativi di riconoscimento sempre più specifici, come S.Tomaso, Fassolo, Di Negro sino alla Lanterna. Quindi solo una lunga spiaggia deserta, e nell’immediato entroterra, rade case di contadini-pastori.
Assai spesso si rileva che gli Storici ed Annalisti cercarono di spiegare un qualsiasi avvenimento o personaggio, sia con l’aperta tendenza a nobilitare -di parte- la propria regione e le tradizioni locali (in specie noi genovesi in continuo antagonismo storico artistico e commerciale con la Lombardia e soprattutto con il Piemonte); sia -credo per timore di essere mal classificato da eventuali critici- con una severità inflessibile come se la Storia fosse un evento matematico e non invece polifacciale e poliinterpretabile.
Penso sia giusto riportare tutte i giudizi scritti su ogni argomento lasciando che ciascun lettore valuti – alla luce della sua cultura - quanto possa essere giustificabile o meno.
La situazione ambientale iniziò a migliorare iniziando dall'800 dC – proprio per l’arrivo e sosta dei monaci; arrivando all'optimum verso l'anno mille.
Nel 936 Genova fu soggetta alla terza distruzione (dopo Magone e Rotari: a Genova, dopo che la fontanella nominata Bordigotto sparse liquido rosso, comparve la flotta musulmana che, approfittando dell’assenza della flotta genovese, assalì e abbruciò la città prendendo molti prigionieri donne e bambini; ovviamente il sacco fu allargato a tutti i centri vicini specie se agrari. Si narra che i prigionieri furono ‘ricuperati’ dalla flotta genovese che, tornata e ripartita verso la Sardegna vi incontrò la flotta turca e la distrusse).
-B- il basso medioevo dall’anno 1000 al 1492 (scoperta dell’America e quale inizio dell’EVO MODERNO).
Il riscaldamento globale dell'atmosfera; innovazioni tecnologiche (sul cavallo iniziò la ferratura e la bardatura da traino; nacque il tipo di aratro capace di rivoltare la zolla; i mulini ad acqua: per la prima volta, l'uomo utilizzava una fonte energetica non umana) producono miglioramento agricolo e quindi alimentare (persino in Polonia si iniziò a piantare la vite). Ambedue favorirono aumento numerico demografico. In due-trecento anni, la popolazione si era triplicata; ed in Italia si trovarono poco meno di 10milioni di abitanti.
Nel 1095 iniziò la preparazione della prima crociata e - con le successive - l'apertura ai mercati d'oriente; in contemporanea, mentre i genovesi conquistavano ed ingrandivano gli insediamenti del medio oriente, specie del Mar Nero e Crimea. Ai confini di dove, più a nord-est iniziarono nel 1235 a muoversi i mongoli, con terribili massacri, guidati verso occidente da GengisKan: nel 1241 erano alle porte di Vienna, minacciando di sottomettere direttamente il Papa e l'Europa intera. La loro invasione, concomitanti un periodo di glaceazione ed inondazioni, nel 1300 portarono a nuova grande carestia (in estremo oriente fu catastrofica: mare e terremoti, piogge e siccità con fuochi immensi e sciami di locuste).
Dietro ad essa, dalla fine del 1347, la peste nera.
Di peste, già c’erano state alcune epidemie precedenti, più famosa quella detta ‘di Costantino’ degli anni 300 dC. Alcuni studiosi fanno risalire la causa alla presenza del ratto nero (rattus rattus) –oggi pressoché scomparso, a scapito del ratto grigio non portatore delle pulci vettrici, e per questo che la peste è pressoché scomparsa. Essa era nata nell’Asia orientale cinese nel primo quarto del XII secolo, forse in seguito ad una esplosione demografica di roditori delle steppe, che favorì la lenta ma da allora inarrestata espansione della Yersinia pestis (da Yersin Alexander, scienziato svizzero- che durante una terza pandemia nel 1800, ne descrisse per primo le modalità; PaulLuis Simond identificò nelle pulci del ratto nero il vettore). Infatti il clima caldo umido di quelle zone, permette una più lunga sopravvivenza e moltiplicazione della Xenophilla Cheopis, la più pericolosa tra tutte. Lentissimamente, ma con mutamenti sempre più aggressivi, arrivò in Crimea nel 1345. Dal 1260 circa, i genovesi (che -per i veneziani- erano di “una città su un mare senza pesci, abitata da uomini senza fede e donne senza pudore”) si erano insediati a Feodosiya, sulla costa orientale della Crimea, estrema terra occidentale dei mongoli, ponendovi un governatorato come base di uno sfruttamento commerciale con i tartari-mongoli stessi e l’oriente in genere (sete cinesi -dopo un anno di viaggio terrestre-, broccati e tappeti persiani, spezie -da Ceylon e Giava-, storione -dal Volga o dal Don-, schiavi specie ucraini, legname, pellicce, ecc.). In pochi decenni il minuscolo borgo di pescatori, era divenuto città fortificata abitata da oltre settantamila persone e venne chiamata Caffa. Si suppone che fu una lite - cosa frequente a quei tempi, ma questa volta ad alto livello- che scatenò un assalto del kan mongolo alla vicina Tana e da qui – vista l’arroganza dei genovesi e le contemporanee vittorie di Gengis, a Caffa. La città fu posta sotto assedio proprio mentre l’epidemia di peste iniziava a serpeggiare nelle file tartare. Fu allora che gli assedianti iniziarono a catapultare i loro morti dentro le mura: i cadaveri furono dapprima raccolti e bruciati, ma poi abbandonati quando il germe iniziò a mietere vittime anche fra la popolazione triplicando in forma esponenziale il triste spettacolo. I genovesi dovettero abbandonare la città; imbarcati su dodici galee, abbandonarono quelle terre, ma non l’infezione. Dopo essere passati da Costantinopoli, normale iter per chi proveniva dalla Crimea, ma ahiloro all’acme dell’incubazione, attraccarono a fine settembre-primi di ottobre a Messina, e da qui arrivarono a Genova (ne farebbero testo i numerosi lasciti scritti da notai mentre la morte mieteva vittime (60%) secondo una falcidia mai avvenuta prima d'allora; è la peste del Decamerone del Boccaccio). Da qui, in cinque anni (alla velocità di un cavallo costantemente al galoppo) invase l’Europa da Marsiglia fino alla Scozia e Scandinavia. Dimentichi della prima pandemia, anche questa seconda fu definita ‘la punizione di Dio’ e servì come scusante per una ennesima crociata antisemitica e per la nascita di bigottismo religioso tra i quali i flagellanti.
Il nome Nella storia gli eventi – per noi, da poco prima di Gesù, ai primi scritti del 1200, ed un poco anche oltre, come per tutta la storia di questo periodo - sono cronologicamente relazionati da storici della cui veridicità ci sarebbe tutto da discutere perché spesso anch’essi basati sul sentito dire; o decisamente immersi nella leggenda e lavorati dalla fantasia. Ciò vuol dire che tutti gli avvenimenti nati antecedente a qualsiasi documento scritto - e per un centinaio d’anni anche dopo - permettono che ogni valutazione potrebbe essere quella giusta.
Giocano un ruolo non riconosciuto l’intuizione, la ricerca (che deve essere ricca di modestia sapendo che manovra con briciole di verità), l’opposizione (che è molto spesso ferocemente saccente), il fanciullesco appoggiarsi a narrazioni di parte, non dimostrabili, ma: “perché no?” visto che troppo spesso incredibili leggende hanno dato prova di essere più vere dei manoscritti falsi?
Personalmente trovo giusto i pensieri, sia di Emanuelli «sarò costretto a far funzionare la fantasia» che di Paolo Lingua quando -a proposito dei Grimaldi- scrive «Come in tutte le leggende, c’è comunque del vero».
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San Pietro:
Due sono le leggende che si presentano più ricorrenti: Pietro Apostolo, ai tempi delle persecuzioni di Nerone (54-68) e proveniente via nave da Antiochia diretto a Roma, fu costretto a deviare raggiungendo amici nella valle Varatella nell’interno di Albenga-Toirano, a 891 m.slm. Ospitato da un conoscente ingauno chiamato Bilegno, garante della non persecuzione perché non ancora suddito di Roma (Noberasco, riportando le origini del monastero di Varatella, ammette che in parte può essere leggendaria ed in parte vera; comunque col titolo «Chronicon veteris Monasterii Sancti Petri Varatella» fu scritta a fine VIII-primi IX secolo; di essa, l’originale fu perduto, ma ricopiato da anonimo amanuense nella prima metà del XIV secolo: “in temporibus Neronis imperatoris venit Sanctus Petrus Apostolus primus de Antiochia. Pervenit in montem, qui antea dicebatus Varatilia, et ibi fecit unam Ecclesiam primam in Regno Ytalie….deinde pervenit unus episcopus cui nomen Desiderius qui consacravit Basilicam predictam in honorem Beati Petri Apostoli … postea venit Karolus Magnus imperator et fecit illam Ecclesiam Monasterium in honore Sancti Petri Apostoli….”. La presenza di Pietro è presumibilmente una leggenda; e per i suoi successivi evangelizzatori, ovvio fu l’impatto con riti pagani e di superstizione generica; ma la loro predicazione fu così forte, che si formò un primo cenobio che da Pietro ebbe il nome, e che – questo è presumibilmente vero - nel medioevo, per volontà di Carlo Magno crebbe fortunosamente tra le mura della abbazia benedettina omonima, da divenire artefice dello sviluppo civile della valle fino ad Albenga: frutteti (vite), molini per raccolti di grano, frantoi per gli ulivi, fornaci e filande, ospizi e chiese: feste tradizionali si svolgono ancor ora nel posto (ove sorge ancora una quasi anonima chiesetta che – se la tradizione fosse vera - sarebbe la prima chiesa nel mondo), con solenne festa, processione; un toponimo locale appare relativo ai fatti (come la “prea du gallu” che ricorda il tradimento). Rimase in auge fino al 1495 quando i frati decisero scendere a valle, al clima più salubre.
Nel caso locale, non è da sottovalutare la ‘presa’ della fede in Pietro, lui pescatore come molti degli abitanti, tutti bisognosi di un messaggio d’amore.
A questa sopra, si affianca un’altra leggenda, molto meno probabile e pressoché un aneddoto buffo: quella di Pietro a Genova: Sicuramente Pietro era imbarcato su uno scafo di piccolo cabotaggio, che bordeggiava la costa ed al tramonto si fermava a terra per mangiare e dormire. Dalla val Varatella, Pietro dormì sulla nostra spiaggia, per recarsi l’indomani mattina in città; andò subito nel luogo di maggiore concentrazione di gente, varcò la soglia del mercato ed iniziò una evangelizzazione; ma la gente indaffarata e vociante, proprio non lo stava neanche a sentire infervorata nei traffici propri dell’ambiente. Allora Pietro a voce alta ebbe a dire che “Lui” avrebbe corrisposto un interesse del cento contro uno. Interpretando questa frase per un interesse traducibile in denaro e quindi unico argomento di attenzione genovese, molti allora si fermarono ad ascoltare, catturandoli e lasciando il segno della sua parola da interpretare. Così che finito il sermone, probabilmente seguito da una folla perplessa, volle reimbarcarsi lasciando il castro.
Per chi era rimasto colpito dalle parole e dalla figura, e lo cercava perché voleva approfondire, l’indicazione era che se ne era andato, forse tornato a riposare sulla lunga arena che si trovava oltre il colle: e la zona rimase “la spiaggia di Pietro (poi in latino ‘sancto Petri arenae’)”, toponimo di dove lui si era fermato. Nel suo scritto ‘Chronicon’ del 1293-7, seppur pieno di errori perché neppure lui – più vicino di tutti, nel tempo - aveva trovato documenti sicuri, Jacopo da Varazze vagheggiò l’idea che fu Pietro Apostolo personalmente che insignì Genova di dignità vescovile.
Tradotta in lingua genovese, la favola dice: “san Pê o l’ëa in gïo a predicâ pe-a Ligûria e, quexi pe caxo, o l’arriva in to cheu de Banchi, dove a gente a se dava ûn gran da fâ a manezzâ dinae, a scangiâ merçe, a traffegâ inte tûtte e lengue con foresti -e forestê-. O s’avvixinn-a a ‘n pö de gente ch’a l’ëa lì e o ghe domanda: ”mi son forestê. Ma a vostra çittae a me gûsta. Però non capiscio comme mai fae tûtto sto inveendo”. “Cöse sciâ veu. Bell’ommo, chì se traffega pe fâ i dinae!” o ghe risponde ûn. E o Santo: “tûtto chì?”. “Se vedde che sei ‘n foestê!” ghe dixe ‘n ätro con ‘n sorrisin “ûn ommo o va, pe quello ch’o l’ha. Ma voî me paggi ûn poveo. Se l’è coscî l’è mëgio che ve levei d’in ti pê!”. San Pê o se gh’appensa ûn pö; poi se mette a lëze, ma a voxe erta pe fâse sentî: “ascì ch’o l’ha dïto: chi vegne con mi o l’aviä çento pe ûn?” –sbraggian quei traffeganti –“o l’è ûn bello frûto! E dinni, foestê chi ou dà? L’impreisa a saiä de segûo pericolosa, ma niätri gh’aniëmo appreuvo finn-a in çê”. E quaexi fando mostra de no sentîli, san Pê o l’azzunze: “o l’ha dïto de çercâ a taera do Segnô, a giûstissia e tûtto o resto o saiä ûn de ciû”. Poi o se mette a camminâ pe attrovâ ûn posto dove accoegâse e passâghe a neutte. E proprio feua de Zena, de derrê a’n promontöio, o vedde ‘na spiägëta bella queta, con dell’aenn-a finn-a finn-a. O s’accoega a-o sô e o s’addorme. E inte quello posto, qualche tempo doppo, gh’han faeto ‘na gexetta e in gïo gh’è nasciûo ûn borgo che, pe sti faeti ch’ho contòu, l’han ciammòu San Pê d’Ænn-a”.
Centini-Tacchino descrivono altre leggende tramandate, relative a Pra, val Polcevera e Sturla, ma in realtà – come questa sopra - vere e proprie favole.
La prof. Praga, propone l’idea che il nome del santo apostolo, sia stato dato dopo il millennio, quando esisteva un rapporto certo di dipendenza; e per distinguerla dalla abbazia più celebre omonima pavese; se così fosse si posticiperebbe di 300 anni rispetto i tempi di Liutprando.
Le uniche notizie concrete su Pietro, il discepolo di Gesù divenuto più importante, si desumono dai Vangeli: su essi è citato 195 volte (Gesù 734 volte, Giovanni 29 e gli altri ancora meno).
Si chiamava Simeone (Shimeon in ebraico, Simone in greco e latino) e fu figlio di Giona (Giovanni); nacque a Betsaida (significa ‘villaggio di pescatori’) in Galilea sul lago di
Genezaret ove faceva il pescatore, insieme al fratello Andrea.
Risulta che quando conobbe Gesù, era sposato, ma nulla è stato scritto della moglie (solo negli apocrifi), mentre Matteo narra la miracolosa guarigione della suocera nella vicina Cafarnao, dove probabilmente anche Pietro aveva casa. Nel martirologio Romano è menzionata una ‘vergine Petronilla’ quale figlia di Pietro, ma probabilmente era figlia a livello spirituale.
Fu il fratello che lo avvicinò a Giovanni Battista e quindi a Gesù. Matteo riferisce che assistette al primo miracolo (acqua in vino a Cana di Galilea), ma solo dopo la pesca miracolosa (spontaneamente Pietro pregò Gesù di lasciarlo, lui peccatore, ma ne ricevette la famosa risposta «da ora sarai pescatore di uomini») divenne discepolo assieme al fratello ed a Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo. Altra fonte dice che sposandosi, si trasferì dai suoceri a Cafarnao e che fu là che lo raggiunse la parola del Messia imponendogli di abbandonare le reti e la famiglia; umanamente è più facile capire la richiesta di abbandono delle prime più che della seconda). Nel gruppo divenne il portavoce di tutti, il presente nelle situazioni intime (come la resurrezione della figlia di Giairo) quello che giornalmente riceveva il messaggio e fedelmente ne riparlava con gli altri.
Altrettanto per primo riconobbe la divinità di Gesù e ne ebbe in cambio la frase «e io dico che sei “Kephà” (in aramaico kefa significa roccia, pietra –quindi fu Gesù stesso che diede questo nuovo nome all’Apostolo-; in greco Petros; ed infine latinizzato Petrus) e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto anche nei cieli, e ciò che tu legherai in terra sarà legato anche nei cieli».
Nell’elenco degli apostoli, lui è sempre citato al primo posto e chiamato Primo Simone detto Pietro.
Da persona molto semplice, da subito non comprese intellettualmente la portata e rivoluzione religiosa legata alla Missione di Gesù; tipico è quando Gesù camminò sull’acqua, lui invece affondò, e si sentì dire «uomo di poca fede, perché hai dubitato?»; quando lui solo chiedeva altre parabole per capire; quando si ribellò quindi all’idea che Egli avrebbe dovuto subire un supplizio, e per questo ‘no!’, ricevette un terribile anatema in cambio: «lungi da me, satana’ ...perché non pensi come Dio ma come gli uomini».
Nel periodo della Passione, entrato nel cortile del palazzo del sommo sacerdote ove era imprigionato Gesù, spinto dall’amore ma ancora umanamente troppo debole per mantenere quanto aveva promesso, iniziò una serie di smentite rinnegando la conoscenza di Gesù nel timore della proprio incolumità e concretizzando la preveggenza “prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”, che lo pone ancor più comprensibile a livello umano e non ancora divino. Infatti questa debolezza tutta umana, non viene bollata ignobilmente: per la fede nella nuova religione, lui era più forte della fragilità umana; fu adottato a simbolico esempio sia della fallacità terrena che della tenacia, perché impulsivo ed entusiasta, disponibile con abnegazione, forte umile ed assai spesso vittima della sua emotività, dimostrazione viva e tangibile della nuova Fede: l’uomo può sbagliare ma può anche essere premiato se –con confessione e comunione- si tira su e non rimane nel fango.
E fu sempre a lui che per primo Gesù si rivelò dopo il terzo giorno, evidentemente ritenendolo degno malgrado il rinnegamento. Il Signore risorto di fronte agli altri gli diede il preciso messaggio ‘pasci i miei agnelli,…pasci le mie pecorelle’, ponendolo definitivamente non più solo a pescatore ma anche a pastore del gregge. Difatti iniziò subito a parlare del Messia, convertendo tremila persone in un giorno; e fu l’inizio.
Toccò a lui spiegare quale portavoce degli apostoli -con novella cultura- il miracolo della Resurrezione, la necessità di obbedire a Dio e non agli uomini, indirizzare Paolo appena convertito, l’ammissione dei gentili nella Chiesa. Nella divisione territoriale ove andare a predicare, gli toccò la Giudea con Mattia. Quindi, dopo la morte e resurrezione di Gesù, dapprima andò ad evangelizzare la Palestina; da dove in seguito, nel 42 dC venne a Roma. Infatti, come ultimo episodio sicuro si risale a questo anno: pare certo fosse a Roma rimanendoci 25 anni salvo un viaggio a Gerusalemme (quando imperatore era Claudio, meno degli altri, ma pur sempre un persecutore dei cristiani).
Erode Agrippa (morto nel 44) lo fece imprigionare e poi condannare a morte: un Angelo lo liberò dai ceppi, e Pietro poté fuggire (le catene sono oggetto di venerazione legata al culto delle catene nella chiesa romana intitolata appunto san Pietro in Vincoli: anche a SPd’A esiste una omonima chiesa, nell’area delle suore Pietrine di salita Belvedere). L’autore degli Atti scrive che l’apostolo dopo la miracolosa liberazione dal carcere: «uscendo, se ne andò in un altro luogo». Venne in Liguria? Non si sa, ma si presume di no (anche se in questa terra non si eseguivano le persecuzioni); considerato che - anche se da quel momento è impossibile seguire i movimenti dell’Apostolo e le date proposte sono problematiche - lo ritroviamo a Gerusalemme, dalla quale si spostò fuori della Palestina verso la parte orientale dell’impero divenendo unico tra gli apostoli a svolgere la missione di predicatore itinerante (notizia indiretta -indicante che andò solo in oriente - proviene da Paolo quando scrive che la sua missione di evangelizzare i non circoncisi fu meno efficace di quella di Pietro con i circoncisi).
Forse andò pure a Corinto. Si sa che nel 49 fu ad Antiochia (divenuta fiorente sede di giudeo-cristiani e pagani convertiti. Sempre Paolo: «quando venne Kafa in Antiochia gli resistetti in faccia...». Per chi accetta la sua venuta in questa città, si dà per certo che qui fece erigere un tempio per pregare. E su questa idea, funzionale, che fece erigere ovunque andasse lui ed i suoi discepoli, un tempio; i quali poi trovarono possibile usufruire di quelli già eretti e dedicati a deità pagane) e poi ancora, nell’Asia minore, a convertire i pagani.
Era quindi in oriente, quando capì che ‘doveva’ tornare a Roma: e pare che fu nel 58 che fece il viaggio, quando imperava Nerone. Così, a distanza di pochi decenni, la nuova religione compì il passo decisivo per divenire universale, preannunciando la Chiesa dei martiri nella quale Pietro fu tra i primi a subirne gli effetti.
Da questo anno, ci ne sono altri tre di vuoto, ed i più vicini al nostro interesse; vengono infatti colmati supponendo il non diretto approdo a Roma, causa appunto le persecuzioni; e rassegnata accettazione di ospitalità da amici (in Liguria? leggi poco sotto, riferito alla leggenda della val Varatella).
Nel 61 arrivò a Roma anche Paolo come prigioniero. Nel 64 un incendio durato sei giorni, incenerì 10 dei 14 quartieri di Roma: Nerone convinse il popolo della colpevolezza dei cristiani, e poté iniziare una persecuzione durata alcuni anni.
I tre anni, dal 64 al 67 dC, non hanno lasciato tracce sicure di Pietro: quindi hanno lasciato adito a ipotesi di fuga, tra cui quella verso la Gallia via nave; se fosse vero, altrettanto è possibile che il vascello abbia fatto scalo sul nostro lido prima di fermarsi ulteriormente presso Albenga, nella spiaggia antistante la val Varatella, laddove Jacopo da Varagine vagheggiò abbia favorito l’insediamento di un cenobio –come aveva fatto ad Antiochia- che di generazione in generazione, molto si sviluppò poi negli anni attorno al mille.
Nel 67 dC., la persecuzione coinvolse i due apostoli (la leggenda scritta su apocrifi, narra che Pietro, avvertito, tentò una fuga; ma incrociando Gesù che invece significatamene procedeva verso Roma e che gli chiese ‘quo vadis?’, si persuase a tornare sui suoi passi conscio del pericolo che avrebbe corso): Paolo fu decapitato, Pietro fu crocifisso sul colle Vaticano con capo in giù (sempre la leggenda narra che dovendo subire il supplizio della croce, scelse personalmente di peggiorare quello di Gesù).
Pietro fu sepolto in un sepolcreto di una ricca famiglia; la salma fu deposta in uno di tre loculi sovrapposti addossati ad un muro dall’intonaco rosso, decorati da due colonnette che sorreggevano una lastra di travertino: è cosi che viene descritta nell’anno 200 dC la sua tomba. Nel 258 la salma fu trasferita nelle catacombe della via Appia (dette di s.Sebastiano), ma dopo due anni tornarono nella sede primitiva quando Costantino eresse la prima basilica -a cinque navate- procurando che l’altare fosse posizionato in corrispondenza della prima tomba. Anche la attuale basilica è sovrapposta ad essa, confermato dagli scavi proposti da Pio XII nel 1940-9.
Nel calendario, la sua festa cade il 29 giugno. Iconograficamente è rappresentato sempre barbuto; presente su una barca (doppio simbolo:pescatore e/o la chiesa fluttuante); con in consegna le chiavi del paradiso; col gallo (che come gli aveva preannunciato Gesù, cantò dopo che lui aveva mentito per la terza volta; con la croce rovesciata; con un bastone sormontato da una croce; con in mano una piccola croce e con un pesce. E’ patrono dei papi, pontieri (pontifex), pescatori e pescivendoli, barcaioli e naufraghi, fabbri (per le chiavi), orologiai, penitenti.
Non da confondere con un altro s.Pietro, martirizzato nel 1252, venerato anche a Genova -ove aveva predicato- con un altare nella chiesa di s.Domenico ed a Cornigliano ove a suo nome era l’ospedale presso il ponte. La sua venerazione decrebbe dalla metà del 1400 in poi.
In conclusione, in Liguria -quasi sicuramente- non è mai venuto.
La prima cappella: si da per certo che per tutto il periodo delle persecuzioni, detto paleocristiano, non si ebbero né iconografia (se non quella simbolica nelle catacombe) né architettonica di edifici mirati al culto (le riunioni avvenivvano nelle case private, anche le più modeste); quindi nulla anteriore al IV secolo, anche se i genuensi si sono sempre dimostrati di assai larghe vedute: mai una persecuzione o atti di intolleranza vengono registrati nella nostra storia, anche se ordinati da Roma, grande e dominante alleata.
Ha più logica - perché nessuno ha scritto che Pietro sia venuto nel nord Italia - che la nostra spiaggia fu invece raggiunta nei primi anni dopo la morte di Cristo da qualche volenteroso evangelizzatore (J. da Varagine nel suo ‘Chronica civitatis januensis’ dice che Genova fu una delle prime città italiane ad essere evangelizzate. Se vero, Pietro sarebbe venuto negli anni 58-61 dC. Si pone negli anni 66-67 dC l’arrivo dei santi Nazario e Celso, (non trovati in Manns) che si fermarono solo un anno ché mai vi furono persecuzioni nel nostro territorio; probabilmente trovarono la strada appianata da informazioni già ricevute dalla popolazione, da parte di Pietro stesso o dei soldati. Da qui, trasferiti a Milano, subirono invece il martirio).
È vero che la storia si prova con i fatti o con i documenti; ma questi ultimi non vanno oltre il XII secolo e – come ripetuto - neanche sono affidabili. Pertanto se non tutto, almeno tanto è fantasia: anche pensare che la chiesuola sia nata così, per dedizione, quando, in genere, o si sfruttava un tempio dedicato agli dei pagani, o si erigeva ex novo un sacro edificio solo per voto o calamità (tipo la distruzione di Genova da parte dei Saraceni a fine millennio). Nata, per l’un caso o l’altro, questa cappelletta fu il fulcro del primo enorme passo in avanti.
Dal I al VII secolo, i pastori e pescatori del lido (abitanti in casupole sparse, e genericamente molto semplici, poveri, tutti analfabeti ed ignoranti nonché temerariamente indifesi, sicuramente osteggiati dai sacerdoti fedeli agli dei romani), solo da predicatori viaggianti conobbero la parola del Signore (che aveva una forza nuova: non più soggezione ai capricci degli dei, ma un Dio che umilmente li rappresentava, li identificava e dava loro una forza superiore alla paura dei signori potenti, molto più armati e ricchi). Fecero cerchio e riferimento attorno ad un altare dedicato al loro ‘collega’ pescatore di mestiere, ed iniziarono così una primitiva vita sociale. Essendo Pietro il più importante e famoso tra i dodici apostoli, portavoce del nuovo Dio misericordioso, appare conseguenzialmente logico che a lui si dedicasse una casa in muratura (quando le singole case degli abitanti erano di legno e di paglia, e l’alimentazione era a base di castagne secche) che rappresentasse con la maggiore magnificenza la voglia della nuova forza spirituale espressa con l’apporto del meglio di tutti.
Il termine ‘Arena’ era allora una vaga denominazione mirata ad un lungo tratto di spiaggia: nome quindi dato per primo alla spiaggia di Pré sino a san Benigno; poi, quando la città si allargò, il termine superò il colle ed il capo di Faro, ma – in contemporanea - diversificato dalla cappelletta.
Da quel momento, la vita scorse caoticamente ma senza particolari rilievi per oltre settecento anni.
Penso che quale perno e motrice -fondamentali per poter parlare di un “borgo di San Pier d’Arena”-, sia stato il fenomeno del monachesimo, che appunto dal secolo VIII al XV determinò la qualità della vita umana di tutta Europa (come al solito, la barriera dell’appennino tagliò fuori la Liguria dai grandi sconvolgimenti della storia (in positivo, dalle maggiori invasioni dei barbari; in negativo dalla vita importante e trainante, compreso dopo quella successiva rinascimentale fino anche alla risorgimentale). Questi sconvolgimenti dell’Italia al di là dell’Appennino, coinvolsero non in primo piano ma marginalmente, la Liguria; dove continuarono a vivere le strutture costituzionali che si richiamavano al passato di Roma.
Se fino ad allora gli abitanti vivevano soprattutto di pastorizia e meno di pesca, solo con l’arrivo dei monaci si avviarono anche ad una agricoltura più strumentalizzata, a scambi commerciali con l’oltre-appennino, e quindi con gente di diversa cultura, nuovi materiali (il ferro e legname soprattutto divennero il bene terriero sintomatico di ricchezza) e ad una organizzazione sociale (anche se la guida monastica dettata da san Benedetto nell’anno 529 era tendente a pochi contatti con l’esterno, a favore della solitudine e meditazione). È riconosciuto storicamente che questi monaci (compresi quelli di Bobbio già attivi nell’anno 614) si diffusero in tante zone della diocesi di allora (a Precipiano, a Vendersi (AlberaLigure), a Patrania (Torriglia), san Marziano (Tortona, che prima fu ghibellina antipapale; ma poi diverrà guelfa antiimperiale e pertanto devastata due volte, nel 1155 e 1162) e Rivalta).
Liutprando ed il monachesimo: la storia del monachesimo nasce nel IV secolo dopoC. con la forma eremitica nei deserti africani (tipo s.Antonio, inteso il fondatore del monachesimo, avendo iniziato con questa categoria nei deserti dell’Egitto).
Altre forme e regole nacquero da s.Pacomio (primo legislatore), da s.Agostino, da s.Colombano; ma su tutti i monaci (ovviamente non coinvolgente la Liguria in forma prioritaria) quella che ebbe la più ampia diffusione (in tutto il mondo di allora, compreso Spagna, Gallia, Inghilterra e Germania) nel VI secolo d.C., fu elaborata da san Benedetto da Montecassino.
Egli stilò regole di vita monacale apprezzate da tutti (liturgia, lavoro, studio), chiamando eremiti (i dediti alla vita ascetica); cenobiti (quelli risiedenti in un monastero, con organigramma, mansioni e comportamenti ben definiti al dettaglio: dal priore ai cantori, segretari, elemosiniere, cantiniere, infermiere, ecc.; dalla presenza di un chiostro, alla liturgia della messa ed al silenzio; dal lavoro manuale alla cura del corpo; ecc.); erranti (anche i frati dovevano vivere; e la terra era allora l’unica fonte di cibo, di reddito e – voluto o non voluto - di potere: da qui acquistare sempre più terre da sfruttare; e se lontane, gestirle in allargamento verticale, con in capo l’abate – da Abba=Padre; il vescovo ed il Papa all’apice). Lo sfruttamento della terra (l’agricoltura, ma anche il disboscamento e trasporto, la bonifica, le opere idrauliche sugli argini dei torrenti e dei fiumi), diede il via ad una organizzazione (compreso il concedere in affitto con contratti scritti riguardanti i compensi, fino ad arrivare a riservarsi l’autorizzazione ai matrimoni per evitare smembramento dei terreni o che andassero in mani sgradite) che per alcuni monasteri divenne origine di un potere, che l’uomo riuscì a fare condizionante la politica, le regole di vita sociale, l’identità dei vari popoli (coinvolgendoli in tutta Europa forse escluso in Liguria dove non si ebbero grossi centri, se non Bobbio e Voltaggio, ambedue di mediopiccola portata; e dove mancando le grosse estensioni terriere lo sviluppo fu trovato più verso il mare che verso la terra, ma non dai monaci).
Fu questo allargamento che, divenne il sistema sociale feudale: l’artefice del coinvolgimento a livello popolare della religione con la cultura, politica, potere. Fu il primo ad offrire una struttura organizzata (che coinvolgesse all’unisono uomini di preghiera con altri armati e con il popolo di artigiani, coltivatori e pastori), a sua volta capace di esprimere in una comunità le genialità dei singoli; e con esse enormi progressi tecnici (dalla ferratura degli animali, ai mulini ad acqua), culturali (quelli architettonici, rimangono alla visione di tutti ancor oggi).
La conversione alla religione cattolica dei grandi re ed imperatori, specie a partiure dai Longobardi, favorì questa rivoluzione sociale (religione, ma anche della politica e della cultura intesa a tutto raggio, compresi l’arte quali edilizia e pittura; l’agricoltura; l’edilizia; la lettura scrittura ed organizzazione archivistica e documentaria; ecc.) e spiega perché, all’arrivo del re nel 725 (disceso da Pavia ove era in costruzione la chiesa titolata a san Pietro in Ciel d’Oro, percorrendo la Postumia, occupò la spiaggia per ospitare il suo numeroso – centinaia di persone non certo sistemabili altrove; per attendere lo sbarco; e far costruire dove sarebbe avvenuta una prima sosta delle reliquie di sant’Agostino – vedi i particolare alla chiesa della Cella) si determinarono non solo una sostanziale miglioria funzionale dell’edificio religioso, ma soprattutto l’insediarsi dei primi sacerdoti ‘foresti’ che con l’esperienza ed una cultura più vasta, diedero l’inizio a concetti meno gretti della sola sopravvivenza.
Questo primo ciclo di vita di San Pier d’Arena, dalla nascita presunta di un abitato a quella riconosciuta legalmente, copre più di mille anni, dal secolo I (e prima) al X. Si sovrappone all’iniziale periodo di espansione monacale, poiché esso inizia dal VI secolo (e finirà nel XV). Leggendo sui Libri Jurium l’esistenza gia concreta di una comunità sampierdarenese nel XI secolo, si deduce che la nascita di un borgo è presumibile più vicina all’inizio che alla fine di questo ciclo; e quindi cade abbastanza in coerenza con la leggenda di Liutprando)
Usando il computer, vedi anche - con ‘trova’- altrettanto dettaglio - in Benigno ed in Miani.
1===finisce la descrizione della ‘storia generale’ e ‘zona’ del Borgo = ↑; iniziata a pag. 109 circa - ricordando che le pagine sono soggette a variazioni a causa di modifiche o aggiurnamenti)
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ed inizia ↓ la
2=============storia cronologica del BORGO==== ============
Tutto è avvolto nella nebbia delle ipotesi; ma possiamo ragionevolmente pensare che, la zona subì una prima sostanziale occupazione e trasformazione numerica in conseguenza delle ‘fughe’ da tutta la penisola in conseguenza delle persecuzioni, delle invasioni barbariche e quindi alla ricerca di terre più tranquille.
Comparvero così le prime abitazioni, anche sparse, dapprima sulla via alta (Postumia ed Aurelia, sovrapposte) cioè in corrispondenza di un colle (Benigno, e Promontorio; ma più ovvio, di Belvedere, messo al bivio tra lo scendere al Polcevera per proseguire verso il ponente, o salire verso nord, sia da Granarolo che, costeggiando, fino al Garbo). E ciò suffraga l’idea della dr.ssa Praga quando afferma che i primi insediamenti nacquero -per sicurezza- in alto, lasciando sul piano le “celle” ovvero le “baracche degli attrezzi”: sulla spiaggia le barche e reti dei pescatori; nell’immediato entroterra le stalle o ovili dei pastori, i quali tutti distribuivano la vita giornaliera vivendo in alto sul colle e lavorando in basso, dove costruirono la prima cappella di preghiera.
Allora, due erano le vie di passaggio e comunicazione tra la strada romana e la piana con la spiaggia: –per logica- quelle che seguono un crinale, quindi uno da Promontorio (attuali via Promontorio e salita S.Rosa sup+inf) ed uno da Belvedere (attuali salita al Forte Crocetta, corso e salita Belvedere). Queste ancora, probabilmente subirono nel tempo ampie modifiche legate sia ai pastori –e quindi alla comodità di raggiungere una fonte di scambi di merce-, e sia per reciprocamente adattarsi alle proprietà private (comparsa dell’attuale salita s.Barborino-via Franzoniane, e via GB Derchi-via Larga).
Ai tempi di Liutprando, che risale agli anni attorno al 725 d.C., appare evidente che già esistesse un nucleo più compatto di abitanti, anche se non si sa quando insediati. La terra sassosa e poco fertile, gli sforzi fisici intensi col poco cibo assunto rendevano faticosa la vita agricola di questi primi soggetti, seppur descritti muniti di corpi muscolosi, vigorosi, abituati alle fatiche; ma così fu favorito - più che altrove - il misurarsi anche col mare, per la pesca su barche piccole e dallo scarso ma via-via divenuto esperto equipaggio.
Dei Longobardi, a Liutprando seguirono Rachis (che preferì ritirarsi in convento); Astolfo (che riaprì il contrasto con la S.Sede determinando l’invocazione papale di aiuto ai Franchi: calata di Pipino, che vinse Astolfo (due volte; determinando altresì la fine del dominio bizantino in Italia centrale); Desiderio (che cercando di allearsi i Franchi, concesse le due figlie in sposalizio con Carlomanno (vissuto poco) e Carlo, figli di Pipino); Adelchi (suo figlio, deceduto nel 788 ca; padre e figlio associati al trono, furono sconfitti dal cognato Carlo nel 733 alle Chiuse di val di Susa; dovette così rifugiarsi presso i Bizantini a Verona – tentò la riconquista del regno sbarcando in Calabria, ma fu annientato. Personaggio descritto in una tragedia di A. Manzoni, dal titolo omonimo).
Carlo poi detto Magno, si sbarazzerà di tutti: suocero, cognato, moglie, cognata vedova e nipoti e prenderà le redini, determinando così la fine della dominazione longobarda. Nel 772 dC Carlo Magno re dei Franchi iniziò le prime campagne militari che lo portarono in poche decine d’anni a divenire imperatore riiniziando il Sacro Romano Impero; ma anche sotto lui, la storia si svolge pressoché tutta al di là dell’Appennino: Treviso, Pavia, Verona, Roma.
Come per Magone e Rotari, altrettanto vale negli anni del 934 dC quando dal mare la città fu aggredita e vinta dai saraceni seppur ben poco questo avvenimento turbò la restante ma lontana struttura imperiale. A Genova vescovo Nicolò, dalla Sicilia e da Tunisi nel 931 fu armata una flotta comandata da Safian Ben Kasim che giunse, ma non riuscì a superare le difese. Ritentò tre anni dopo: il 19 maggio ben duecentosessanta navi bloccarono per due mesi la città dal mare; preannunciati da un flusso d’acqua sanguigna dalla fontana, a luglio sbarcarono di notte e da più parti opposte, riuscirono a superare le difese (5mila morti per i genovesi, seimilaquattrocento per gli assalitori) costringendo (donne, bambini e vecchi) a fuggire dalla parte dei monti. Il primo giorno di saccheggio fu dato ai singoli assalitori; il secondo era diritto del califfo. Il 12 ottobre se ne ripartirono. Se l’assedio e l’occupazione durarono da luglio ad ottobre, possiamo ben supporre che tutto il genovesato fu soggetto a scorrerie, saccheggi e morte. Certo ci furono dei fuggitivi che al ritorno, preferirono stanziarsi nell’interno della nostra spiaggia.
Se questa distruzione insegnò a Genova ad un po’ meglio rinforzarsi e strutturarsi, facendo comunità circostante, assemblandosi con delle mura più solide, organizzando una flotta (cosa che nel prossimo futuro tornerà utile prima per le Crociate e poi contro Pisa).
Lentamente ma - non tanto lentamente - già prima del 1000 il borgo è tutto abbastanza ben ristrutturato, socialmente e civilmente (sulla scia di Genova già esistono i Consoli, gabelle, gerarchie, cantieri navali, fortificazione sulla spiaggia con i servizi di guardia).
Molto vicino all’anno 1064 iniziano i lavori per l’erezione della abbazia di san Bartolomeo del Fossato (vedi a Bartolomeo).
La partenza nel 1096, dettò storicamente il giorno di inizio della prima Crociata narrata da Caffaro. Ma questa data, non rileva uno spazio di tempo, culturale e storico - secondario alla mancanza di documentazione - circa la necessaria preparazione ad essa, lentamente centellinata, e che non può essere inferiore di molti anni antecedenti (Le navi dei possidenti genovesi già da tempo avevano iniziato a solcare il Mediterraneo e produrre commercio con il Medio Oriente ed i cosiddetti Luoghi Santi: gli Usodimare, i Doria, gli Spinola, i Fieschi e tutti gli altri ‘spedizionieri’. Sulla nostra spiaggia esistevano i cantieri dei Coronata e Gallino; ai quali si aggiunsero i Boccacci, i Sambuceti ed i Dapelo). Già dall’anno 1010, dopo la conquista del s.Sepolcro da parte del califfo egiziano Al-Hakim, l’abate Guglielmo da Volpiano aveva fatto erigere la Commenda di Prè per chi aveva contatti da e per quelle terre. E Genova era già punto di riferimento fisso per quei viaggi, quando anche la Sicilia era in mano degli arabi. Certo che, se per infiammare il popolo fu sufficente sollevare il problema religioso da parte di UrbanoII, per interessare gli armatori – visto che i genovesi non erano tanto una nazione quanto piuttosto una ‘consociazione mercantile’- occorse stimolare interessi e vantaggi economici, sia immediati con le navi, sia successivi con i mercati.
Ai primi di agosto dell’anno 1100 Guglielmo Embriaco partì per la crociata in Terrasanta su una galea fornita dai cantieri su nominati; 27 galee e varie navi da trasporto era la sua flotta, che – prima di partire - sfilò davanti alla nostra spiaggia per organizzare il convoglio.
È in questa data (con dei dubbi in antecedenza) che si fa iniziare il governo dei Consoli
Nel registro della Curia arcivescovile di Genova (iniziati nell’anno 900), il primo atto riguardante San Pier d’Arena è il 132° dell’elenco, in cui Airaldo - vescovo in Genova -, nel febb.1104 firmò un atto che accenna ad “un convegno riguardante il molino di San Pier d’Arena”. Durante il suo vescovato nel febbraio di quell’anno fu firmato un accordo di convenienza’ tra un Lanfranco con fratelli, ed un Oberto (ed i suoi fratelli, q.Merlonis e Pagano de Volta con figlio) onde non molestarsi con i rispettivi molini nel ‘fluvio pulcifere’: il primo che già lo possiede non deve negare l’acqua; gli altri che vogliono costruirlo debbono dare ogni anno ‘quinque pullos et quinque azimas (giovani polli e pane azimo?).
Dal 1114 i Consoli genovesi avevano fatto un lodo per cui certe navi pagassero la decima del grano al vescovo Airaldo Guaracco; non è dato sapere se l’obbligo coinvolgesse anche le piccole imbarcazioni del borgo.
Tuvo e Praga fanno cenno alla notizia riportata sul ‘Decretum guardiae civitatis’:
A) per loro datato 1128; ma che -nei Libri Iurium- è data definita “non sembra sufficientemente motivata” ; B) relativa all’obbligo - per i sampierdarenesi - di ‘prestare servizio presso la torre di Capo di Faro e provvedere a procurare la “brusca” (ovvero la ginestra seccata per passare dalla lampada ad olio al falò, in caso di necessità) e a sostenerne le spese’: non appare vero: il decreto, come scritto sotto alla data 1139, incarica i genovesi di ‘facere guardiam in castello Ianue’ ed altri per ‘Capitis fari’.
Della stessa data, il primo documento notarile che cita la chiesa di san Martino con parroco Oberto Balbo.
Come già scritto, da oltre un secolo, il governo genovese prevedeva che ogni villaggio fosse retto da un Console: nel 1131 si è detto e scritto (ma mai ho trovato dove) essere Oberto da Bozzolo (‘italianizzato’ Alberto; assieme a Bongio della Sala e Pietro della Plata) eletti tra gli uomini compresi tra i 17 e 60 anni, in sedute pubbliche in zona Mercato o nel sagrato della Parrocchia.
Olivieri cita che ‘come la città, così le campagne, e le terre dei dintorni avean Consoli. Del 1134 son ricordati in San Pier d’Arena. Un atto del 1158 …del Chartarum dei Monumenta Historiae patriae… nota Ottone Vernazzano e Pietro Pigmario, Consoli di San Pier d’Arena (per errore scritti nell’indice dei Consoli di Genova)
Nei Libri Iurium leggiamo un atto, datato 1139, titolato “de guardia civitatis et qualiter fieri debet”, dove si precisano le funzioni degli uomini dei vari quartieri (dopo Carbonaria, Calegnano, Terra Alba, ecc., arriva a “homines Rivarolio et de Porcili et de Cavanuza et de Granarolo et de Sosenedo debent facere guardiam ad turrem Capitis Fari”.), arriva a “Homines Sancti Petri Arene, qui soliti sunt facere guardiam, debent eamdem guardiam facere”. Poi aggiungerà “Homines de Prementore et de Basali per unumquemque debent dare phiolam unam olei”.
Ritroviamo ancora nel registro della Curia arcivescovile di Genova, relative all’anno 1143 (e ricordando che il territorio ecclesiastico era più vasto del territorio del borgo), la citazione di alcune località nostre ben conosciute “quas archiepiscopatus habet in curia sancti petri de arena vel habere debet” …‘ecclesia Sancti Martini de uia’, ‘ecclesia sancti Sepulchri’ e ‘Granarolo’), e di altre non conosciute: “Fulcus de loco Sancti Silvestri...; Gastaldus de Begali (presumo Begato)...; in loco nominatur Bruceto (quest’ultimo ‘cum mansione. et vineis. et ficas. et olivas. et castaneas. et alios arbores fructferos super se habente’).
Esiste un elenco di persone ‘a pensione (in affitto)’, che “in primis debet habere fidelitatem de omnibus hominibus ipsius curie. et debent iurare quod non debent vendere nec dare terras ipsius archiepiscopatus...” e debbono all’arcivescovo delle somme: “denarios.XVIII. ianuensis monete. de manso que in sancto petro de arena. iuxta mansum pandulfi filii nichole medici.Pandulfus predictus. denarios. iiij de predicyto manso.”; poco oltre viene nominato sempre a gennaio 1144 “Gandulfi sardene. omniumque personarum per eum.”; o di consoli che versano le decime; la prof. Praga fa cenno – relativa a questo anno - ad una “grave decima del mare”; ed altre chiese che possiedono terreni qui, come quella di Molassana.
È del genn/1144 la sentenza emessa “nel palagio dell’Arcivescovo di Genova”..., per la quale i Consoli (Buon Vassallo di Oddone, Oglerio Vento e Guglielmo Lisio):
---“dieno al Domino (dell’arcivescovo) Siro (Siro II della famiglia Porcello, eletto nel 1130, ultimo vescovo e primo degli arcivescovi, morto 1163) e a’ successori di lui, la decima del grano” riguardante le plebs (o pievi) di Voltri, Pegli, Sestri, Corneliano, San Pier d’Arena che nel gennaio di quell’anno ebbero una ‘laus de decima grani’ (i beni della Chiesa posti in città dipendevano direttamente dall’episcopio; quelli lontani erano divisi in 5 Curie -Molassana, Lavagna-Nervi-San Pier d’Arena (fino a Campi)-Medolico (da san Cipriano,Morigallo,Cantone)- a loro volta suddivise in ‘gastaldi’ (si scrive dell’imposta ai nostri gastaldi nello sfruttamento di un molino posto a Giarolo). In particolare “iste sunt conditiones quas Archiepiscopatus habet in curia Sancti Petri de Arena, vel habere debet - In primis debet habere fidelitatem de omnibus hominibus ipsius curie. et debent iurare quod non debent vendere nec dare terras ipsius archiepiscopatus. nisi in famulis ipsius curie. et per licentiam ipsius Archiepiscopi. et hoc debent facere unicumque habitent famuli predicte curie et hec sunt conditiones. - de manso de ficario (fichi) solidos.IIII. de manentatico(mantenimento) - archipresbiter sancti martini. solidos.III. de menentatico - Andreas balbus dat denarios.XVIII. et spallam. (di porco?) I. de loco de domo de manentatico - de granarolo denarios.XVIII. et spallam.I. de manentatico - de morella. facius et fratres eius. et de pastino (terra per vigne?) episcopi ottonis. solidos.V. et pullos.II. pro comeatu (passaggio) - de manentatico bucardi. solidos.V. - de loco de guasto. spallas. II. aut solidos.II. una pro conditione et altera pro manentatico - Gastaldi. spallas.II. una pro gastaldatu. et altera pro molendini (macina) conditione de glariolo (ghiaia) - de loco sancti silvestri. denarios.XIIII. et dimidium - Raimundus. et amicus. et marchio. debent dare. denarios.IIII. et mediam pensionem. et capones.II. et gallinas.II pro libellaria (piccola moneta, decima parte del denarius) quam tenent - Gastaldus de begali dat spallas.II. pro decima. - Isti sunt qui faciunt domnicatum sancti petri de arena. putant et cavant. et faciunt omnia que necessaria sunt ipsi domnicato. et vindemiant et ponunt in torculari. et pistant. et mittunt in butem. et adiuvant eum adducere ad mare. et stringunt butes. nomina quorum hec sunt. Raimundus. Amicus. Marchio. Andreas balbus. Fulcus de loco sancti silvestri. locus de granarolo. locus presbiteri sancti martini. locus de domo. locus de domnicato).
---“totam illam terram que est in fronte terre Archiepiscopi de sancto petro de arena. ab terra que (est) otonis fornarii usque in capite superiori terre Archiepiscopi usque in aquam pulcufere. quod neque ab eis neque aliquo pro eis ullo modo de hac terra coveniri possint. Hanc laudem idem fecerunt. quia cognoverunt dictis plurimorum testium quoniam inter dompnum Archiepiscopum et eius predecessores. Hanc terram totam usque in aquam pulcifere possederant quiete per suam. per ammos quadriginta et per triginta. Qua igitur racione cognita laudaverunt ut supra legitur. Millesimo CXLIIII mense ienuarii indicione VI.”
---comprovano (‘laus’, ovvero lodano, legiferano) che l’Arcivescovo possegga tutta quella parte di terreno ove Gandolfo Sardena aveva il ‘manso’ (corrispondente ad un rustico con terreno, capace di sostenere la famiglia del curatore ed i suoi debiti (decime) col proprietario. In SPd’A, di proprietà della Curia, ce ne erano sei. Il contadino –che si chiamava ‘famulo’ era tenuto ad un giuramento di fedeltà all’Arcivescovo (riportato dal Cicala un lungo elenco di nobili che dovevano fare atto di fedeltà: viene incluso “...Filii lanfranci vetuli. et stranlandus patruus (zio paterno) eorun. Jsti (essi) tenent mansum unum in sancto petro de arena prope (vicino) ecclesiam sancti martini. et prope pulcifera pro feudo et cetera”), doveva curare una vigna, vendemmiarla, spremere l’uva, ‘imbottare’ il vino e trasportarlo fino alla marina per imbarcarlo (sia per la decima che per commercio). A metà del 1100 cambiarono nome e si chiamarono ‘corti’);
---i Consoli determinano pure che spetti all’Arcivescovo una terra confrontante con quella dell’Arcivescovado’: “totam illam terram que est in fronte terre Archiepiscopi de sancto petro de arena...usque in aquam pulcifere...Hanc terram totam usque in aquam pulcifere possederant quiete per suam. per annos quadriginta et per triginta”. (era uso nel tempo, e prolungato per vari secoli, che le questioni di possedimenti si risolvessero col duello; si ha notizia del 1232 che il soccombente, indipendentemente dalla ragione, ‘fu suppliziato’).
---Sempre Siro, l’anno dopo a marzo vendette 13 ¾ tavole di terra ed a luglio dona cento tavole di terra ad altra chiesa (s.Michele).
---Inoltre, i citati, pàgano l’arcivescovo: “Odo gerandus. denarios.XVIII. ianuensis monete. de manso que in sancto petro de arena. iuxta mansum pandulfi filii nichole medici. Pandulfus predictus. denarios.iiij de dominus in quibus habitant. (stessi soggetti, all’anno 1163)
--Nel marzo 1145 l’arcivescovo Siro della chiesa genovese, vende a Pandulfo figlio di quondam Nicola, per cento denari genovesi, quattordici ‘tabulis terre in sancto petro de arena iusta terram tuam positis’ ma con l’obbligo per lui ed i suoi eredi di migliorarne l’utilizzo e la produzione salvo sottrazione; tra i testimoni sono Oberto Spinola, e Wilielmus Ruffus (vedi sotto a nuovo atto del 1163). Un altro atto notarile conferma che Siro possedeva nel nostro borgo altri appezzamenti di terra: nel luglio ordina che 100 ‘tabulas’ di terra di proprietà arcivescovile, passino per utilità alla chiesa di san Michele arcangelo ove si conserva san Rufino; qualora però il canonico ed i regolari divenissero negligenti (nel curare questo dono), lo stesso ordina che esse ritornino alla chiesa di san Siro.
---Nel marzo 1146 sempre Siro riceve 6 denari ‘per la pensione di un manso’ (il proprietario -seppur allora in difficoltà perché lontano-, controllava i suoi fondi: un atto intima la sospensione di ogni opera tendente a mutare l’aspetto naturale di un fondo (ad un Guido da Lodi che aveva iniziato in una terra dell’Arcivescovo a far deviare parte della acque della Polcevera al fine di alimentare un mulino); segnalato da un ‘amicus guardator’, fu intimato “ne illud facere sibi denunciatum (fuit)’);
---nello stesso anno “Accepit alexander ab aidelina filia prefati ansaldi (apparuidi) et sorore predicti gregorii monachi denarios sex. nominative pro pensione unius anni de manso uno quod est in sancto petro de arena ante ecclesiam sancti martini. et marabotus tenuit eum pro episcopatu, et confessa fuit se debere persoluere – Anno dominice incarnacionis Millesimo. centesimo. XL.VI.”.
Nel 1156 Oberto Roza (orfano del Console di Genova Lanfranco: dal notaio, si afferma essere ‘filius quondam Lanfranci’) dà in affitto a Ingone Banchiere i suoi beni siti in S.Pier d’Arena
Nel 1158 tal Solimano da Salerno (un ebreo mercante con forti legami nel regno di Sicilia), pure lui come anche la moglie Eliadar, unica donna erano proprietari di una nave da cui percepivano un reddito (a questo indirizzo lui appare 10° e lei 15° fra gli investitori nel commercio d’oltremare, a volte da soli a volte associati), ma lui compare negli atti notarili più come proprietario terriero che navale: comperò nel nostro borgo da Ido Gontardo e moglie per 108 lire una tenuta coltiva di 180 ‘tabule’ comprendente una ‘domus’ (probabile –visto che Solimano aveva già una casa e la moglie Eliadar un’altra propria, ambedue in città-, che volessero questa per campagna o ‘buen retiro’. Questa famiglia ricompare dal notaio anche nel 1161 per la vendita di terreni a Camogli; e nel 1178 quando i consoli si incontrarono nella loro casa di San Pier d’Arena per riaffermare la pretesa su certi terreni a Chiavari).
Prima del 1157 anno in cui in un documento viene citata come già eretta la chiesa di Coronata (già così, da prima dell’anno 1100, si chiamava la zona di quel colle: da Columnata o Columpnata, poi Coronada infine Coronata - molti lo fanno invece derivare dalla Madonna ‘incoronata’), sulla nostra spiaggia fu rinvenuta una statua della Madonna col Bambino in grembo. Fu trasportata alla parrocchia di san Martino, ma il giorno dopo (per credenza popolare: “per mano d’angeli”) scomparve per essere ritrovata tra i rami di un albero, vicino ad una cappella dedicata a san Michele, a Coronata. La statua fu riportata alla parrocchia, ma per altre due volte successe -inspiegabilmente per i villici- eguale trasloco; finché un certo Capone Vassallo donò delle terre sul colle vicino, perché Le si erigesse un tempio, a cui fu dato il nome di Sancte Marie de Colomnata. Ancora nel 1890, dopo alcune variazioni quella parrocchia ancora rientrava nel vicariato di SanPierd’Arena assieme alla Cella, san Gaetano, le Grazie e Cornigliano.
Nel 1163, a metà marzo, Siro conferma (vedi all’anno 1145) la locazione di una terra: ‘Innovatum pactum (con) Nicholam iudicem filium pandulfi (per) unam terre quam habet curia Archiepiscopi in sacto petro de arena’. Il terreno è diviso in quattro: una parte a Nicola e suoi eredi per 29 anni, una a suo padre e le altre restano alla curia. Nicola si impegna a lavorare la terra, farla produrre, pena ‘ducentorum solidorum’; altresì non può alienarla, né darla in lavoro ad altri, e dare all’arcivescovo frutti e vendemmia; la terra concessa, confina (cui coheret): da un lato la via (ab una parte via); da altro la terra del padre (ab alia terra pandulfi patris; da altro altre terre dell’arcivescovo (a tercia terra curie archiepiscopi); da ultima altra terra della curia (a quarta parte similiter terra ipsiius curie). In sostanza non si sa dove fosse
-Secondo il sac. Domenico Cambiaso, sulla base del libro “Registrum talee omnium ecclesiarum januensis diocesis”, il più antico documento, che registra le tasse a tutte le chiese, imposte dal Legato apostolico in Ligura card. Egidio Albornoz, questo è l’anno di fondazione della prima chiesa locale, quella di “sant’Antonino in via sant’Antonio”.
Per la parrocchia di s.Petri de Arena, non sa specificare la data e quindi la omette.
A seguire, scrive : 1064? 1153 monasterium s.Bartholomei de Fosato; 1121 monasterium s.Benigni; 1156 monasterium cisterciensi s.Sepulchri; 1198 ecclesia s.Ioannis de Borbonosso; 1211 monasterium de Cella; 1285 monasterium de Belovidere; 1311 s.Bartolomeo della Costa; 1360 ecclesia de Cibo (SM de Quartieretto, poi sostituita coll’attuale parrocchia di SM delle Grazie
Ad Ugone, eletto arcivescovo dopo Siro nel 1164, viene attribuito il diritto di attingere acqua lungo il confine della terra che Guglielmo del q.m Forzano tengono in feudo in SPd’A;
--- nella stessa data il vescovo sentenzia che Guidone de Laude distrugga i nuovi lavori (‘opus’) fatti sulle terre dell’arcivescovo vicino al fiume polcevera (‘fluvium porcifere’) per i quali aveva deviato le acque del torrente al fine di alimentare un molino. Millesimo. centesimo. sexagesimo quarto. Nono decimo die Junii
---Tempore domini Hugonis Archiepiscopi facte fuerunt hee emptiones: dedimus filio Strallandi librasXVIIII. pro terra Sancti petri de Arena. et pro tribus minis et media (quas) habebat in molendino (molino) de Iarolio pro feudo.
---Wilielmus tralandus et Guilielmus filius quondam forzani (il nome è maiuscolo ; il cognome è minuscolo) habent in feudum ...in villa sacti petri de arena et ducenti acceptam ad molendinum (mulino) de glariolo. Et similiter eandem habeant facultatem capiendi aquam... (Nota- Glariolo, dal latino glarea che vuol dire ghiaia, era una località dell’antica Curia di San pier d’Arena in prossimità di Campi, sul greto – oppure è nome antico di Granarolo).
La lavorazione della pietra e poi le Crociate favorirono l’erezione di case anche a più piani, e - nei primi secoli dopo - con la costruzione delle chiese della Cella, di san Martino, e di conventi (del Monastero e di san Bartolomeo) la comunità si organizzò fino a creare un borgo. Tutto questo si può considerare un naturale crescere in un ambiente favorevole allo scopo, anche se la vita era assai grama per la generale miseria e malattie, e perché soggetti ad attacchi dei signorotti violenti, dei predatori moreschi, di pirati del naviglio, e se sempre costretti a subire per primi le conseguenze degli aggressori di Genova; isolati dalla grande via commerciale di terra, l’unico sfogo era il mare: qualcuno si sarà dedicato alla pastorizia o all’agricoltura, o al commercio, dapprima per uso locale ma poi anche per rifornire la città vicina, che a piedi era abbastanza lontana; i più però trovarono sfogo sul mare, sia come pescatori che come produttori di naviglio, dal più piccolo via via sempre più grosso. Così negli ultimi due secoli divennero più redditizi mestieri quali creare cantieri o fare i marinai anche arruolandosi sulle navi più grosse, specie quando la città stessa allargandosi si avvicinò al borgo -seppur sempre al di là della barriera di san Benigno.
Nel registro della Curia, si leggono, tra gli anni 1168 e 1226, numerosi contratti:
NB = (solo quelli segnati --) sono relativi a terre in Sancto Petro de Arena, di proprietà dell’arcivescovo Ugone e date in gestione o da comprare; segnate invece con xxx le località strane- da controllare -vol.XVIII di St.Patria).
--del 15 maggio 1168 tra l’arcivescovo e Vassallo de Braida q.Stefano
--luglio 1168 con Johannis Vernazani (o Vernaçani) q.Otonis et suus heres --12 sett.1168 con Oberti Domçelli (o Donzellum) q.Johannis, locum unum curie Archiepiscopi qui est positus in Sacto Petro de Arena prope plebem sancti Martini, cui coheret ab una parte terra Alberti Grilli, ad alia terra curie ab aliis duabus partibus via..
--1 agosto 1170, tra Ugone e ‘Altelia q.uxoris Guiberti, et Nicole ieneri eius’ per un terreno ‘vicatur locus de Morella et medietatem loci Romaroli’ (che non è dato sapere dove fosse). (Vedi 1172)
--19 luglio 1171, con Belle q. Petri de donnola et comuniter Fancellum filium q.Guiscardi , ‘pratus iuris curie et que est in Sancto Petro de Arena ubi dicitur Insula de supra Glarolo’
--22 luglio 1172, con la Altelia Balba et eius iener (vedi 1170).
--del 21 nov.1173 con Oberto Donzello q.Oglerio de Santo Laxo (Lazzaro), ‘et suus heres, amodo usque ad duodecim annos’ prende in cura ‘et custodire et laborare et salvare et bonificare et colere’ un terreno della curia in Sancto Petro de Arena, ‘ad Fucem, et vocatur locus de Ponte, et est suptus via (a mare della strada).
Inoltre all’rciv. ‘debent pasternare tabulas quatuor…solidos quinquaginta denariorum Janae…et quando dominus Arch. Venerit in partibus illis faciant curiam…pena ‘solidorum centum’.
--del 1 dicembre 1173 sempre tra Ugone e Johannis Bononepoti, ‘locum de Ramarolo’ (Granarolo); deve come sopra curare ed in più ‘pasternare totum hunc locum de vinea et de arboribus … ecc… penam…
--Altrettanto nel 1174 con Jonatam Bufum (o Bufo) et heredibus, ma ‘ad recolligendam totam decimam maris a sancto Andrea de sesto usque ad Caput faris’ (ovvero raccogliere le decime del mare, da Sestri a Capo Faro) et terciam partem quarterii decime terre Sancti Petri de Arena ‘que est comunis cum alias decima filiorum Rainaldi Berizo’…In super juravit fidelitatem…
--27 gennaio 1174 gli uomini del nostro borgo sono citati assieme a quelli di Arenzano, Volturi, Pelii, Sigestri, Corneliani ‘et aliarum villarum huius Episcopatus, dant decimam grani…; e lo stesso ‘decimam salis’ per le navi che lo trasportano, o ‘decima maris’ per le ‘venientibus Pelagi’.
Tra i documenti – non della Curia - si legge che sul finire del secolo: tra il 1178 e 91 un certo ‘Stabilis vende a Stefano, abate di san Benigno, un terreno a Sampierdarena’; altro documento del 1179 conferma il possesso da parte del monastero di alcune proprietà fondiarie nel villaggio (ed altro del 1201, vedi sotto). Olivieri cita un lodo dapprima attribuito all’anno 1109 ma che studiosi valutano siano del 1179: nomina Rubaldo Lercari, Guglielmo di Rodolfo, Ottone delle Isole, Consoli di SPdA, nell’assegnare delle terre alla chiesa e monastero di s.Benigno in San Pier d’Arena (misurate in 69 ed 1/8 tavole di terra).
--18 marzo 1181 Johannes Strallandus q. Wilielmi, indiviso con il figlio di q.Forzani vendono ad Ugone una terra che hanno a Sanctum Petrum de Arena, ed altra ‘habemam in molendino de Barolo, cui coheret a tribus partis via, a quarta aqua Pulciffere.’ al prezzo di ‘decem et novem denariorum Januae’. Ma la traduzione mia è incerta
--25 gennaio 1184 Ego Hugo archiepiscopus loco tibi Forçano de Soselia locum meum apud Sancto Petrum de Arena, quem emi a Strallandino…
--1 febbraio 1186 Ego Hugo locationis do vobis Henrico de Belvedere et Rolando de Sancto Petro de Arena terram…quam tenuit Gandulfinus de Morella
--19 novembre 1186 Opizo Lecavela (per sé e per i nipoti orfani del fatello q.Ottone) rimette all’arcivescovo Ugone un fondo che aveva ‘in Polcevela, iuxta hospitale quod idem Opizo fundavit pro anima fratris sui, nomine levandi ecclesiam in eo fundo. Ma probabilmente era a Rivarolo, anche se coinvolto nella donazione l’’archpresbiter de sancto Petro de Arena, Martinus’.
--24 ottobre 1187 la Curia locano un terreno a Boninfanti e i suoi eredi, che la curia possiede ‘ante plebem et quem solitus est tenere Oberto Donçel’, per tredici anni.
--10 febbraio 1188 locazione a Oberto Balbo ed eredi di ‘caminatam (forno) cum domoculta, et medietatem molendini de Clarolis, et cannetum qui est desuper pontem, et salecetum, et totum donnegum (?sic) quod videtur habere curia in predictis horis’.
--6 febbraio 1194 ‘placui domino Bonifacio archiepiscopo locare pastinum (terra zappata), quod est iusta hospitale Sancti Petri de Harena, Oberto Quarterio et Rubaldo Draconi…
--21 agosto 1194 ‘Bonifacius locat Dalmatio et suis heredibus masculinis locum unum cum domo, salicibus et cannis super se existentibus, et cun omni suo ingressu…qui est in Sancto Petro de Harena et dicitur Rainarolius.
--19 febbraio 1195 ‘Bille, de Sancto Petro de Harena’,(potrebbe essere il Belle del 1171?) vende per 18 libras terre quam habere visus sum in Sancti Petri de Harena, loco ubi dicitur Caneva…teste: Martinus archiprebister.
--23 aprile 1195 Curia locat Bononevodo locum illum quem ipse tenet pro curia, qui dicitur Rainarolius, cum domo nova super existente, et com omni suo ingressu et exitu, iure et comodo et suis pertinenciis.
--20 settembre 1195 ‘loco vobis Rolando Pigoiario et Guisle iugalibus (sposa, figlia di Oberto Balbi e sorella di Vivaldi), locum de Morella de Sancto Petro de Harena, quem tu tenes pro curia…’
1198 il sac Domenico Cambiaso indica questa data per la fondazione della chiesa di s.Giovanni di Borbonoso, sulla base del libro che imponeva delle tasse alle chiese (‘registrum talee omnium Ecclesiarun Januensis Diocesis’, del Legato Apostolico in Liguria, card. Egidio Albornoz, 1360).
--2 gennaio 1199 Bonifatius locat Enrico Vernazano locum qui est ad Foxam et que tenet…vinea. Et locat terram que dicitur Stobla… et si Enricus non attenderit ut sopra, Gaforus de Sancto Petro de Arena et Enrico Beianus promittunt attendere Archiepiscopo pro eo ut sopra, et primo set principales debitore set pagatores se constituunt…
--27 luglio 1200 archiepiscopi Bonifacii, loco vobis Oberto Quarterio et Enrico Vernazano molendinum novum Sancti Petri de Arena, situm super hospitale…
--5 gennaio 1202 ‘Albertus Grillo et Julieta, iugales, vendunt Bonefatio locum unum positum in Sancto Petro de Arena…et qui locus est per mensuram tabule centum triginta octo. Cui etiam coheret: superior strata; inferius terra domini Archiepiscopi et ecclesie sancti Michaelis; a latere terra Endici Grilli; ab alio latere terra domini Archiepiscopi…’.
La ‘tavola’ era una misura agraria variabile a seconda delle località; ma in Liguria erano: uno iugero (=12 pertiche); la pertica (=288 tavole); la tavola (=34.456 piedi); il piede era la misura base (= ?) .
Il 25 mag.1221, alcuni cittadini sestresi promettono consegnare a Bonagiunta Caldini, a Sampierdarena, 60 tavole lunghe 10 cubiti, larghe 1½ palmo e dello spessore di due dita. Questo a dimostrazione che nel nostro borgo c’era traffico di legname, per i cantieri e per altro
Il 14 giu 1222 ‘Guillelmus, minister sancti Petri de ArenA’, è testimone alla nomina di un canonico nella chiesa ‘di s.Fructuosii de fimerio (Fumeri)’. Invece il 8 nov., il canonico di s.Lorenzo comunica all’Archipresbitero plebis Guillelmus, ministro ecclesie sancti petri de ArenA’ una lettera sigillata del pontefice OnorioIII, inviata a loro da due canonici di Tortona e relativa al comando della diocesi genovesi sulle altre.
--25 gennaio 1226 ‘nos Otto archiepiscopus, locamus Riculfo de Richo terram quam habemus, vel palatium nostrum, ad Sanctum Petrum de Arena iuxta plebem, cui coheret: a duabus partibus via; ab alia parte lumen Pulcifere; ab alia terra quam tenet Forcianus feudalis…
Nello stesso 1226 cinque notarili: ---in cattedrale, Iacoba –figlia di Adalasia- da una parte ed Oberto Sasso da sampierdarena, dall’altra, promettono reciprocamente di non inquietarsi. I prossimi quattro, tutti relativi a Simone Malocello, canonico di s.Lorenzo e ‘minister plebis sancti Martini de sancto petro arene’, ---dà in locazione tutte le castagne della Pieve poste nelle pertinenze di Paravanico; ---ed il 23 sett. loca ad Amico de Fari –per dieci anni- una terra nel luogo detto ‘Rainetum’ presso il lido del mare (alla Fiumara, ndr). --- il 25 sett. riceve a mutuo venti lire che promette restituire per Natale, dando in pegno sei lire dovute dal prete Andtrea (cappellano della pieve di s.Martino di Sampierdarena) ed il vino che ha nella cantina di detta pieve. –infine 28 set promette dare soldi sei a Oberto Scanapreve per ciascuna cannella di muro che farà nelle terre di dette pievi.
1227, 7 ottobre. Dalduino di Brasile con sua moglie vendono ad Oberto Dentuto una terra situata in Promontorio sive basuli, nel luogo detto alla croce, con casa sopraposta e colle botti, il tino e il torchio ed altro che vi si trova; detta terra confina di sopra colla strada, da una parte colla via pubblica, dalla terza parte, cioè di sotto, col fossato e al di là del fossato, la terra di Guglielmo di Paolo e la terra di Marino di Promontorio; dalla quarta parte la terra della chiesa di Borbonoso. La cessione si fa sul prezzo di lire di Genova 180
La sottomissione a Genova fu sempre cosa ovvia e necessaria; ma nell’ amore per l’indipendenza ed autonomia fu maestro il governo Repubblicano, perché da allora e per sette-ottocento anni di seguito, sino al 1926, il borgo nel bene e nel male si autogovernò, valendosi delle proprie capacità ed economia (assemblee di gestione, consoli che garantivano l’autonomia giuridica, decisionale ed operativa - tra essi: Alberto di Bozzolo (vedi)), pronti a sfruttare tutte le occasioni (dalle crociate, le guerre pisane e veneziane, per portare avanti una intensa attività cantieristica e marinara che divenne proverbialmente tipica nel mondo di allora).
Nella seconda metà del 1200 a Genova comandavano 30-40 famiglie (‘gentes’, con le famose 60 torri distanti ± 100 metri una dall’altra), tra cui più potenti erano i Doria, Fieschi, Grimaldi e Spinola; ma non ultimi i Cebà, Pallavicini, Lercari,Cicala.
Esclusi i secondi, gli altri ebbero facile gioco nell’aggiudicarsi ampi possedimenti nel nostro borgo, iniziando quel possesso che sfocierà tre secoli dopo con le ville ‘di vacanza’.
Nel frattempo è noto che i signori di Francia, Germania, Polonia, fecero raduno a Genova per partire per le Crociate; e fu qui nel borgo quindi, che si ordinarono ai cantieri navali gli scafi ma non solo per comodità territoriale quanto anche per riconosciuta maestria dei costruttori di alcuni dei quali vengono ricordati i nomi: Sambuceti, Dapelo, Casale, Boccacci, Coronata. Le navi vennero registrate con atto notarile a partire dall’anno 1150, in genere col nome del proprietario o del conduttore; a volte -specie quelle da carico- con la località di costruzione. Così troviamo:
---circa nel 1186 il notaio Scriba indica un certo ‘Alvernacius’, che possiede il diritto di riscuotere una decima ‘maris et terre’ in una zona non specificata della nostra spiaggia (e per questo privilegio pagava a sua volta una decima alla curia aricescovile). I termini in latino significano che Alvernacio era proprietario di una nave probabilmente ad uso commerciale, ma era altresì percettore di un reddito proveniente dalle terre possedute (le quali assai spesso erano la fonte più consistente);
1188 tra i firmatari della pace tra Genova e Pisa, giurata singolarmente da alcune centinaia di cittadini, compaiono un ‘Castellus De Sancto Petro De Arena’, un ‘Vassallus de Sancto Petro de Arena’, un ‘Angelus de Fossato’
---In un cartulario del notaio Scriba del 1190, si annota un ‘bucius’ di Rolando, figlio di Pietro ‘Pigoiarius’ di Sampierdarena e soci, diretto in ‘Maritima’, ricevendo metà del profitto -anziché l’usuale quarto- forse perché proprietario della nave. Nello stesso del 1191 si fa cenno ad un ‘galeotus’ di Bongiovanni di Sampierdarena, che compie viaggio di andata e ritorno a Roma e altrove. E nel 1197, si fa riferimento ad una ‘navis de Sancto Petro de Arena’ diretta a Ceuta (nel 1200 la ritroviamo diretta in Siria e altrove). Ed altra l’anno dopo, definita ‘nova’, di proprietà del Comune locale o di un gruppo di cittadini qui residenti, e diretta ad Alessandria e Catalogna.
È dimostrato che sulla nostra spiaggia si faceva cantieristica (come anche, nell’orbita di Genova, ad Arenzano, Chiavari, Finale, Portovenere e Recco); e in quegli anni esistevano nel solcare il mare le navis (la più grossa); le galee (minori ma più veloci); le sagitte; i galiotus; i bucius (de remis ed anche armatus, di piccolo cabotaggio costiero). Erano anni in cui soprattutto i pisani conducevano attacchi al naviglio genovese.
Dello stesso anno una ‘indizione’: “Ianuae in claustro S.Syri – ego Montanaria filia Martini Curti vendo tibi Beltrando Abati S.Syri de Ianua - … - locum unum quem visa sum habere in territorio S.Petri de Arena ubi dicitur Belmont… cum domo torculari tinis butis zarris scannis … finito precio pro libris 400 denariorum januensium … auctoritate patris mei praedicti, et Donidei Curti consanguinei mei…insuper ego Guilielmus de Arabia confiteor vendicionem meo consensu factam esse…teste Simone Caparragia…”
---una “navis nova de Sancto Petro Arene” citata dal notaio Bonvillano il 3 ott.1198). Solo dopo il 1200 le navi vennero registrate con un proprio nome distintivo, in genere femminile. L’ 8 lug.1253, Guglielmo Danielus, a nome proprio e di altri proprietari, cedette a nolo ad alcuni mercanti la propria nave nuova per un viaggio a Buzea: "navis Sanctus Petrus que fuit facta in Sancto Petro de Arena”. Il 27 lug.1272 pronti per la lotta a Pisa, sfilarono in parata davanti alla spiaggia 83 galee, 13 torride, 3 navi onerarie*** colorate per la prima volta in bianco avendo abbandonando il giallo classico usato fino ad allora. Fu Filippo Santacroce che intagliò la poppa con la “traslazione delle Ceneri di san Giovanni da Mira, a Genova” della galea capitana che usò Andrea Doria quando partecipò alla battaglia di Lepanto.
---Nell’anno 1200 un atto notarile fa vendere a Ugolino Pecia ‘quattuor partes navis Sanctus Georgius Sancti Petri de Arena’ da parte di Angelerio ‘Buccadasinus’ e dal figlio Martino che erano soci. Tra i proprietari di navi ma interessati ai beni terrieri, ritroviamo nel cartolario notarile di quell’anno Enrico ‘Vernaconus’ (che aveva in affitto una vigna con l’impegno di curarla) ed Oberto ‘Quarterius’ che assieme ricevono dall’arcivescovo in locazione decennale un mulino nuovo per un canone annuo di 21 mine di grano da pagarsi mensilmente, ed la locazione di un quarto di altro mulino posto alla foce del Polcevera, al canone annuo di 20 soldi.
---1201 un atto di vendita di terre al monastero di s.Benigno (vedi anno 1178), da parte di Guglielmo da Segnorando f. di Bonifacio e di sua moglie Maria. Altre carte riguardanti la ‘villa Sancti Petri Arene’, del 1224, 1230, 1363, leggile a ‘san Benigno’. E così anche tal Nicola Barbavaria (trafficante terriero, che vendette appezzamenti in varie zone liguri; in particolare nel 1214 “altra terra in Sampierdarena”, per investire nel commercio d’oltremare).
Se da un lato l’apertura ai traffici e commercio fu un fenomeno positivo come anche nelle frequenti calamità e carestie (nel 1271, 1276, 1292, 1302, 1328) offrendo la possibilità di approvvigionamenti di grano dalle terre d’oriente, ad essa si può imputare le causa delle micidiali epidemie (tifo nel 1328, peste nel 1348 (Genova perdette un quarto della popolazione, stimata -all’inizio- di 54.000 anime): nel 1285, la guerra a Pisa impose anche al borgo la ‘fornitura’ di uomini necessari per armare la flotta (rematori, nocchieri, calafatori, ecc). Ovviamente il villaggio vive di vita pratica ed utilitaristica, e non è quindi produttore in questi anni di nessun tipo di cultura: Genova e Liguria sono invece un vivace centro di cultura storica e medico scientifica, superando in quegli anni il 22% di tutta la produzione letteraria italiana: sono in questi anni gli annali di Caffaro e di Jacopo Doria; il poema epico della lotta tra la città e Federico II scritto dal notaio Ursone; gli scritti di Giovanni Balbi; canti di crociata di Lanfranco Cigala, ed - a fine duecento - le poesie dell’Anonimo, l’erbario di Ruffino e le ‘Clavis sanationis’.
Si fa risalire al 1218 la torre posta sull’altura di san Benigno, perché come tale citata con il console Otto dei Contardo, funzionario in quella data. Ma sicuramente come ‘falò’ è assai più vecchia di oltre cento anni: la lanterna ad olio era tenuta pronta per bruciare la ‘brisca’ ovvero fascine di ginestra (di cui era ricchissima la valBisagno), prima a terra poi in gabbie di ferro sollevate in alto per essere più visibili (in controparte, il naufragio era un auspicio per molti, in virtù della legge dello ‘jus naufragi’ sopravissuta sino ad oggi (in assenza dei proprietari, imbarcazione e merce è di chi la prende)). Vedi più dettagliato, a Lanterna.
1239, 21 maggio- un atto notarie fa l’inventariuo dell’eredità spettante ai figli del fu Giacomo da Langasco. Nel lungo elenco dei debitori, che debbono soldi e merce, esiste un “Rolandus de Belia de Sacto Petro de Harena sol.decem”
Anno 1242: È di quest’anno il primo scritto relativo al fuoco, su Capo di Faro (vedi sBenigno).
Levanto viene assediata da forze miste ghibelline fedeli all’imperatore in quanto da anni si trascina la lotta tra le due fazioni: l’imperatore (FedericoII, appoggiato dagli Spinola, dai Ceva, Malaspina, delCarretto, ‘Pelavicino’, da una moltitudine di città come Pisa, Alessandria, Asti, Savona, Monterosso, Albenga, Finale, Parma, Pontremoli, ecc.) ed il papa (Gregorio IX); seppur difendendosi con tenacia, chiede aiuto a Genova.
Il Podestà con altri volontari provenienti dalla città e dalle potesterie vicine radunanò tutto il naviglio presso la nostra spiaggia e lo passò in rassegna il 27 luglio 1243 (composto da 40 galee nuove, più 43 già pronte, 13 taride e 3 navi grosse; tutte dipinte di bianco con croci vermiglie tralasciando da allora il colore glauco usato fino ad allora). Il 27 luglio con grande spettacolo ‘per fare la mostra e perché meglio apparissero ornati alla guerra, andarono tutti con galee e taride a San Pietro di Arena, dove la moltitudine dei probi guerrieri e delle genti fu tanto mirabile e innumerevole, che non si può scrivere facilmente “ubi fuit mirabili set innumerabilis bellatorum proborum et gentium multitudo quod de facili posset scribi. Galearum et lignorum armatorum tanta fuit jocundia visio et moltitudo quod in tota plagia nullo modo stare poterant…”
Al loro arrivo al largo di Levanto, gli assedianti fuggirono disordinatamente inseguiti via terra dai levantini e via mare dai genovesi che fecero preda. Quelli che riuscirono a fuggire a Savona, il 21 agosto subirono lo stesso trattamento, previo nuovo dispiegamento delle 83 galee al comando di Ansaldo deMari, di fronte al nostro borgo, con rotta stavolta a ponente; vinta Savona e costretta la flotta nemica a rovinosa fuga, al ritorno punirono anche Cogoleto ed Arenzano, bruciando parecchie case e ponendo un presidio. Nell’ottobre, non si sa se in seguito a tempesta o battaglia, parecchie galee dovettero arenarsi nel tratto tra Voltri ed Arenzano: furono inviati numerosi maestri calafatori per ripararle.
1248: Re Luigi IX di Francia, detto il santo, nell’approntarsi a partire per la Crociata, ordina a Genova un discreto numero di galee per il trasporto. Genova le fa approntare sulla nostra spiaggia. Nel frattempo l’imperatore Federico, occupato nell’assedio di Parma, paventò sia il passaggio del re francese, sia quelle navi in costruzione e sobillò i suoi amici savonesi, pisani ed altri, contro Genova.
Al ritorno, le stesse furono usate per la decisiva battaglia della Meloria contro Pisa.
1253 vengono rappresentate alla Pieve le prime in assoluto sacra rappresentazione teatrale religiosa ligure, seconda in Italia dopo Padova, favorita dai francescani di Sestri (parteciparono anche uomini di quel borgo e la cerimonia finì con una rissa): vennero chiamate ‘LUDUS Peregrinorum’ ovvero rappresentazione teatrale ricordante il passo del Vangelo del dopoPasqua, in cui è descritta l’apparizione di Gesù a due pellegrini di Emmaus (vedi C.pag. 263).
Il 21 ottobre di quest’anno, in una camera della chiesa di sMaria della Cella , tale Adalasia de Guidone, volendo entrare in religione, fa testamento lasciando dei suoi beni ai frati di s.Andrea di Sestri.
1254 un sestrese vende una barca che è sulla nostra spiaggia, chiamata ‘s.Stefano’, con sette remi.
Un contratto di lavoro datato 8 ottobre 1256, vede il compaesano Martinetto di Iacopina ved. di Olivieri, porsi come ‘pellipario’ al servizio dell’artigiano AGuglielmo Rango, per 6 anni, vitto ed alloggio compresi.
Negli atti del notaio Guidone Sant’Ambrogio, si leggono due strani impegni formali, ambedue in data 1262, 1 febbraio. Il primo, un lungo atto in latino nel quale tal Colombo –maestro d’ascia- e sua moglie Richelda, consentono a ‘Nicole de siniverto de sancto petro arene..., pro remedio animarum nostrarum, ... in perpetuum in vita tua, stallum sive habitationem domus nostre quam habemus... in strata sancti petri de arena cui coheret antea strata, ab alio latere domus Iohannis blance et ab alio Iacobi botarii.’. Seguonho promesse ripetute che mai nulla, né gli etredi, lo manderanno via (non removebimus nec expellemus contra tua voluntatem... domus perpetuo) ...sine aliqua prestacione et inquietatione seu molestia seu briga habitare et stare in vita tua... Nel secondo atto, è Nicole che promette ‘remitto tibi omne ius’ (una specie di ospitalità ad un anziano, in cambio del diritto alla casa).
1265
tabula peutingeriana – Riprod Colmar
1266 veniamo a conoscenza che, proprietaria terriera nel nostro borgo è la famiglia Borbonico. Il 23 giugno l’ammiraglio Lanfranco Borbonico fu sconfito nelle acque di Trapani dai veneziani: morirono mille marinai, seicento caddero prigionieri; tre galee bruciate, 24 portate a Venezia e nessuna salva. Pronta e repentina la risposta genovese: dopo cinque giorni il Senato approntò una nuova flotta di 25 galee armate che, al comando dell’amm. Obertino Doria, il mese dopo si rifece contro i veneziani, tornando vittorioso a novembre. Era possibile e quindi in uso a quei tempi farsi sostituire, pagando, dal ‘servizio militare’: in data 13 luglio tal Abbino Figallo dice aver ricevuto sei lire e dodici soldi, per sostituire un sestrese imbarcandosi al suo posto nella flotta di Obertino.
1268, 3 luglio compare come venditore di una barca e relativa rete da pesca, certo Ansaldo Tebaldi da Sampierdarena. Valeva 45 soldi.
Nel 1271 Alfonso conte di Poitiers e Tolosa (Caffaro lo chiama Anfusso, conte di Pittavia e Tolosa), fratello del defunto re Luigi IX, da Napoli vuole rientrare in patria con la moglie Giovanna (figlia del conte di Tolosa); costeggiando preferisce non fermarsi nel porto ma attraccare alla nostra spiaggia per trovare ristoro ‘facendo ivi poca dimora’ e non si descrive dove. Le sue condizioni però dovevano essere assai precarie poiché quando giunto a Savona, “chiuse il dì estremo”, e la moglie il giorno dopo (avvelenati?).
G.Caro scrive che dopo aver rinunciato a continuare la crociata, il Conte Alfonso di Poitou, fratello di Carlo d’Angiò re di Sicilia (che in quei giorni aveva messo in atto il ‘jus naufragi’) nutriva poca simpatia per i capitani genovesi. Invece fu re FilippoIII che fece direttamente ritorno in patria e che costeggiando a bella posta non volle entrare nel porto di Genova ma fermarsi presso S.Pier d’Arena.
1274, 26 luglio. Tal Bovarello Lercari si impegna a pagare a Gabriele di Pagana la somma di 4805 aspri berciati (di Caffa) appena arriverà a Soldata (in cambio di 3100 aspri di Soldaia; una specie di cambiavalute). L’atto viene stipulato “iusta domum qua habitat Guillelmus Mastracius de Sancto Petro de Arena
Nell’anno 1282, il Comune di Genova, ritrovandosi con solo 12 galee (più quelle di privati cittadini, ma non disponibili), pensò ordinare ai cantieri posti sulla nostra spiaggia ben 50 nuove navi. La minaccia di Pisa incombeva, sapendo (ambedue avevano opportune spie nei posti ben informati) che anch’essa si stava armando sul mare. Allo scopo si inviò nei boschi dell’entroterra a cercare il legname idoneo: in particolare a Pareto ed a SpignoMonferrato (ambedue presso il monte Ursale, da 10 anni appena terre per metà genovesi e per metà del marchese di Ponzone).Sappiamo che in quei tempi, la Liguria era la regione più boscosa di tutte della penisola.
1288, 16 dicembre. Con atto notarile il sestrese Tommaso Costo riceve da Costantino Lercari dieci lire e dieci soldi, e gli consegna 15 moggi di calcina per la sua casa in Sampierdarena
Sono sicuramente posteriori al 1291 gli affreschi presenti nella cappella si sant’Agostino, nella chiesa della Cella. Legati ad un “Maestro della Cella” sconosciuto ma sicuramente non locale (forse un monaco toscano).
Nel 1297 (10 febbraio) i canonici della cattedrale danno a un Oberto speziale dio Chiavari, in locazione, una terra con casa, torchio, utensili e canneto, di competenza dell’arcidiacono Giovanni da Bagnara. Il terreno ha davanti il mare (cui coheret ante litus maris), e da una parte Aldete Osbergate. (notaio Stefano di Corrado di Lavagna)
L’anno dopo (31 marzo 1298) gli stessi canonici di sopra, concedono in enfiteusi perpetua a Guglielmo Legavacca e figli – Gicomino e Simonino –una terra a San Pier d’Arena in località Ermitus, di competenza dell’arcidiacono Giovanni da Bagnara, per un canone di £ 10 e una cesta d’uva (non facilmene localizzabile in quanto lo stesso notai Stefano di Corrado di Lavagna, lo scrive “cui coheret superior terra monasterii Santi Thome – quindi non in territorio di SPdArena)
Con l’inizio del nuovo secolo, iniziano a Genova frustranti discordie interne, sfocianti in conflitti estremi che investirono tutto il dominio della Repubblica e sgonfiarono la crescita del commercio e delle ricchezze.
Il 7 dic. 1300 dal ’diario’ delle cronache genovesi, si legge: “la città di Genova preze l’arme e furono eletti quatro arteixi per consoli, quali governavano la terra con bailia, come se fossero duci; li nomi loro son questi: Rafael di San Pier d’Arena untore, Federico Parrisola tavernaro, Felice Cavalorto formagiaro, Antonio Paravagna maxellà; regnorno per mese uno”.
Nell’aprile 1309, gli uomini di San Pier d’Arena -raccogliendo l’ordine di Opizzino Spinola di Lucoli, capitano del Comune genovese, diffuso a tutti i borghi limitrofi, di eleggere per ogni Pieve e tersero, un sindaco, con facoltà a sua volta di scegliere gli uomini necessari a sua difesa- si riunirono in un prato di Bolzaneto e -alla presenza del podestà della Polcevera Gianotto de Magdalena- elessero sindaco 4 persone: Giovanni Giaireme, Giovanni Barbera, Guglielmo Riccio, Brenerio de Runco da Rivarolo. In contemporanea gli uomini di san Cipriano, ne elessero altri, per loro.
NOTE: anno 1309= i papi si trasferiscono ad Avignone.
Invece il 10 giugno del 1310 Opezzino (o Opicino) Spinola di Luccoli capitano di Genova, nelle continue lotte legate a cupidigia di potere, valutando solo i propri interessi da raggiungere anche con inganno, violenza, o alleandosi al peggior nemico della repubblica (la casa d’Angiò) fu sconfitto a Sestri dai D’Oria, Grimaldi e Fieschi; questi ultimi occuparono Genova, bandendo in eterno gli Spinola (a Monaco e Gavi). Opinino, ricuperata una soldataglia nel basso Piemonte, dopo pochi mesi tornò in armi e si riunì nel nostro villaggio con i soldati di Teodoro, marchese di Monferrato (in tutto 600 cavalieri ed 8mila fanti) ove attesero per quattro giorni aiuti dai ghibellini genovesi (Caffaro li chiama ‘extrinseci’). Ma questi ultimi non riuscirono ad organizzare la rivolta; pertanto senza aiuto dall’interno e mancando vettovaglie, ed in più continuando a piovere, si ritirarono verso Gavi lasciando –non si dice come- il nostro borgo. I guelfi non tardarono a restituire il colpo, distruggendo i palazzi degli Spinola
1314, 27 sett. Stefano de arena, nel testamento, beneficia le chiese della Cella, di Promontorio (sB della Costa) ed altre di Cornigliano e Sestri.
1315 NOTE= avviene in questi anni un’epoca definita “piccola era glaciale” caratterizzata da un brusco raffreddamento dell’emisfero settentrionale, con acme nel 1315-17, che causò tremenda “grande carestia”, forse la più grande che il continente abbia mai affrontato, con un calo del 10% della popolazione europea. Iniziò con piogge continue e fresche, che mandarono in malora il raccolto per vari anni di seguto, facendo ricorrere al consumo delle riserve nei depositi; al punto che quando il clima si stabilizzò due anni dopo, non c’erano più sementi e si dovette aspettare alri anni per normalizzare anche l’alimentazione.
Nel 1318 avvenne che i Rampini si rinchiusero nella torre del faro facendosi rifornire da una teleferica collegata all’albero di una nave, mentre i Mascherati erano fuori a bombardarli di pietre che ricavavano scavando fino al crollo della torre: finì assai male per gli assediati.
Altrettanto si propose il 4 febbraio 1319 quando guelfi (chiamati ‘rampini’; favorevoli alla Chiesa ed al papato) arrivati in forze dal mare (14mila fanti e 830 cavalieri) tentarono di sbarcare a Sestri (la spiaggia più sguarnita) contrastati dai ghibellini (chiamati ‘mascherati’; favorevoli all’imperatore). Dopo alterne vicende i ghibellini dovettero fuggire nella tormenta invernale, via Busalla e Voltaggio, ben oltre Gavi lasciando SpdA, Sestri e la valpolcevera “dispogliate” (vennero arsi e bruciati quasi tutti i ridotti dei ghibellini) dai guelfi inseguitori e di nuovo padroni di Genova.
Il 15 giugno 1320 al comando del guelfo Rizzardo di Gambatesa, per conto del re di Napoli Roberto, tre grosse galeazze (adatte alle lunghe traversate e navigazione nei canali fiamminghi), 60 galee e oltre 200 piccoli navigli, trasportando gli intrinseci: 450 cavalieri con cavallo e moltissimi soldati, mossero verso Sestri contro i Ghibellini che avevano fortificato il percorso, dalla spiaggia da SpdA (con fortilizi in legno su tutto il lido) a Sestri in modo tale da impedire lo sbarco e costringerli ad andare fino a Savona, che distrussero. Ed ancora l’8 novembre dello stesso anno i ghibellini uscendo da Prè e da SpdA con molti scafi, catturarono una galea armata di Provenzali che era fuori del porto vicino al Molo (una galea armata ghibellina, era pronta presso la nostra spiaggia, per intervenire se i piccoli scafi non avessero avuto successo).
Nell’ottobre 1322 i guelfi usciti dal porto per lavoro di mercato e vettovaglie, lasciarono libero il porto ad un attacco degli estrinseci arrivati “di celato” alla nostra spiaggia: erano 11 galee armate ed altre piccole navi chiamate saettìe. Entrati in porto trovarono vivace opposizione al punto di dover rinunciare, e ritirarsi a Savona.
Altra battaglia, terrestre, avvenne a febbraio dell’anno dopo: i Guelfi alla fine fugarono i Ghibellini inseguendoli dal Peralto fino a Voltri, facendo gran numero di prigionieri che furono solo spogliati degli averi e rilasciati.
Singolare la storia, a metà del 1300, del macellaio sampierdarenese blasonato, Antonio Ruby (vedi via De Marini) ovvero Rossi; e dei due suoi figli Antonio e Bartolomeo divenuti speziali): in quegli anni la corporazione dei macellai fu assai potente avendo avuto notevole partecipazione nell’elezione a doge di Simone Boccanegra ed essendo riuscita a farlo eleggere ‘anziano della Repubblica' ed a fargli ricoprire in Genova la carica di viceduce. Anche Bartolomeo alla fine di quel secolo divenne ‘anziano della Repubblica’. Tutti e tre vennero sepolti nelle chiesa delle Vigne nel cui chiostro ancor ora si può leggere la lapide: “+ S(epulcrum) Q(uondam) D(omi)NI ANTH(oni) RUBY – MACELLAR(ii) D(e) S(ancto) PET(ro) – ARE(n)A ….”.
Il 3 dic. 1342 sempre un Rossi, ma sestrese: Bertola Rossi, è patrono di una della quindici galee armate, apprestate a Sampierdarena al comando di Pietro Boccanegra.
Il 21 ott.1349, nel borgo vengono arrestati 42 fuorusciti, con la possibilità di essere liberati dall’essere carcerati pagando una dovuta cauzione.
1351 un atto notarile riporta fatti inerenti l’arruolamento di marinai per la guerra contro Venezia. Viene arruolato tal “Antonius Raynaldus, filius condam Raymundi de Rainaldo de Monacho, qui abitat in domo Ansaldi de Sacto Petro Arene, magister et cet.”, che giura davanti a testimoni (de ‘Officii Guere Venetorum’) di seguire il viaggio ed obbedire …in base al ‘Liber Gazarie’ (creato nel 1313, conteneva le norme relative alla navigazione e diritto marittimo specie con la Gazaria, ovvero Crimea)
---Ascheri scrive che la famiglia Figoni era antica genovese (ed aggiunge che Federici li considerava “usciti da S.Pier d’Arena). Di essi si conosce Nicolò che nel 1352 era capitano di galea sotto l’almirante Pagano Doria; nel 1368 Angelo fu un consigliere della Repubblica nelle convenzioni con l’imperatore CarloIV. Nel 1370 e 1378 Andreolo fu investito della Corsica. Il 28.1.1393 i due figli di Nicolò, Giovanni e Raffaele istituirono l’Albergo dei DeFranchi, e così da allora si chiamarono.
1356= i turchi –dall’Asia minore- invadono l’Europa.
Da un atto del 1363 sappiamo che entrarono in affitto dal monastero di san Benigno rispettivamente di due case con terreno e di una torre diroccata, tali Anthonius de Camayrana ed Anthonius Carrayra de Uncio. Canone annuo 20 lire genovesi, previsto per 27 anni. Mentre nel 1355-63 (in quest’ultimo anno morì; e dopo lui la vedova Simona ed il figlio Luchino) tal ‘Ruffini de Rogerio de Sancto Petro Arene’ ebbe ripetute cause con san Benigno relative a terre ed a vantati crediti per miglioramenti eseguiti.
Le lotte tra guelfi e ghibellini contano altre storie, coinvolgenti il nostro borgo: il dì di Pasqua 5 apr.1367, Nicolò Fieschi dopo aver attaccato i borghi di Recco e di Quarto, scese a SpdA e portatosi a Bolzaneto si incontrò con Leonardo da Montaldo (ribelle al doge); il 9 seguente, Aron Spinola (capitano degli armigeri pagati dai signori di Milano) venne a SpdA con molti fanti e cavalieri, e catturò molti genovesi avversi.
E così pure dieci anni dopo, il 2 luglio 1379 arrivò via terra un consorzio di armigeri mandati da Bernabò signore di Milano (a istanza dei veneziani) prendendo prigionieri nobili genovesi venuti in villa nel nostro borgo; per 7 giorni attesero un riscatto di 19mila monete d’oro (denaro pubblico) più il bottino che avevano raccolto.
In un testamento datato 1372, 23 agosto, tale Francolina Pinella q.Daniele nel testamento lascia lire 20 , le sue robe e il suo letto a Giovannina, sua schiava che potrà restare nella casa per un anno, trascorso il quale sia libera.
Negli atti del notaro Parissola Guirardo (Cipollina), viene citato nell’anno 1374 il prete Giovanni di Francia, che fa da testimone in san Benigno all’accusa - per demeriti non specificati - ad un frate Guglielmo al quale vengono tolti il beneficio di una chiesa in Corsica. Questo don Giovanni, viene definito “cappellano di S.Maria della Pietà di Sampierdarena” (vedi di nuovo sotto; chiesa che non risulta da nessuna parte; vedi anche più sotto – all’anno 1419 per un ospitale di s.Pietro Martire).
Ed ancora nel 1389, 14 marzo, Anthonius de Casteliono de SPArene civis Janue, fa erede e libera lui ed i suoi eredi “Jacobo sclavo suo de proienie tartarorum...eius servicia debitam sollecitudinem obedienxiam et promptam fidelitatem...secundun ussum et consuetudinem civitatis romane. Parimenti, 9 luglio 1389 è la data di vendita di una schiava, per 75 lire di genovini: Antonio di S.Pier d’Arena, genovese, (presumo lo stesso di prima) vende al notaio che stipula a nome di Giuliano Grolerio notaio “quondam sclavam nomine Lucia, de projenie Tartarorum, aetatis annorum XXX vel circha”.
Dalle su citate carte notarili di proprietà del monastero di san Benigno, viene citato in data 8 giugno 1374 un altro testimonio, che crea problemi (di una chiesa mai esistita, scrivendosi: ”presentibus testibus presbytero Iohanne de Francio, capelano Beate Marie de Pietate de Sancto Petro Arene...” (vedi sopra)). L’atto certifica che un certo frate Guglielmo, per demeriti, viene privato del beneficio di una chiesa in Ajaccio, dall’abbate di s.Benigno di Capo di Faro; testimonio il nostro Giovanni di Francia.
Nell’anno 1387, facenti parte delle “plebs cum suis capellis” localizzate nella parte occidentale, nel nostro territorio esistevano: ===plebs sancti Martini de Arena; ===monasterium de Cella; ===monasterium sancti Sepulcri; ===monasteriun sancti Bartolomei de Fossato; ===ecclesia de Cibo, o sancta Maria de Quartieretto –oggi ‘del secondo Quartiere, vulgo Coscia’; ===sancto Antonio abate, vulgo sancto Antonino; ===ecclesia sacti Johannis de Borbonoso (evangeloista); ===monasterium de Belovidere; ===ecclesia sancti Batholomei de Costa (de Promontoris)
Le lotte genovesi non rimasero chiuse nelle mura: nel 1394 guelfi (Nicolò Fieschi) e ghibellini (Luigi Montaldo) lasciarono cento morti per le strade del borgo, quando esso avrà contato un migliaio di abitanti.
Giustiniani riferisce che nel 1399, gli artigiani di Genova elessero quattro priori della più bassa plebe: tra essi “Raffaele di S.Pier d’Arena ontore”; un formaggiaro, un lanaiolo, un macellaro.
In un atto notarile datato 30 giugno 1400, si scrive che tal “Johannes Mauracius de Sancto Petro arene qm. Francisci” ha ricevuto “schutos auri quatuor” perché andrà sulla galea del patrono tal Pagano de Marinis.
In altro atto n.7) precisa che «Antonio de Pasqualino q.Pasqualini calsolario habitatori dicte vile Sti Petri Arene tamquam hospitarerio et gubernatori hospitalis sancti Petri martiris, dicte vile Sancti Petri Arene siti in capite ponctis dicte vile de versus orientem»”
La Gatti riferisce relativo all’anno 1405 che tal Bertonus de Casali ha fatto costruire sulla spiaggia di SPdA una galeotta di 18,59m (=25 goe), larga 11¼ palmi (=2,79 m.) e profonda 6 palmi (=1,49 m.). Tale imbarcazione, sarà consegnata entro 75 giorni; ed ha: tre timoni, uno poppiere detto baonense e due latini; sette banchi per remi, tre a prua e quattro a poppa; tutto fasciae in quercia (escluso la chiusura di poppa, in pino);
La capacità produttiva artigianale seppur fiorente, è continuata nei secoli senza memorie scritte: dal 1406 quando Grazioso Damiani trasferitosi qui dalle Marche e prima di doversi trasferire a Voltri per ragioni d’acqua, fu il primo a prospettare nel una produzione della carta in forma quasi industriale. Sicuramente è pari data il trasferimento dei primi cantieri navali nella nostra spiaggia, dovuti al crescere delle dimensioni dei natanti, dal rifornimento di legna, dalla possibilità di varo essendo il fondale subito profondo (e questo fino al 1800 quando vengono descritti vicino alla Coscia i di Casanova (Francesco 1778-1848, vero artista del legno –vedi C45-; ed il figlio Guglielmo che fu costretto a trasferirsi a Sestri) e quelli navali-meccanici dei Wilson e MacLaren, dei Torriani e dell’Ansaldo vicini al Polcevera).
«Nel giorno di Pentecoste, mentre a Rivarolo ed a Sampierdarena si correva il pallio, Battista Doria rapì in Genova la cugina Bianchetta Doria e la portò al Sassello ov’erano le castella della famiglia sua» Cipollina-cenni su Rivarolo-pag.351
Datata 14 maggio, «l’arcivescovo Pileo Demarini costituisce suo procuratore Don Giovannino di Castelnuovo, arciprete della chiesa di S.Martino di Sampierdarena a comparire davanti al Magn.co ed Illustre Sig.r Conte di Pavia a procurare che Antonino Dondacio di Pontecurone, amministratore della mensa Arcivescoviule venga costretto a dar conto preciso della sua gestione» (Cipollina-280).
Lo stesso Arcivescovo, il 7 settembre «sapendo che la chiesa della pieve di Sampierdarena (s.Martino) presentemente manca di titolare per la morte di Don Giuovannino di Sastelnuovo, nomina a detta chiesa Don Antonio d’Alessandria cappellano di esso Arcivescovo» (Cipollina-280)
Quattro atti riguardano il 1409: del 7 aprile, per Bonaggiunta di Marzocco q. Carlo di Portovenere, maestro d’ascia, abitante in Sampierarena ...d’aver ricevuto per dote e matrimonio di Eliana sua moglie lire 110 di Genova e costituisce alla stessa l’antefatto per le nozze in lire 100 secondo il costume e consuetudine della città di Genova.
Del 29 aprile l’abbate di sBdF e l’arciprete di s.Martino, assieme a tutto il clero genovese, revocano la nomina di due procuratori con i quali dovevano andare dall’aqrcivescovo ondre presenziare il Concilio Generale di Pisa, convocato per l’unione della Chiesa cristiana.
Del 16 giugno, riguardante Domenico di Nervi, calzolaio, abitante in Sampierdarena che paga parte di un debito.
20 agosto, Bartolomeo Senevrario, maestro d’ascia abitante in Sampierdarena, a Dagnano Sbarroja q.Tommaso, maestro d’ascia e abitante pure egli in Sampierdarena d’aver avuto da lui lire cinquanta in accomandita, d’averle portate in Fiandra dove le impiegò; e che ora essendo tornato in Genova, fa conto di recarsi alle parti orientali con detto capitale impiegato in Fiandra e ciò a rischio e pericolo comune e alla metà di lucro tra loro due.
Il 13 sett., il celebre condottiero Facino Cane (nato a Casale Monferrato nel 1360 ca,; sposò Beatrice di Tenda. Soldato di ventura al servizio di vari committenti (Scaligeri, Carraresi, Visconti). Morì a Pavia nel maggio 1412), fu assoldato per combattere le truppe francesi e, per lo scopo, accampato nel nostro villaggio con 3mila armigeri; ma poi trovato un accordo diplomatico, fu invitato a desistere pagandogli 305mila fiornini d’oro per il disturbo. Non escludo però che la sua chiamata fosse anche dovuta al fatto che, in questi anni, si era apertamente schierato con i ghibellini Malatesta, contro GiovanniMaria Visconti al quale nel 1409 aveva tolto Milano; e l’anno dopo, a FilippoMaria, anche Pavia.
22 nov. «l’Arcivescovo di Genova ammonisce fra Pietro dell’Olmo preteso arciprete della pieve di Ceranesi che entro 6 giorni dia conto delle rendite della chiesa di S.Martino in Sampierdarena da lui usurpata per aualche tempo indebitamente ed ingiustamente senza alcuna licenza pur tenendo insieme la sopradetta cura di Ceranesi» (Cipollina-281)
1410, 30 marzo. In Sampierdarena cioè davanti la casa di Arigordo Grondona: Nicolò d’Andora q.Pietro, detto testagrossa, calafato, abitante in Sampierdarena, confessa a Smeralda figlia...d’aver avuto lire 150 per dote e matrimonio della stessa e le fa donazione ‘propter nuptias’ secondo il costum e la consuetudine della valle della Polcevera.
1411, =18 marzo, in Promontorio, Podesteria di Polcevera, luogo detto Belvei, fa testamento Velochia q.Lanfranco e vedova di q.Fruttuoso d’Opezzi di Lavagna. Lega a Battista Cicala, dottore in leggi, due sue schiave e famule, Catterina e Maria, a condizione che sieno obbligate a servirlo per un anno e, in fine di detto anno, egli debba liberarle.
=29 marzo in Promontorio, podesteria di Polcevera, luogo detto Belvei in casa di Franceschina q.Antonio Perazzini, moglie del q.Giovanni Barbabianca, abitante in Sampierdarena, vende una parte di una casa a Cornigliano.
=3 luglio. Vicino alla chiesa di s.Antonino, abita Cattarina q Cosma Piccamiglio e moglie di q. Corradino Spinola.
=3 agosto. Luca Castellano cittadino di Genova dà in affitto ad altro genovse una “taverna con vuoto di dietro e mezzo pozzo, situata in Sampierdarena nella contrada della chiesa di s.Antonino, a cui confina davanti e da un lato la strada pubblica, dall’altra una casa del proprietario. La locazione è per tre anni prossimi e per annua pensione di lire 12 di Genova”.
=28 dicembre: Ambrogio Castagnetto q.Lorenzo, maestro d’ascia, riceve 150 lire di gianuini, dote della moglie Nicolosia Garrono di Bertono.
1412, =19 gennaio. I sampierdarenesi Lorenzo Vallaro (maestro d’ascia) Arregordo Grondona (taverniere) e Nicola di Roddo (assieme a Martino d’Orsolino genovese) vendono per 48 gianuini una barca con rifiniture.
=14 genn. Abita nel borgo, ove lavora come maestro d’ascia, Simone di Rimazorio.
=28 aprile- Antonio Colombo di Coscia, figlio di Giovanni, compratore dell’introito della gabella del pane nella podesteria di Polcevera, per metà del presente anno, vende questo introito a Antonio Cassina figlio di Oberto (rivedilo 1416).
=22 giugno il recchese Angelo di Vecino maestro d’ascia abitante in SPdA vende ai fratelli Lorenzo e Nicolò d’Andora q.Pietro, abitanti pure essi nel borgo, per 80 lire di Genova, una casa con piazza e pozzo con parte di giardino al di dietro, posta in SPdA nella rettoria di pié di Faro, nella contrada detta la Ca del comun, alla quale confina, davanti la via pubblica, di dietro gli eredi del q.Antonio Marabotto, da un lato la casa di detto Angelo, dall’altro lato in parte la casa degli eredi del q. Giuliano di Gorzeggio ed in parte la terra della chiesa di S.ta Maria della Cella.
=21 luglio nella piazza dalla chiea di S.ta Maria della Cella, Antonio Perato di Stella, maestro d’ascia abitante in SPdA arbitro eletto tra il maestro d’ascia Giovanni Sbarroja di SPdA da una parte, e il cittadino di Genova Nicolò Natta dall’altra, sopra certe differenze vertenti tra loro a causa della costruzione di una nave. Condanna il Natta a dare e pagare a Giovanni Sbarroja lire 121 e soldi 18 per i ferramenti e l’accrescimento di detta galea quanto per le giornate e le tavole fatte da Giovanni e consumate nella costruzione di detta galea.
Negli anni dal 1413, i popolani genovesi erano malcontenti chiedendo al Senato una revisione dello statuto, che li rappresentasse nel governo; il tentennare delle autorità portò ad una violenta reazione che costò 126 morti e il saccheggio di 146 palazzi. Gli Adorno, fomentarono questa rivolta appoggiati dagli spagnoli e così – malgrado il governo avesse ottenuto una certa stabilità per interessamento diretto del Papa che allo scopo aveva mandato qui il vescovo di Como - nel 1431 il duca di Milano Galeazzo scese la Bocchetta con 8mila soldati intenzionato ad imporre con la forza le sue idee. Ma a Promontorio subì sonora sconfitta per la quale dovette precipitosamente tornare a Milano (si narra che il Senato gli aveva inviato un vaso di basilico, con la descrizione «se toccato da mano gentile odora; mal pestato manda un orribile fetore. Tali sono, o Signore, i genovesi...»).
=3 dicembre, in SPdA davanti alla porta della casa di Jannuccio Marfi tavernaro, doppia promessa: il maestro d’ascia Damiano Sbarroia q.Tommaso, abitante in SPdA promette ad un maestro calafato che un giovane -suo parente- starà con lui in qualità di servo per imparare l’arte del calafato. Contemporaneamente Antonio Barraba di S.Remo promette al maestro Sbarroja che un suo parente sarà dato a servizio per sei anni per imparare il mestiere di maestro d’ascia.
Il primo cambio di rotta, iniziò nel 1400-1500, quando si ebbe l’impennata delle “costruzioni di ville fuori porta”.
Intant, continuano a darci nomi e modalità di vita, i molti che usufruiscono del notaio per stipulare accordi; anche gente non di lignaggio, artigiana e di servizi. Nel 1414 risulta che un terzo degli ‘alberghi’ nobiliari genovesi aveva possedimenti nel borgo (tra parentesi prima i palazzi, poi case e casette: Cibo (4-6-0) ---Cicalis=Cicala (5-10-4) ---Columni=Colonna (0-3-0) ---Falamonici (2-1-0) ---Flisco=Fieschi (0-0-3) ---Grimaldi (5-4-2) ---Guisulfi (1-4-2) ---Imperiali (0-5-1) ---Lercari (3-3-4) ---Marini (4-4-4) ---Picamiglio (2-1-0) ---Savignoni (0-3-1) ---Ususmari (4-2-1)).
Dall’elenco si nota che ancora non compaiono in S.Petro Arene possedimenti dei Centurione, Doria, Lomellini, Pallavicini, che faranno del borgo un ‘giardino di delizia’; ed in compenso nomi di alcuni nobili che nei secoli successivi non hanno saputo o potuto mantenere il possesso.
I ricchi signori di città, si lottizzarono le terre utilizzando il luogo al meglio anche se non sempre in maniera comprensibile (i singoli confini saranno codificati in maniera più precisa nel secolo 1700 con la comparsa delle prime carte topografiche). Sorgeranno nel borgo più di 100 ville patrizie, pressoché tutte con torre di avvistamento perché il pericolo delle incursioni dal mare o assalti da terra non era totalmente debellato. E fu allora che il fulgore del piccolo borgo raggiunse l’apice, quando chiunque passasse o vi venisse ospitato (regnanti e letterati) non poté che esprimere meraviglia e stupore.
=14 dic.-abita in SPdA il maestro d’ascia Antonio di Perato di Stella.
1415 =20 mag. Abita sempre in Sampierdarena Giovanni Sbarroia q.Tommaso, già letto in anni precedenti.
=22 giu. anche Giovannina Caito q.Nicolò e moglie del q. Domenico Pietraruggia. abita nel borgo: nomina suo figlio Antonio Pietrarubea suo procuratore per ritirare ciò che le è dovuto, anche dall’altro figlio che abita a Caffa.
=24 lug. Si ritrovano “congregati sotto il portico della casa di Corrado” una decina di componenti tutti della famiglia Cicala: scelgono due di loro per eseguire le volontà testamentarie del defunto Morruele Cicala (che abitava a Genova). Lascia molti averi ai poveri.
=26 nov. Bartolomeo di Carignano, è taverniere nel borgo. Dichiara aver ricevuto 100 gianoini per la dote della moglie Simona, savonese.
=1 dic. Un atto notarile, chiarendo dei debiti di un cittadino di Oneglia, precisa “In Sampierdarena, sulla piazza posta sull’arena di contro la “crosa della chiavica” (la chiavica è una fogna; poiché a quei tempi tutti gli scarti, fisiologici e di cucina, in genere venivano buttati dalle finestre nei ruscelli vicini, in attesa che le piogge smaltissero tutto, l’esistenza di una fognatura può essere solo relativo una villa nelle vicinanze di un grosso torrente . quindi il san Bartolomeo, s.Antonio o quello della Cella).
1416Altri atti notarili, ci fanno sapere che: datati
=17 genn. “nella contrada che si chiama casa del Comune” Bartolomeo di Montanesi q.Lanfranco, detto bastardino, maestro d’ascia, riceve 100 lire di Genova quale dote della moglie.
=29 gen. abita nel borgo Cattarina Cartabona; e vi abitava in vita Germano Iacobino, maestro d’ascia.
=17 magg.- “in Sampierdarena, davanti alla casa del q. Acelino Guizolfo” viene venduta una casa di Pré.
=19 magg nel chiostro di s.Antonino, Antonio Cassina di Oberto (vedi 1412), macellaio, maggiore d’anni, abitante in SPdA, dichiara avere un debito per l’acquisto di castrati
=28 maggio segnala. “in Sampierdarena, cioè nella contrada che si chiama ‘la braja, nel carrogio pubblico’ – Benvenuto Bosco qm. Simone, maestro di ascia, abitante in Sampierdarena, confessa, a sua moglie Antonina Corniglia qm Bartolomeo già abitante in Sampieredarena, d’aver ricevuto, or sono ventotto anni circa, lire 150 di gianuini per le di lei doti e patrimonio, e d’averle fatto per conto suo un dono ‘propter nuptias’ di lire 50 di gianuini.”.
11 giu. Viene venduto un battello con nove remi. L’atto viene firmato nel borgo nell’orto di Aregordo di Grondona (c’è un AngeloGrondona nella carta del Vinzoni, in zona Fiumara).
=21 giu. Un certo Guido di Sestri, maestro antelamo, confessa aver ricevuto 90 lire da Domenico Pozzo da Nervi , calzolaio abitante in SPdA, per erigere una casa nella via pubblica.
=11 nov. un atto notarile viene sottoscritto “sotto il portico della casa di Sisto Cicala”. Gerolamo Cicaca q. Teramo e Raffaele Cicala affidano le loro controversie e due genovesi.
=13 dic. “il fornaio Lorenzo di Giavena qm Jacobo del ducato di Milano abitante in Genova, promette al fornaio Antonio da Fasollo qm Bertone abitante in San Pier d’Arena, che Antonio qm Giacomo di Giavena, starà con lui per anni sei prossimi venturi, onde apprendervi l’arte del fornaio”.
1417, 17 gennaio «in Sampierdarena, in una piccola casa della possessione del qm Daniele di Guisulfi, cittadino di Genova, si riuniscono ...»
2 febbraio «in Sampierdarena nella contrada detta la braya - Domenico Guisolfi vende ..» delle terre a Sestri
2 febbraio «in Sampierdarena, vicino alla spiaggia del mare, davanti a crosa nuova – Antonio di Fassolo qm Bertono, fornaio abitante in Sampierdarena, procuratore di Andriola figlia di qm Leonino di Nattino e moglie del qm ...di Sestri, confessa a Martino, garzone ...di aver avuto lire 9...delle 50 per le quali era obbligato in forza di istrumento»
12 marzo « in Sampierdarena nella casa di Bartolomeo di Carignano abitante in Sampierdarena , Antonio Casiccia di Oberto, macellaio, maggiore di 25 anni, abitante in Sampierdarena, dover dare lire 15...per complemento di lire 25 e soldi 15, .alle quali era obbligato in virtù di istrumento del notaio Giovanni di Pineto».
4 aprile «Pietro di Pietra (procuratore e amministratore di 5 persone, imparentate e non, eredi del defunto proprietario terriero Iacobo Baccarino) sapendo che i confratelli disciplinanti del beato Martino di Sampierdarena costrussero una Casa (l’Oratorio di san Martino) sopra il territorio di una possessione (di loro eredità), territorio che fu venduto a detti confratelli sotto certi patti, modi e condizioni; e sapendo inoltre che detti Confratelli disposero e sono disposti a tramutare detta Casa alla chiesa di s.Martino e sopra il territorio di detta chiesa, promettono al priore (signor Martino de Coronata) e al sottopriore (Antonio di Fassolo) ...di non recar molestia né far lite...per tutto ciò cui detti confratelli fossero obbligati verso di loro, dando a detti Martino ed Antonio piena bailia di distruggere i muri e scoprire i tetti di detta Casa ed asportare le cose e di esse disporne a loro talento. Dall’altra parte, detti Martino e Antonio trasferiscono ai sunnominati eredi, tutti i diritti a loro competenti su detto territorio promettono ancora di scoprire detta Casa e diroccare i muro entri il natale prossimo venturo, col patto però che non possano distruggere detti muri né discoprire il tetto né in detta Casa lavorare nei mesi d’Agosto e di Settembre prossimi venturi. Promettono di lavorare e far lavorare in detto territorio a loro proprie spese ed asportare tutte le pietre e il getto di essa Casa senza portar danno alcuno» (Cipollina 233)
15 aprile «prete Giovanni di Montemerlo, arciprete della chiesa di S:Martino in Sampierdarena concede in locazione perpetua per l’annuo canone di lire 2 di Genova, ai signori Martino di Coronata, speziaro, priore, e ad Antonio Fassolo, fornaio, sottopriore della Casa di disciplinanti del beato Martino, presenti, stipulanti ed accettanti a nome proprio e a nome e vece ancora degli altri confratelli di detta Casa, presenti e futuri, un pezzo di terra, ossia un vuoto di detta chiesa e vicino alla stessa, di lunghezza goa 25 e la larghezza goa 10, cui confina, di sopra la strada pubblica, ovverosia la crosa, da un lato la terra di Raffaele Doria, inferiormente e dall’altro lato la detta chiesa, sopra il qual territorio, ossia vuoto debbono i detti confratelli costruire la loro casa che hanno già cominciata, con tutti e singoli gli introiti ed uscite spettanti a detta Casa».
9 maggio Antonio Cassina macellaro in Sampierdarena maggiore d’enni 25, confessa a Pietro -di Iandello di S.Paolo, territorio del duca già conte di Savoia- di essergli debitore e dovergli dare lire 7 e soldi 10 di Genova a complemento di lire 15 e soldi 5 di Genova, alle quali era tenuto in forza di istrumento.
16 maggio «in Sampierdarena nella bottega di Nicola di Coronata, speziaro – essendo vero che Marco Ottone di Antonio comprò per lire 62 e soldi 10 di Genova , da Niucolò Antonio Spinola e socii collettori la metà dell’introito di soldi 2 delle casane e dei tavernieri nel presente anno nella podesteria di Polcevera , per identico prezzo vende il detto introito -ossia gabella- a Domenicoe d Andrea di Predono che dovranno soddisfare nei termini stessi nei quali era obbligato lui»
Il notaio Giovanni Pineto, in data 14 giugno 1419 scrive che “Antonio di Pasqualino, abitante nella villa di Sampierdarena, nella sua qualità di ospedaliero dell’Ospedale di S.Pietro Martire nella villa di Sampierdarena dà in locazione a Giovanni Merancio abitante in detta villa, una terra ed un possedimento con due piccole case, posti nella detta villa, vicino al fiume della Polcevera. Ospedale a quei tempi era un luogo di ricovero gratuito (per gli oppressi dalla sventura: poveri, orfani, acciaccati, cronici, incurabili o viandanti, ecc.). I romani li chiamavano ospizi, i greci patakai (=alloggio per tutti); per i Cristiani divenne ‘hospitale’: la carità imponeva attrezzare una ospitalità ai fratelli, in conseguenza dalla propria dimora si passò ad una struttura specifica, sempre aperta ai pellegrini ed a chi viveva di elemosina. La vicinanza di un monastero garantiva la mano d’opera da parte dei monaci.
Rimane però – non sapere dove era localizzato (come la chiesa di NS della Pietà – vedi sopra all’anno 1372)
(RegestiPolcevera pag.216-filzaV atto 34)
1423 25 nov. Da un atto notarile conosciamo la presenza nel borgo del ferraio Grillo Giovanni, nato a Chiavari e sposo di Giovannina figlia di qm.... Questi, viene incaricato dalla moglie di ricuperare denaro, vendere e permutare beni mobili ed immobili e specialmente tutti e singoli i di lei possedimenti, tanto domestici quanto selvatici, posti nella podesteria di Varazze
Nel 1424 arriva Damiani G., ‘strazzé’, uno dei primi produttori di carta (vedi sopra).
Da un atto locazione del 1435 si apprende che fu testimone ‘Anthonius Columbus de Uncio, habitator in villa Sancti Petri Arene’.
Corrisponde all’anno in cui finì la dominazione dei Visconti in Liguria. Filippo Visconti cercò di non perdere il possedimento, ma la distruzione della fortezza del Castelletto lo fece desistere; ma da arrabbiato lasciò saccheggiare da SpdA a Voltri.
(in Europa, Giovanna d’Arco interviene nella guerra dei CentoAnni (1430); i turchi di Maometto II conquistano Costantinopoli (1453)).
Il 30 ago 1442 il doge Tomaso Campofregoso impone ai fornai (nostri e di Sestri) di vendere 60 cantari di biscotti al nobile Domenico Doria, patrono di una galea, anche se essi si erano impegnati a rifornire altri padroni di galee.
1448 Jacopo Bracelli (Sarzana?fine XIV-Ge 1466ca--a lungo Cancelliere della Rep.di Ge.) Fu uno dei primi –un secolo prima della corografia del Giustiniani, 1537- a descrivere la forma geografica della Liguria nel suo “Descriptio Oræ Ligusticæ”, stampato in questa data ma scritto (in latino e presto riportata in volgare) con testo risalente al 1420 e figure fino alla stampa. Descrive la Liguria litoranea – come costeggiando - dall’estremo ponente a levante. Però, cita Voltri, e quando supera il torrente Cerusa di Voltri, rammenta Sestri (fabbricazione della calce) e “…Appresso viene il fiume Portifera da cui la sua amenissima valle ha preso il nome”. Da qui, passa direttamente – anche se brevemente - a Genova e buonanotte.
Lo stesso doge nel 1450, sentiti molti abitanti ‘ville Sanctipetriarene, Sexti et aliorum locorum’ che lamentano un decreto in favore dell’arte dei formaggiai, decreta che il precedente venga sospeso
Altro compaesano compare nel contratto del 31 dic.1451 tra Giacomo Testa, abate di san Benigno e ‘Thome de Monteregali q. Cristofi’ habitatori in Sancto Petro ab Arena; quest’ultimo in località ‘Cossa’ prende in affitto anche per tutti i ‘nascendorum de legitimo matrimonio’ per 20 soldi annui una casa diroccata (...domum diruptam mensuratam intra muros in longitudine goarum sexdecim vel circa, et in latitudine goarum duodecim vel circa, positam in loco dicto la Cossa ubi fit mercatum in Sancto Petro ab Arena (poi corretto Arene), cui coherent ante litus maris sive arena plagie maris, a duobus lateribus domus due dicti monasterii Sancti Benigni, et retro terra sive pratus ...ad habendum, tenendum, gaudendum, possidendum et usufructuandum titolo locacionis in perpetuum et in secula seculorum...). Testimoni all’atto, due altri compaesani: Bertola Mastrucius q. Anthonii, furnario (che ricompare sempre come teste nel 1460 assieme a Melchione Vachario q. Antonii ‘discretis viris’, quando san Benigno fu preso in possesso dalla congregazione di santa Giustina di Padova).
Nel 1451 il Comune di Genova cede al banco di san Giorgio l’edificio in riva al mare di Genova. Vengono iniziati lavori di rimaneggiamento nei quali si rileva che ‘la malta -contenente sabbia ricavata dalla spiaggia di Sampierdarena- è largamente rappresentata su tutte le superfici dell’edificio’
Nel 1453 i Doria iniziano la ricostruzione della chiesa della Cella
Nel 1455 invece, gli aragonesi (in lotta con Genova per via della Corsica) sbarcaronbo sulla nostra spiaggia e si impadronirono del borgo; un controattacco portato dal doge Piero di Campofregoso ributtò a mare gli invasori costretti a tornare a Napoli.
Nel 1460 un atto notarile ricorda che « nel giorno di Pentecoste, mentre a Sampierdarena ‘si correva il palio’, Battistino Doria rapì in Genova la cugina Bianchetta Doria e la portò al Sassello »
1461 Il re di Francia CarloVII (Moraglia scrive che fu il re di Provenza Renato d’Angiò) fece sbarcare sulla spiaggia un grosso contingente che si accampò nel borgo e tentò l’assalto raggirando dall’alto di s.Benigno e Peralto; ma tosto dovettero affrontare nell’entroterra gli aiuti a Genova provenienti da Milano (Sforza). Questo evento viene chiamato “la battaglia di San Pier d’Arena”. Negli aspri scontri i francesi furono sconfitti da Paolo Fregoso (o di Campofregoso): dovettero reimbarcarsi lasciando sul campo circa 2500 morti (Moraglia scrive prigionieri; con un centinaio di nobiluomini cavalieri “a sprone d’oro”, abbandonati dal re che –stizzito- fece salpare le navi prima del loro reimbarco e lasciandoli così a terra).
Ma da allora sulla Repubblica iniziò il dominio dei duchi di Milano.
21 aprile 1463. Nella notte alcuni uomini di Sampierdarena e di Voltri, avevano portato via dal porto una nave che era stata di GioGaleazzo Campofregoso e che poi era divenuta di Paolo Spinola. L’arcivescovo e doge Paolo Campofregoso ordinò che nessuno rifornisse detta nave di munizioni né vettovaglie.
Marzo 1476. Sorge il problema peste. Il giorno 29 il vicegovernatore ducale Guido Voisconti, elegge un Ufficio di Sanità, ed ordina che nessuna persona di qualsiasi stato e dignità abitante in ‘villis sancti Petri Arene et Sexti’ osi ricevere alla spiaggia barche, leudi e altri navigli o uomini della riviera occidentale, senza licenza fdel prefato Ufficio. Pochi giorni dopo rinnovano l’ordine ai podestà, consoli, rettori ed abitanti, di preservarsi dal contagio (essendosi rinnovato alla Pietra), onde si rinnova il divieto di far venire nessuno da Noli a Genova senza licenza specifica.
1491 13 giugno, Nicolò di Carrà di Sampierdarena costituisce procuratore Benedetto Ponsono col mandato speciale di proseguire la causa che ha in corso (Cipollina-285)
19 luglio è «Bartolomeo de Giogo abitanre nella villa di Sampierdarena, costituisce e ordina suo vero procuratore Ambrogio Gioardo, deputandolo particolarmente a tutte e singole le liti» (Cipollina-285).
1493 28 gennaio «Gio:Batta de Vassallo qm Giovanni di Sampierdarena dichiara a Iacobo de Negrone qm. Lodisio, di dovergli lire 17 di Genova, per reesto di certa roba avuta da lui»
1501 Un certo Bernardo da Sampierdarena, insieme a dei fratelli, si trasferisce a Mantova ‘clanculum et insalutato hospite’, attirato da Ludovico Gonzaga che incoraggiava e facilitava la lavorazione della seta. Il fatto, ebbe come conseguenza che tutti i familiari rimasti, senza alcuna distinzione vecchi, giovani, uomini donne e bambini, furono incarcerati e, dopo processo impegnati sotto cauzione a non allontanarsi dalla città. Già da poco meno di cent’anni esisteva la corporazione indipendente dei setaioli, e da oltre cinquant’anni esistevano allora leggi severe mirate a conservare integro il mercato della seta (‘nemo portet artem extra’ è una legge del doge Pietro di Campofregoso del 1452), per cui nessuno addetto al mestiere poteva uscire dalla Repubblica con ‘grave damnum et preiudicium (…et iacturam) totius Reipublice Ianuensis’. Lo stesso era per l’arte dell’oro filato (‘mysterium auri fillati’): nel 1375 un Molfino da Rapallo portò quest’arte a Siviglia servendosi di operai genovesi, tra cui un ‘Costantino da Sampierdarena’ che promise lavorare argento ed oro per dieci fiorini al mese.
Nel 1507 7 genn Giofredo Lomellino aveva fatto costruire una nave sulla nostra spiaggia (un leudo) e da là era partito assieme a Francesco de Fiesco, fratello del cardinale (Nicolò Fieschi, che Alessandro VI fece cardinale nel 1503 e che morì nel 1524) per andare ufficialmente in Provenza ma che si era pensato andassero a Monaco con le paghe dei soldati. Il 7 gennaio giunse al Senato lettera dai commissari di Monaco segnalante che gli abitanti erano usciti dalla città e, bloccate le nostre bombarde, erano sbarcati alla Turbia e venuti alle mani con ‘la nostra gente’ e che con un brigantino avevano catturato il leudo dei due genovesi. Il ‘Palacio’ decise raccogliere fondi per dar via ‘all’impresa di Monaco’.
10 genn. Una ininterrotta serie di lotte interne avvenivano mirate al potere. Il governo teneva le redini, ma una frangia di sobillatori cercava di rivoluzionare le sorti della situazione, e Monaco era la punta dell’iceberg. In particolare Ottaviano e Giano (GianMaria) Fregoso (assieme ai Lomellino) cercavano di acquistare il potere centrale a Genova, per far vincere la propria fazione tenuta da Domenico Adorno. Genova assediava Monaco; i Fregoso volevano aiutare gli assediati comandati dai Grimaldi. Su consiglio di Andrea D’Oria, o chiamavano i francesi; o raccoglievano truppe per andare in soccorso, o cercavano di prendere il potere che a Genova era retto dagli Anziani (Spinola, Fieschi, Lomellini, d’Oria, Grimaldi, Negrone, Marini, Cattaneo…); loro adottarono questo ultima chance; Ottaviano –da SestriLevante dove aveva raccolto 400 fanti- venne di nascosto via mare a San Pier d’Arena dove ‘fece parlamento con suoi partigiani’, però trovò alleati ‘tiepidi’ (quindi Domenico Lomellini che gli diede dei soldi per pagare le truppe stanziale a Finale), anzi favorevoli all’assedio di Monaco, per cui rinunciò e scappò a Camogli ringraziando di aver salvato la vita. Neanche andava bene che, con la scusa di difendere il potere, gli Adorno si aumentassero attorno, in città, tanta gente armata; cosicché, non potendo salpare per le brutte condizioni del mare, buona parte degli armati furono mandati a Sampierdarena, mentre in città fu arrestato Baldasarre Lomellino, di parte fregosa e –anche se ‘omo antiquo’- con tortura (‘messo alla corda’) avere svelati gli intrighi dei Fregoso e i loro alleati che abitavano a Sampierdarena.
19 marzo avvennero i primi disordini sotto le mura di Castelletto, con un morto da ambedue le parti. Gli Anziani del governo popolare ordinarono ai Connestabili fuori città (Polcevera, Voltri e Bisogno) di rientare con ‘arnexi, robe, strame, farine, biave vino ed ogni altra vituaria’ ed aumentarono l’ importazione di grano. Finché dopo una riunione a s.Maria di Castello (zona popolare, e non a Palazzo) fu deciso dichiarare guerra al re di Francia e porre sotto assedio il Castello (tra le motivazioni era che la Francia aveva aiutato gli assediati di Monaco. Il banditore quello stesso giorno arrivò a ‘Sancto petro arene’ (proveniente da Vegerij, Pontedesimo, Morigalo, Bulsaneto, Riparolio ed andare a Cornigliano) per leggere le grida.
10 aprile viene acclamato doge Paolo da Novi. Pel pericolo di una invasione francese fa rinforzare Promontorio guarnendolo di artiglierie e fanteria, e facendo costruire agguati e trincee
L’esercito di Luigi XII al comando del gen Chaumont e del capitano Carlo d’Amboise, il 21 aprile era a Busalla dove si accamparono fino al 23; il 21 “due squadre di fantaria e cavali se calorno e hanno brucato tutto Zovvo, Megarena e Noxian (Nociano). Furorno alle manecon li nostri e amazorno doi di Pocevera, uno di Caneva l’altro di Barioxo e ferirno uno di Santo Petro d’Arena.; li nostri li amazorno 8 e uno cavalo bianco e ferirno assai…”. Il 24 scesero a PonteX, da dove mandò -per guadagnare le alture- un forte manipolo al comando di Jacques de Chabannes signore di LaPalice (nell’assalto a Promontorio, fu ferito da una freccia (?, sic) alla gola e dovette cedere il comando; rimarrà famosissimo solo per la sua esclamazione alla morte a Pavia). Questi arrivò a Rivarolo ed iniziò ad assalire prima il Garbo, ove Giacomo Ghiglione, vice comandante di Giacomo Corso, malgrado l’ordine di non muoversi, tentò un contrassalto finito disastrosamente dando così inizio alla rotta di tutti gli altri. Infatti tutte le truppe francesi poterono integre dedicarsi ad attaccare Promontorio, “un forte riparo o bastiglione che elevatasi sulla cima della montagna, a cavaliere di due strade che dal fondo valle salivano di conserva a poca distanza l’una dall’altra (dal Garbo e da salita Bersezio) e conducevano alla sommità; codeste strade però, erano sbarrate e munite da case fortificate e, per compiere la difesa, buon nerbo di truppe occupava le alture di rimpetto…”. La difesa, composta da 500 soldati diretti dal genovese tessitore di seta Leonardo Costaguta (altrove chiamato Leonardo de Monteaguto), fu strenua e all’inizio capace di resistere all’avanguardia composta da fanti albanesi; l’arrivo di 3000 tedeschi gettò lo scompiglio e la fuga dei genovesi. Il giornò 24 finì con la completa disfatta dei difensori, e libertà ai francesi di entrare in città; ma da Promontorio i comandanti francesi non si arrischiarono ad incalzare i fuggitivi e -lasciato un forte manipolo di soldati sulle montagne e collocata la sua avanguardia a Sampierdarena- pernottarono col grosso dell’esercito a Rivarolo”. Costaguta fu accusato di aver abbandonato Promontorio –luogo fortissimo e munitissimo- prima che sopraggiungessero i nemici e quindi lasciando ai nemici quella posizione determinante per la difesa del porto e della città.
Il re di Francia arrivò domenica 25 e prese alloggio al Boschetto. A sera, non volle ricevere gli ambasciatori genovesi (Agostino Senestraro) per comporre la pace, ma mentre essi discutevano col d’Amboise, si riaccese la lotta: otto o diecimila genovesi, scaramucciarono con i francesi sulla dorsale di san Benigno per più di tre ore finché caddero in una trappola disastrosa tesa dalla cavalleria albanese che aveva finto di ritirarsi. In città nacque il panico del saccheggio e della distruzione. Il 29 re Luigi entrò in città esclamando “superba Genova, te ho guadagnato con l’arme in mano”. I nobili riebbero il potere; i popolari furono arrestati e suppliziati. 13 maggio: ordinò l’elenco delle persone che dovevano accompagnarlo a Milano (tra essi Lodisius –Luigi- de Bervei, scrivano del comune, nominato provveditore della spedizione contro Monaco e poi attivo partecipe della fazione popolare) e di coloro che non erano graziati: tra questi, Demetrio Giustiniani che il 13 maggio fu ghigliottinato (una delle prime) e Paolo da Novi decapitato e squartato il 16 giugno; fece erigere da manovalanza lombarda la famosa Briglia, che incorporò la torre del faro (l’ingegnere capo dei lavori, tale Beusserailhe –dietro cospicuo compenso in denaro- capì la opportunità di non demolirla come era nel progetto primitivo); ed infine fece ‘spianare la bastia di Premontò’ .
Nel 1509.
Mentre in Inghilterra va al trono Enrico VIII (1509); mentre nell’impero ottomano Solimano il Magnifico cresce di importanza raggiungendo l’apogeo del potere (1550); mentre i primi portoghesi arrivano in Cina (1514); mentre Cortés distrugge l’impero azteco (1521) e quello inca (1533), a San Pier d’Arena succede poco o nulla di importante:
--Thorgud Reis, soprannominato Dragutte, saccheggia Prà. Inevitabili ripercussioni difensive locali.
1510
da Theatrum Urbim – di autore tedesco sconosciuto
1512 AndreaDoria fu partecipe – per lui, battesimo del fuoco - di un abbordaggio ad una grossa nave francese arrivata vicino alla costa per rifornire la Briglia; su una galea, comandata da Emmanuele Cavallo, i genovesi assalirono la nave francese portandola ad arenarsi sulla nostra spiaggia dove –dopo aspro scontro all’arma bianca- fu catturata con tutto il suo carico. A.Doria rimase ferito da una archibugiata al petto e il corpo fu difeso e fatto ritirare, da Giustiniano. La Briglia, non più rifornita, si arrese; Luigi XII sarà vendicato da Luigi XIV col bombardamento del 1684
1522 Pero Pietro scrive che gli spagnoli passando da Promontorio, scesero da SBdF per occupare la città. (controllare veridicità)

1528. Riforma, con istituzione di 28 Alberghi. Più della metà, hanno possedimenti nel borgo. Sarebbe anno di fine del governatorato promosso dai francesi e offerto al milanese Teodoro Trivulzio con l’assenso dei Fregoso (Federico vescovo, e Cesare uomo d’arme) più che degli Adorno –ambedue popolari- e dei nobili Fieschi e Spinola; e finisce con esso il dogato perpetuo. É invece d’ inizio dell’ “età di Andrea Doria” e, per essa, dovrebbe finire con la sua morte 1560. Invece si fa notare che a quell’epoca Genova diventò grande non in virtù di un capo ‘deus ex machina’ ma piuttosto per la solidità dei gruppi familiari, della volontà colettiva. I singoli (ed a quel tempo, per tutti, Gian Luigi Fieschi) oltre alla sfortuna è che non erano tempi per una repubblica –oligarchica si- ma civile, ovvefro non governo di uno.
Lo stesso Andrea Doria in quest’anno fu oggetto di assalto. In quegli anni, mentre i Fregoso (Ottaviano) e gli Adorno (Antoniotto) si contendevano a Genova il comando ed i favori della Francia, Pietro Fregoso aveva occupato Novi. ADoria gli mandò a dire di riconsegnare la città alla Repubblica; quello fece finta di trattare e nel frattempo organizzò un esercito di francesi di 2mila fanti e 50 cavalli (comandati da Montejeau e Villench) e, attraverso le Capanne di Marcarolo le fece scendere a SPdA con l’ordine di catturare ADoria. Questi, venuto a conoscenza della spedizione, abbandonò la villa (fuori mura) e riparò dentro esse; i soldati assalirono la casa distruggendola ma non sentendosi di portare avanti la missione se ne tornarono per la stessa strada,
Nell’anno 1529 il generale francese Saint Pol guidò truppe dal Piemonte, attestandosi sulle nostre alture; all’intimazione di resa, Andrea Doria abilmente e diplomaticamente trattò fino al ritiro dei francesi, salvando così due sue navi tirate sulla spiaggia dal nemico ed in pericolo di essere incendiate.
Pubblicato nel 1536, di Jean Fonteneau (dit Alfonce, il cognome della moglie; un francese valentissimo comandante di navi “le plus entendu en fait de la navigation qui fût en France”); riporta le impressioni ed indicazioni delle terre da lui viste dal mare – e più dettagliato se visitate - (Fiandra, Olanda, Inghilterra, Canada ...Africa, Asia, Americhe...) il suo Voyages aventureux descrive anche San Pier d’Arena, dicendo che “si trova all’uscita di Genova, in una grande rada “où l’on fait de grands navires”. Nella decrizione è ovviamente più particolareggiata Genova (“i più begli edifici di tutta l’Italia; navi e galere tra le più grandi mai viste”) e dei genovesi (commercianti, artigiani specie di tessuti; ils ont fort belles femmes ...tanti banchieri; l’impressione di gente operosa, sa andar per mare, di umore variabile, agiata, vitale...con grossi borghesi che, dopo essersi costruiti dei bei giardini vi si ritirano per ricrearsi nel tempo d’estate).
Nel 1537 mons. Agostino Giustiniani nel suo annale, edito postumo in questo anno, scrive nelle prime pagine di San Pier d’Arena (“Descrittione della Lyguria”; racchiusa nei “Castigatissimi annali” con copioso numero di tavole...).
Pantaleone Giustiniani, questo è il suo vero nome, nacque a Genova nel 1470 da nobile famiglia: il nonno Andriolo era stato governatore di Chios (Grecia) ed il padre ambasciatore a Milano. Nel 1487, entrò nell'Ordine dei Domenicani cambiando il proprio nome in Agostino, scontrandosi con la famiglia che voleva per lui - figlio unico - un futuro laico. Viaggiò molto sia come studioso delle lingue (greco, ebraico, aramaico e arabo) e sia come insegnante in tanti conventi. Nel 1514 cominciò a preparare un'edizione poliglotta della Bibbia. A Roma fu nominato vescovo di Nebbio, in Corsica, partecipando al V concilio lateranense negli anni tra il 1516-1517. Lasciò la sede vescovile trasferendosi per cinque anni in Francia, alla corte del re Francesco I, dove ricevette la cattedra di lingua ebrea ed araba all'università di Parigi. Ritornò nuovamente a Nebbio nel 1521 dove fu prodigo verso gli abitanti destinando alla comunità parte dell'entrate e facendo ergere un nuovo palazzo episcopale nonché l'ampliamento della locale cattedrale. Scrisse molto di argomenti religiosi (poco conosciuti perché rivolti agli studiosi) e di storia e geografia della sua terra ligure. Nel 1536 durante un viaggio per mare tra l'isola di Capraia e la Corsica la nave subì un naufragio dove Agostino perì all'età di sessantasei anni. La sua passione per la letteratura straniera gli permise di collezionare una ampia vasta biblioteca personale, che per suo spontaneo testamento venne donata alla Repubblica.
Il sacerdote, vivendo l’esatto periodo del trapasso del borgo, da modesto insediamento di pescatori e contadini con rade case signorili, a vera zona residenziale di alto lignaggio, scrive a pag.56 (3° ediz. del 1854, vol.1): ”nobil villa nominata S. Pier d’Arena…chiesa parrocchiale S.Martino...ha cura di mezzo Promontorio, ed eziandio d’una villetta nominata Gagien,...contiene 325 case delle quali ve ne sono 113 di cittadini ed il restante di paesani: è in questa villa il monastero di nostra Donna della Cella, di frati eremitani di S.Agostino...monastero di S.Maria del Sepulcro dove già abitavano monache ed al presente resta deserto: vi è una cappella di S.Antonio ed un’altra nominata de’ Cibo, ed un’altra, contigua alla casa di Andrea Imperiale... contiene una piaggia tanto comoda al varar delle navi, che non potrebbe esser più; e par che la natura l’abbi fabbricata a quest’effetto. Le case de’ cittadini con li giardini e ville loro sono magnifiche e in tanto numero che accade a’ forestieri, quali passano per S.Pier d’Arena…costoro sendo in S.Pier d’Arena si credevano essere in Genova; e certo la magnificenza di questi edificj e l’amenità de’ giardini…hanno fatto scrivere al Petrarca, che la beltà e superba edificazione delle case di Genova è stata vinta e superata dalla fabbrica delle sue ville...Si fa un mercato ogni settimana assai celebre, e si trovano in la villa tutte le cose necessarie al vivere senza che la persona sia necessitata venire alla città”; e poco sotto “ed alle spalle di S.Pier d’Arena si congiunge la villa di Promontorio, famosa e celebre per la vittoria...contro l’esercito de’ francesi..e comprende centuna casa, partite per metà tra cittadini e paesani. E vi sono lapidicine dalle quali si cavano continuamente ed in gran copia pietre durissime che si possono comparare ai marmi neri; vi è un piccolo monastero sotto il titolo di S.Maria di Belvedere de’ frati di S.Agostino Conventuali, ed un altro sotto il titolo di S.Maria degli Angeli, abitazione de’ frati Osservanti Carmelitani; ed in capo a di Promontorio l’antica abbazia di S. Benigno in la quale giace il corpo del venerabil Beda. E sotto l’abbazia è la torre ossia mezza torre della Lanterna edificata su uno scoglio nominato Capo di Faro...”.
Il 29 maggio 1538, Andrea Solari cintraco, dichiara aver proclamato in Rivarolo, Sestri, Sampierdarena e Cornigliano un decreto del doge che comandava « nessun osa né presuma andare stare conversare né ballare in lo loco ove si ha da far la festa della Ascensione in loco Borzoli…con arme archibugi balestre né rudelle..pena doi tratti di corda».
1543
immagine del borgo descritto da anonimo
arabo. Mus. Topkapj-Istanbul
Nell’anno 1571 Urbano Rela (vedi) partecipò alla battaglia di Lepanto guidando una trireme quasi tutta composta da sampierdarenesi (probabilmente al comando di GianAndrea Doria)
Per gli anni 1583-9 Giulio Pallavicini, lasciò 332 carte manoscritte intitolate “Inventione di scriver tutte le cose accadute alli tempi suoi”. In esso si leggono le date seguite da ---« e chiuse da »:
1583---«a di 4 di maggio 1583 In Genova E’ venuto nova come Sartene loco di Corsica...ben munito di muraglie sia stato preso alla sprovista d’Amurato Re d’Algeri, e saccheggiatolo datogli il focho brugiato sino a fondamenti, si che dicono non vi esser restato quasi vestigia alcuna, vi hanno prese cinquecento anime, cosa miseranda per certo, li Vasseli de Turchi si dice giunger sino a 32 fra Galere grosse e piccole.» «a di 3 giugno Venerdì Fu dalla s.ma Sig.ria risoluto stante le paure de turchi ellegier collonelli per li lochi più vicini, accio con la guardia possino opprimere ogni poco d’empeto ch’essi turchi volessero fare, e fu ....per Santo Pietro d’arena Lucca Grimaldo, ma scusato fu eletto Castellino Pinello..»
---«Venerdì a 17 detto (giugno) Si varrò la nave di Geromino Spinola Cantalupo a Santo Pietro d’Arena, e vi fu tanta gente, tanti liuti quanti si possa dire, ella per quel giorno non potete venir, dicono perché non la doveano insavorrare in mare, ma in terra, perché fece il letto; e il detto Geronimo fece il voto varando la nave a salvamento vestirsi di turchino per doi anni»
---«venerdì a 16 (settembre) Questa mattina all’hora di sesta è intrato sette mascharati con archibusi da Rota in Santo Pietro d’arena in la Chiesa di Nostra Donna ricercando uno per volerlo amazzare e non si sà chi sia, è ben vero che molti dicano essere Nicolò Salvago il quale tiene costione con Francesco Lercaro, molti dicono di non, i più s’accordano esser lui»
---«Dominica a 23 (ottobre) Ritrovandosi tutti li Cittadini di Santo Pietro d’arena in loggia viderno uno turato sopra un canto e così havendo suspetto di qualche cosa fecero sì che li suoi huomini id est bravi presero costui e tirorno per forza in una camera e quando conobbero esser Nicola Salvago, gli chiederno di grazia che non lo volessi haver per male perché havendo loro qualche suspeto haveo fatto ciò, e così lui accetando la scusa si licentiorno, ma l’huomeni del detto Salvago li quali era d’altra parte sentirno qualche rumore e così sparorno una archibusata la quale colse un huomo di Agostino Spinola dietro nella schena, ma volse Idio che non vi fece male alcuna perché è stata in fuggire e così è restata ogni cosa queta»
1584---«giovedì a 13 (dicembre) E’ gionto di ritorno la Galera mandata in Spagna et ha portato il Signor Pompeo Colonna e il Signor Fabritio de Sanguine, allogiati in Santo Pietro d’Arena in casa del Signor Antoniotto Centurione».«lunedi a 17 Il Serenissimo Senato concedete la Galera medesima al detto Signor Pompeo, acciò che lo porti sino a Lerice, acciò che possa seguire il suo viaggio con comodità».
1585---Sabato a 23 (marzo) E’ nato a Santo Pietro d’Arena un mostro di una Donna di medesimo loco, et è di questa maniera, ha un membro genitale sopra la fronte con due cose grosse una di qua l’altra di là alle guancie, il corpo sino alli piedi è fatto come una piramide, e in vero molto sproporzionato, e Dio ce la mandi buona».
---«Giovedì 30 (maggio) Era poco giorni prima intesosi che Nicolò Salvago bandito, era riduto a tal disperatione che egli pensava di far qualche cosa di rilievo e conforme a questa sua disperatione forfantesca (et) questa notte lo dimostrò essendo venuto a Santo Pietro d’Arena con 2.5 banditi e particularmente quel Massa di Nervi, famoso assasino di strada, con molti altri, e posse fuoco a una casa di Stefano Salvago suo parente, posta in Santo Martino, e brusò tutta et la perdita de scudi 2000 d’oro, cosa in vero stata tenuta scelerata, che questo Stefano, il quale l’havea sempre protegiato in tutti i suoi bisogni, adesso perchè havea mancato di dargli qualche denaro, gli ha fatto questo tratto, ma questo aviene alla natura del detto Nicolò scelerato maligna in tutto contra Idio e gli huomeni, e Dio voglia che la finisca, un giorno sinistramente di quello crede»
---«Sabato a 22 (giugno) Fu in questo porto le Galere del Principe Doria venute dalla Spagna, con esse era il sudetto Principe al quale hanno mandato sino a Santo Pietro d’Arena la Galera con sei ambasciatori che sono: Gasparo Adorno q.Battista, Urbano Fiesco q.Ettor, Oratio de Franceschi q.GioPietro, Pietro Durazzo q. Giacobo, Filippo Spinola q.Gieronimi, GioBattista Durazzo dell’Illustre Nicolai...Nelle sudette Galere vi era Don Pietro di Toledo il quale è destinato per General delle Galere di Napoli...Nel medesime Galere vi era il Duca di Seminara, il Principe di Sulmona e Don Carlo d’Avolos...» ---«lunedi a 24 Perchè le Galere del Principe Doria ne rimase cinque in Savona col Vicerè di Sicilia Il Conte Alvaro, questo giorno poi gionsero quà e dal Serenissimo Senato gli fu mandato sei ambasciatori sino a santo Pietro d’Arena con una Galera, che furno (segue lista di nomi)...»
---«Matesdi a 16 (luglio) E’ stato questo depodisnare frisato in viso un certo birro delle Pompe molto vegliaco nomato il Guercio perchè gli manca un ochio, ha rinonciato la spada e non si sà altro»---«Venardi a 26 (luglio) In fine l’insolenza di questi birri di Pompe havendo trapassato l’ordine per il comportarsi furono questo giorno di mattina assaltati appresso al fossato di santo Bartolomeo da doi travestiti, e dattogli parechie coltelate chi nelle gambe e chi in testa et al quel Longo Guercio non si dice ancor casa alcuna»---«Venardi a 9 (agosto) E’ stato mandato a pigliar per ordine della Rotta Battista Genochio, dicesi per esser incolpato di haver fatto dare alli birri delle Pompe, per ordine di Ottavio Imperiale e medisimamente mandorno in casa di Marchese Imperiale a Santo Pietro d’Arena a cercar di un stafiero, il quale presero e condusero in prigione»---«Lunedì a 12 (agosto) Si è questa mattina sparso voce che Ottavio Imperiale era quello havea fatto dare alli birri per havergi fatto molte forfanterie»---«Venardì 16 (agosto) Si è detto per vero che quel birro delle Pompe, il Longo, sia morto, et è tutto vero»»---«Sabato a 17 (agosto) E’ stato liberato Battista Ginochio per non havergli trovato cosa alcuna »---«Matesdi a 20 (agosto) Il Serenissimo Senato ha eleto Nicolò Cattaneo Buffino del Uffitio delle Pompe essendo uscito quel buona pezza di Stefano Sauli, e si crede che tuttavia debino caminar appresso ma con più modo di quello han fatto li passati Signori
---«Mercordì a 7 (agosto) intendendosi che li Giaponesi eran poco lontani la serenissima Senato gli ha mandato incontra cinquanta ambasiatori già prima fatti, li quali gli incontrorno alla aqua della Poncevera e costì gli ritrovorno, e ponendoseli in mezzo furno conduti alla città dove alla porta di santo Tomaso trovorno quatro Procuratori che gli offersero tutto l’havere della Republica che se valesero, e sono....Le Galere partirno questa notte al numero di 19, capitano Gianettino Spinola vi è imbarcato li sudetti Giaponesi, fattogli prima far il Serenissimo Senato un presente di diverse cose da mangiare come vittele, caponi, galli d’India, polastri, torcie, paste di valuta di scuti 150».
---«Matesdì a 3 (novembre) Quelli Signori stano in Santo Pietro d’Arena chiedono al Serenissimo Senato che ha deputato 3 Cittadini aciò che stimino le case, che facendo la strada della lanterna possino pagar tanto per ratta».
1586 L’affresco raffigurante Genova (e SPd’A) di GB Perolli sull’arco di una porta della casa di don Alvaro De Bazan
1587, 11 marzo viene approvato il cerimoniale di ospitalità in caso di arrivi di personaggi importanti: vi è stabilito per legge che per arrivi da ponente, il duce ed il Senato andranno loro incontro:-- passate le acque del Polcevera, se re, imperatore o papa; --alle acque del Polcevera se si tratta di legati apostolici, imperatrici e regine; --a San Pier d’Arena, se l’ospite sarà figlio o fratello, di imperatore o re; allora, senza smontare da cavallo, dopo breve saluto, lo accompagneranno al suo alloggiamento.
1588---«Lunedì a 23 (maggio) E’ gionto qui le Galee della Squadra del Principe Doria, con essa è venuto...Con esse Galee è anche venuto Giacomo Boncompagno figlio del già Papa Gregorio XIII, alogia in casa di Castelino Pinello in Santo Pietro d’Arena, dal Senato vi fù mandato quatro Ambasiatori: Ettore Spinola, Tomaso Pallavicino, Stefano Invrea, Sinibaldo Doria.».
---«Matesdì 18 (ottobre) Da una fabrica in Santo Pietro d’Arena è cascato, Tomaso Pallavicino da una muraglia alta 20, ma non ha havuto tropo male, la magrezza gli ha giovato, con la Gratia di Dio Nostro Signore.».
Il 27 maggio invece era venuto in visita del borgo l’ecc.mo sig.r Giacomo Boncompagni, duca di Sora e di Arce, marchese di Vignola, figlio di papa Gregorio XIII, sposo di Costanza Sforza
1589---«Mercordì a 5 (luglio) Li Serenissimi Collegi per suplire alli Colonelli della Riviera e Ville che sono finiti questo anno, fù fatto per Santo Pietro d’Arena Bernardo Centurione, per Cornigliano Andrea Spinola....».
---«Matesdì al primo di Agosto 1589 Hierisera il medico Morchio solea andarsi a bagnare al mare alla Coscia a Santo Pietro d’Arena appresso alla sua villa, et era così 24 hore, e nuotando et essendo un poco lontano dalla riva, gli venne uno svenimento che lo fece andare al fondo e poco di poi s’annegò senza pottersegli dare alcun agiuto. Havea l’età di 665 anni non ha lasciato troppo denari ma qualche bene stabile.».
---«Domenica a 8 (ottobre) Questo depodisnare certi giovanotti di poca età hanno recitato una rappresentazione spirituale in lo chiostro delli fratti di Santo Pietro d’Arena et è riuscita benissimo. Vi era un gran concorso di persone particularmente di donne, li figlioli sono doi di Gio.Battista Pallavicino q Damiano e uno di Gieronimo Grimaldo q.Luce, li altri erano figli di huomini di Santo Pietro d’Arena-».
1599- La Gatti riporta (pag. 169) che sta finendo sulla spiaggia un galeone per Giulio Cesare Lomellini, al quale è stato dato il nome di “san Francesco da Paola2 ed è costato 78.800 lire. Fabbro ferraio è stato Battista Ratto q.Defendino
Nel 1592 fu GB Gonfalonieri che scrisse del borgo: ”ivi si riducono li gentiluomini a passare li caldi et a godere della libertà della villa, e le ville sono dilettevoli per natura e per arte e per la temperie nell’aria, per la soavità dei frutti et per la vicinanza della marina… sono anche belle per la comodità della pescagione, per l’amenità dei giardini, vaghezza dei palazzi quali chi non vede non può descrivere perché questa riviera è così la più bella che immaginar si possa e si chiama S.Pietro d’Arena”. Altrettanto concorde nel 1650 lo Scotti che tornato a Roma dopo aver girato l’Italia, scrive “…i più belli però sono sparsi fuori né borghi, particolarmente nelle ville di Sampierdarena”. E nel 1627 negli Itinerarium, e l’anno dopo nell’Architectura Civilis, sono scritte da Furttenbach (viaggiatore tedesco ed autore di compendi di architettura) parole di ammirazione per villa Imperiale scegliendola per descriverne bellezze, facciata e giardino. Seguito dopo pochi anni da Pierre Duval che nel 1660 scrive di villa Imperiale “une des plus belles de Genes…elle se rencontre en la Rue de Saint Pierre d’Arena”.
Nella decorazione, i disegni del Rubens, Volckammer, Vinzoni, Gauthier immortalano la sua stimata, stupita, ed invidiata bellezza.
Genova è senz’altro molto più bella, molto più ricca e centro del governo politico e religioso; ma anche Maira Niri riconosce che “ai confini della città sorgevano due luoghi incantevoli: Albaro e Sampierdarena… (che) vantava ville sontuose circondate dal verde dei giardini…”
Seguendo una spartizione delle spese necessarie per ospitare i grandi dell’epoca, i nobili genovesi a turno aprirono nei vari secoli a seguire le loro case del borgo a monarchi e principi (pressoché tutti gli spagnoli, ma anche l’Elettore di Baviera, il re di Danimarca, il principe di Polonia, granduchi di Russia, fino ai Savoia e papa PioVII).
Il territorio fuori città ha acquisito autonomia amministrativa essendo governato da capitani. Il nostro borgo, avente sede di Capitaneato a Rivarolo, confina con quello Genova e con quello di Sestri. Il capitano viene elettoi annualmente dal Senato della Repubblica ed a fine mandato veniva sottoposto al vaglio di due ‘sindacatori’. Aveva a disposizione un Consiglio, un vicario criminale per la giustizia, un ‘bargello’ ed uno scrivano. Una volta eletto non poteva rifiutare salvo pagare una multa salatissima. Non doveva allontanarsi salvo andare in città per questioni di uffizio o altrove senza licenza autorizzata. Era responsabile di tasca sua della riscossione delle ‘avarìe’ (tasse o gabelle).
1596 L’ill.mo sig.r cardinale Alessandrino dal Bosco, l’11 ottobre si imbarca a San Pier d’Areena su galee del papa, diretto a Roma.
1597 data della tempera su tela del De Grassi Cristoforo, 222x400, al Museo Civ.Navale di Ge.

Descrive nel suo disegno, una parte di vita paesana, al di là della lanterna e quindi marginale rispetto lo scopo che si prefiggeva: dare all’Ammin. del Magistrato dei Padri del Comune –per ragioni segrete di ufficio- un primo documento visivo del territorio cittadino genovese Ma il Grassi, seppur mediocre e modesto disegnatore, cercò essere fedele riproduttore di quello che idealmente vedeva dal mare-cielo: così in SPdA, soggetti
che transitano sopra il ponte di legno del Polcevera; l’edificio allo sbocco del Polcevera, probabile lazaretto; pescatori sulla lunga spiaggia che tirano le reti, ed altri in mare a vele spiegate; la palizzata dei palazzi prospicenti il mare e quella della strada interna (oggi via Daste); i terreni ordinatamente distribuiti ove lavoravano buona parte dei paesani. É immagine che va confrontata con quella del Bordoni, di pochi anni dopo (1616) ma significativa di alcune differenze sostanziali.
11 febbraio 1599 -attesa dal settembre precedente- Margherita d’Austria e suo padre Carlo, arciduca d’Austria, dalla Germania arrivarono a sera e vennero ospitati nel borgo nel palazzo del patrizio Gio Battista Lercari. Via Novi-Bocchetta-Pontedecimo, con corteo personale più 4 ambasciatori genovesi che erano andati ad incontrarli a Cremona; e più 2 governatori e 2 procuratori che l’avevano aspettati ai confini e scortandoli per le strade della Repubblica con 30 alabardieri tedeschi, fanteria e servitori in livrea. Era nata a Graz nel 1584; sua madre era la principessa Maria i Baviera. Via nave andrà in Spagna per sposare (18 apr.1599) il principe ereditario (futuro Filippo III, perché non ancora incoronato). Essendo molto cattolica, quando regina favorì l’apertura di numerosi monasteri. Tra i figli più famosa sarà l’infanta Anna perché sposando Luigi XIII diverrà regina di Francia. Margherita morì a Madrid il 13 ot.1611. (vedi notizie anche ad Anguissola)
Esistono nella storia altre due omonime ‘Margherita d’Austia’: mentre la Nostra ha l’appellativo di ‘regina di Spagna’, un’altra è titolata ‘duchessa di Savoia’ed era vissuta un secolo prima; e l’altra, nata nel 1522 e figlia di Carlo V, è ‘duchessa di Parma‘.
Luciana Gatti descrive (pag.161) che una galea pubblica fu inviata dal porto alla spiaggia di SPdA al fine di trainare una nave confezionata sul lido
1600- Scalpore crea in ottobre l’arrivo nel borgo, da Firenze, del ‘sig.r duca di Mantova’ Gonzaga; tornerà nuovamente il 6 (Volpicella scrive 12) luglio 1607 proveniente da Casale (vedi Palazzo della Fortezza).
1613 una commissione, governata da Pietro Durazzo, sull’argomento Rolli stabilisce che
---se arriverà da ponente un papa o imperatore, i Collegi andranno loro incontro alla “loggia di San Pier d’Arena”, scesi di cavallo;---se re, regine, imperatrici e cardinali, i suddetti li aspetteranno “alla crosa larga di San Pier d’Arena”; se principi d’Italia, duchi, viceré, governatori, ammiragli, ambasciatori, nunzi, se provenienti dal mare, aspettarli “sopra San Pier d’Arena” (ovvero a Cornigliano); se da terra aspettarli a san Lazzaro. Il cerimoniale verrà modificato nel 1639.
Il Magistrato dell’Arsenale fa costruire 12 unità navali da 2-3000 salme (pari a 476-714 t.) da affidare a privati con un interesse del 5% (Gatti). Lo stesso avverrà nel 1632 per otto galeoni da 2000-2500 salme
1616 data del quadro di Gerolamo Bordoni.
quadro titolato “Civitas Januæ”, è un olio su tela di cm.84x172 e di proprietà Pallavicino.
Il nostro borgo è ovviamente marginale; viene solo sottolineata l’ampia spiaggia.
incisione XVIII sec
Nell’anno 1625 l’esercito del duca di Savoia Carlo Emanuele I, (ambizioso e velleitario di conquiste territoriali, appoggiato di volta in volta all’Impero, alla Spagna e- questa volta- alla Francia quando quasi tutta l’Italia era appoggiata alla politica spagnola): forte di 14mila uomini e 2200 cavalli (più una armata francese guidata dal connestabile Ladisguiéres e dal maresciallo Crequi), invase da nord la Repubblica conquistando Novi, Gavi e Voltaggio; e discese via via giù
per la Valpolcevera seminando distruzione, saccheggi e lutti, il cui frutto era stato offerto come pagamento per le prestazioni dei suoi soldati.
Carlo Emanuele I era nato a Rivoli il 12 gennaio 1562, figlio di Emanele Filiberto al quale successe nel 1580 divenendo duca di Savoia. Sposò-1585- Caterina, figlia di Filippo II re di Spagna.
Precedentemente aveva occupato il marchesato di Saluzzo ed anche la Provenza (che gestì per pochi mesi, per la pace di Lione nella quale trattenne solo Saluzzo); firmò un’alleanza con Enrico IV contro Spagna ed Austria guadagnando il milanese.
Dopo il tentativo ligure, sconfessò l’alleanza francese muovendo guerra per conquistare il Monferrato (ma fu sconfitto a Susa dai francesi nel 1629). Mentre preparava la rivincita, morì a Savigliano il 26 luglio 1630 lasciando il suo ducato in condizioni di miseria e decadenza.
1626 « Li 3 settembre, li Signori Paolo
Serra, Paolo Andrea Doria, Gio Andrea de Franchi, Nicolò Durazzo, Gio Giacobo
Lomellino e Gio Battista Garbarino, Dottor di leggi, Ambasciatori ad incontrare
nella Riviera il Cardinale Francesco Barberino Legato nel suo ritorno di Spagna
(i Barberini erano famiglia toscana riginaria in
val d’Elsa e nemici dei Medici. Trasferiti a Roma, ebbero Matteo (1568-1644)
che divenne papa Urbano VIII).
Li 5 esso Cardinale Legato in Genova col Cardinale Sacchetti, che
anche egli di Spagna passava a Roma, sbarcano a San Pier d’Arena, alloggiati da
Gio Maria Spinola. La sera del dì seguente il
Legato entra nella città col Cardinale Sacchetti. Il primo alloggiato nel
palaggio di Filippo Spinola e spesato, il secondo in quello di Henrico Salvago.
Il Legato visita il Domo, vi celebra messa. Sono questi Cardinali visitati dal
Doge, Colegi. Rendono le visite. Partono li 8».
In questa estate in San Pier d’Arena s’introducono le carozze. Prima ve ne
erano 2, crebbero a 14.
1627 vicino al palazzo di Giorgio Grimaldi viene costruito un galeone di proprietà di De Marini q. Giacomo (Gatti).
1636 “Ma comparsa già la Primavera, proseguendo i Francesi la guerra in Lombardia e gli Spagnoli nelle Isole della marina di Provenza, nel mese stesso di maggio sbarcarono in Sanpierdarena le numerose truppe mandate dal Gran Duca di Toscana in aiuto del Rè Cattolico; in quel di giugno a S.Andrea alcune Fanterie condotte sopra le sue galee dal Duca di Tursi ritornato all’isola di S.Onorato e di Santa Margherita; in quel di luglio parimenti a Sanpierdarena altre imbarcate sopra la squadra di Napoli, e di Sicilia insieme con 350 cavalli del Regno destinate tutte per la Lombardia, e nello Stato di Milano...”
1637 l’incisione di Alessandro Baratta (ove sulla spiaggia scrisse “S.Piero d’Arena loco di delizie con bell.mi palazzi e giardini”) vedi foto, sotto;
,
particolare del nostro borgo – olio su tela 314x195
incisione su rame di 72,5x247,5 chiesa di s:Giorgio de’ Genovesi
Parigi, Bibliot.nat.-cabinet des estampes Palermo
1638 l’anno dopo, l’icona mandata a Palermo, di Domenico Fiasella, con riprodotto il borgo ne “la Madonna della città” vedi foto, sopra.
16.9.1639: il Magistrato edita un’ordinanza per la quale chi abita nei pressi del Fossato, deve far scorrere l’acqua “liberando l’alveo dai guasti”.
Il Minor Consiglio, nella persona di Bartolomeo de’ sig.ri di Passano modifica di poco - rispetto al 1613 - il cerimoniale in caso di arrivi da ponente di personaggi importanti: l’ultima categoria verrà attesa alla Lanterna
Nel 1641, alcuni abitanti lamentano al Governo perché la costruzione di un molo a Capo di Faro, determina la demolizione di altro pontile fabbricato da loro ed a spese loro private. Suggeriscono lasciarli entrambi.
Nel genn 1649 ci si rende conto dell’arrivo di una epidemia di tifo esantematico. Il Magistrato di Sanità, a maggio, per preoccupante aumento dei morti, effettua a Sampierdarena una ispezione e rileva “eccessiva presenza di immondizie che provocano fettore”, e “molta povertà con grandissime miserie”. Venne effettuata una particolare indagine sui poveri locali, invitando il Senato ad uno specifico intervento assistenziale.
A fine giugno 1656 arriva la peste nera; sarà tremenda, con oltre 70mila morti in Genova. La ‘cintura sanitaria’, oltre a basarsi su fantastiche ipotesi (le stelle, la stagione piovosa, i peccati, ecc) mise in quarantena i traffici; l’arcivescovo card. Stefano Durazzo ordinò ai suoi preti di aprire chiese ed oratori ove ospitare gli infetti; e l’obbligo di prodigarsi personalmente.
Nella parte occidentale di Genova, in zona di Capo di Faro, si aprì come lazzaretto il monastero delle suore Turchine che vi si stavano insediando proprio in quei mesi (dette pure Monache dell’Incarnazione o Celesti. Dopo il fatidico 1797, il monastero abbandonato divenne poi ospedale militare).
Nel nostro borgo, acquisì questa funzione la chiesa di san Giovanni Decollato.
Ambrogio Spinola, occupato nelle Fiandre, ricevette notizie in proposito dal fratello Nicolò: la corrispondenza sul tema inizia il 24 settembre quando non ci sono casi; passa al 30 luglio dell’anno dopo quando “in San Pier d’Arena solo già si contano de morti tremila anime”. Il 10 agosto “nelle ville fa grande strage, a SpdA comincia nella nobiltà”. Il 18 agosto scrive “il male è in declinazione perché non vi sono più persone. Ne sono morte tre quarti e questa settimana ne sono morti più di trenta al giorno”. Il 25 agosto può confermare che “a san Pier d’Arena il male è quasi estinto”; e un mese dopo: “…ne sono morti i tre quarti ed erano quasi cinquemila”. Comunica in date successive essere stato nominato Commissario dei Quartieri della città (pena, se rifiutava l’incarico, 500 scudi d’oro) e di fermarsi in san Pier d’Arena essendo ancora rischioso tornare nella casa di Genova che, prima di riabitarla, sarà lavata con acqua salata ed aceto.
1666, 27 ag.-- viene ospitato nel borgo (non specificato da chi) don Baldassar de la Queva, fratello del ‘duca di Alburquerque’ ed ambasciatore di S.M.tà Cattolica. Da “Le memorie Gorani” (archivio Arese – Università dell’Insubria) leggiamo a pag. 46 la relazione dettagliata, dopo essere stati a Finale: «Don Baldassarre e don Melchior della Cueva tirano in longo a Genova. Il sig. don Baldassare e don Melchiorre, della Cueva con la moglie di questi ch'è figlia del duca d'Alburquerque loro fratello tirarono di longo la notte de' 20 a S. Pietro d'Arena per metter colà in luogo comodo essa moglie di don Melchiorre a sgravarsi del parto... Esso sig. don Baldassar della Cueva, che si chiama il mse. di Malagon e co. di Castellar, passa ad esser ambasciatore Cattolico nella Corte d'Alemagna...» . Il più famoso ‘duca di Alburquerque’, era di nome Gabriel de la Cueva- (1525 -Milano,1571) fu funzionario di nobile famiglia castigliana, nominato governatore del Ducato di Milano (1564-71), dimostrò un notevole equilibrio, rispettando al massimo l'autonomia delle autorità locali e intervenendo spesso come mediatore nelle numerose e gravi controversie tra il potere laico e quello religioso, allora rappresentato dal cardinale Carlo Borromeo. All'esterno, intervenne nella questione di Casale, aiutando Guglielmo Gonzaga a ristabilire l'ordine nella città ribellatasi (1565) e nella controversia di Finale, occupando militarmente il marchesato (1571) conteso tra Genova e Alfonso II del Carretto, sempre nell'intento di evitare l'instaurarsi di situazioni favorevoli alle mire annessionistiche dei Savoia.
Nel 1684 il re francese Luigi XIV tentò di prendere la città di Genova, sbarcando le truppe nella nostra spiaggia (furono ricacciate sulle navi da Ippolito Centurione, aiutato dai paesani).
Nella notte del 17 maggio arrivarono 600 soldati spagnoli inviati via terra dagli alleati. Concomitò un indiscriminato bombardamento navale, dal 18 al 22 maggio.
Particolare verso il nostro borgo - olio su tela - rappresentante il bombardamento; dipinto nel 1790 e custodito al Museo Navale di Pegli

A controllare la città e descriverla, nel 1685 c’era tal Tènalier che fece una sua “Rèlation sur l’êtat de Gènes” in cui scrisse del nostro borgo «...vi si vedono molti palazzi; giardini così deliziosi da essere considerati come la sede ideale e più confortevole per un vivente, prima di lasciare questo mondo». Altro francese, LaLande, nel 7° vol. del suo “Viaggio in Italia” definisce il nostro borgo «molto gaio, molto ameno, soprattutto la domenica quando diviene ancor più animato». Un terzo francese, ‘sieur DeLaMotte d’Ayran, capitaine de galiotte che nel dicembre scrive ovviamente in francese col titolo ‘avenüe de St Pierre d’Arenne’ «Nella costa di S.Pier d’Arena c’è una bella e grande spiaggia di sabbia che inizia dalla torre del Fanale e si estende a ponente per un lunghezza di circa 1600 tese (‘toizes’) fino al torrente che è in fondo della stessa spiaggia. Il torrente all’inizio del mese di maggio 1685 si poteva attraversare totalmente avendo l’acqua a livello di metà gamba, il suo letto è largo più di 40 tese e l’acua che scorreva allora era un ruscello di una tesa. C’è un gran ponte in di pietra che l’attraversa, il quale ponte è lontano dal mare di circa 3-400 tese e termina di fianco a SPd’Arena all’inizio di una piccola strada (rue estroite) che sarebbe una sfilata per delle truppe. Questo perché se ciò avviene d’estate quando c’é poca acqua se si volesero condurre delle truppe sarebbe a proposito seguire lungo la spiaggia dove esse potrebbero marciare in battaglia fino al limite di SPd’Arena. Vicino alla Torre del Fanale da questo lato del borgo fino alla torre del Fanale scorrono 120 tese, il cammino sembra essere stato tagliato dalla mano dell’uomo nella roccia perché dal lato a mare la roccia cade a piombo ed in cima alle rocce ci sono delle mura della grande cinta della città dal quale luogo con delle pietre si potrebbe colpire quelli che sono sul cammino. All’inizio del cammino, c’é una barriera, ed a metà della sua lunghezza c’é una porta in pietra con un ponte levatoio ed un fossato che, sotto il ponte è tagliato nella roccia per 3 o 4 tese di profondità e circa 2 di larghezza e ai piedi del fanale c’é un’altra barriera per cui chi fosse dentro essa sarebbe tra due fuochi...»
È datato 1692 18 luglio, una grida del Magistrato delle Galere, da leggersi “ne luoghi soliti, e consueti, e particolarmente anco in la Chiappa, doue si sogliono vendere i Pesci...nelle spiaggie di San Pier d’Arena”, contro i frodatori della Gabella dei pesci, stabilendo pene contro i trasgressori (da 5 anni di bando o ‘relegazione’, a due anni di carcere o ‘galea’). Vedi 1766.
A dimostrazione che anche se a quell’epoca il pesce non era il cibo principale dei genovesi, però il mercato era già vivo se dalla nostra spiaggia si andava a pescare e si portava a vendere anche a Genova. In una relazione alla Municipalità, letta un secolo dopo (23 ago 1798) da GB Tubino, si esprima la preoccupazione per la scarsa pescosità del nostro golfo, quando “…si sa che ne abbondavano, d’ogni sorta ad un gran tempo del corrente secolo. Era in quei tempi grande e abbondante la pesca d’ogni specie di pesce in guisa tale che in ogni Paese del litorale si trovavano molte fabbriche di pesci, ed anche v’erano in San Pier d’Arena, possedute da varie famiglie, ch’era lo scopo principale del loro commercio, fra le quali si contavano quelle dei fratelli Tubino i quali sono stati gli ultimi ad abbamdonarle; come la memoria ne conservano i vecchi di questo luogo, che si nominavano «Cucciarie» le quali nel decorso di tutto l’anno sempre hanno in ufficio perché in ogni stagione mai mancavano le pesche, e perciò a tempo delle sardelle ne sciabeccavano (marinavano) moltissime in barili e quantità infinita a Murta, in ceste; a quelle delle acciughe che ne facevano infallibilmente ogni anno un grande salaro, a quello dei laserti; era sorprendente la quantità infinita di «scabeccio» e così servivano ad un tale uso e per Murta le grosse pesche delle bughe, zerli e altri diversi pesci omettendo di porvi sott’occhio la gran pesca dei totani, triglie ed altri pesci fini che abbondava il mare, perché sibbenenon erano atti alla fabbricazione (marinatura), ogniuno può considerare a quali prezzi vilissimi si vendeva ogni classe di pesce, compresi qualli scabecciati suddetti che proprietari di San Pier d’Arena vendevano oltre la Lombardia»
Una lettera datata 1 ottobre 1693 riporta «da molti anni la Comunità di San Pier d’Arena in occasione di eleggervi il predicatore solito presso la chiesa parrocchoiale di san Martino, viene ricusata di concorrenza all’eletione conforme era solito e consueto per anni adietro, ma bensì solamente ricercata per il pagamento. Pertanto viene humilmente supplicando l’innata bontà di LL.SS.Ill.me di concederle la facoltà di poterlo fare sino alla somma di lire 80 annuue, acciò con tale fissa elemosina possa elegere predicatore idone e sodisfatione universale per profitarsi ognuno in salute dell’anima e della parola di Dio».
1695 Orlando Grosso, riferisce a questa data il primo piano regolatore genovese, mirato al problema della viabilità, con l’apertura una arteria collegante Sampierdarena con Albaro.
1700. Di passaggio per Genova l’abate gesuita e famoso scrittore Saverio Bettinelli (1718-1808), gesuita, insegnante in molte università, letterato; stabilitosi a Mantova scrisse tragedie, commenti letterari e poesie; tendenzialmente convinto della supremazia della fantasia e dei sentimenti sulla ragione, fu critico sarcastico e facile allo scherno di tutti i poeti italiani, compresi Dante, Alfieri, Foscolo ma escluso Petrarca. Si fermò poi alla corte di un principe sovrano d’oltre Reno, scrisse queste brevi righe esaltatrici “ Salvete, ... ...o marmoree torreggianti moli – Onde l’Arena che da Piero ha nome, - Alteramente al ciel leva la fronte,- E nel soggetto mar tutta si specchia ”.
-La popolazione si aggira tra i 3-4000 abitanti; le case sono ancora tante solo baracche di legno, ovviamente senza vetri e con finestre tappate da teli, dove la vita sociale si svolge in un’unica stanza, i gabinetti – quando c’erano - fuori all’aperto. Non esistono servizi sanitari: vecchi e bisognosi di cure sono abbandonati a se stessi ed alle possibilità del Magistrato della Misericordia; la mortalità infantile e da parto, è elevatissima. I mendicanti debbono essere ‘stanziali’, autorizzati e riconoscibili da apposita insegna (in genere una immagine sacra): i trasgressori potevano essere frustati o se validi, mandati al remo. Inizia a ridimensionarsi il diritto dei minorenni di rifiutare nozze o i voti religiosi obbligati, la regolamentazione delle separazioni coniugali, il riconoscimento dei figli bastardi, proibiti gli schiavi e le concubine.
Il rapimento è punito con la decapitazione; la sodomia con la tortura fino alla morte. La prostituzione limitata in case regolamentate (via Nuova a Genova, nacque eliminando un suburbio di questa natura). Proibito il ‘pagamento in natura’.
Solo i nobili hanno case in muratura (in genere, di pietra sino al secondo piano e di mattoni oltre) e l’arredamento raggiunge lo sfarzo e le meraviglie dell’arte, favorendo almeno in parte all’artigianato casalingo.
Ai primi di settembre 1702, si ebbe notizia che FilippoV re cattolico di Spagna sarebbe arrivato da Milano per imbarcarsi dalla nostra spiaggia. La notizia mosse il Senato quando seppe che la strada era stata devastata dalle piogge intense e di poco effetto erano state le raccomandazioni per riattivarla stante il cattivo tempo, l’irruenza dei torrenti e caduta dei ponti. In più si ordinò ai Deputati degli ‘ospedali di Pammatone et Incurabili, e quello nuovo Albergo di Carbonara’ di fornire ‘quelle biancherie che faran di bisogno per l’alloggio...’; mentre “l’ill.mo Sargente Generale dia otto soldati corsi a disposizione per guardia degli argenti”. Ai primi di novembre il corteo fu preceduto di alcuni giorni da squadre di “guastadori” guidati dai ‘forieri’ mag.ci Doria Domenico e deMari Agostino; ai confini fu ricevuto da sei ambasciatori genovesi (GioAgostino Centurione; Clemente Doria; FrancescoMaria Balbi (padrone del palazzo di Campomorone ove si fermarono); FrancescoMaria Serra; Giacomo Viale; GioGiacomo Imperiale) che avevano a disposizione quaranta servitori in livree argentate, molti servitori a cavallo e carrozze e cavalli.
1708 di passaggio verso la Spagna, arrivò per la cena, da Campomorone, Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbuttel, moglie di Carlo III re di Spagna il quale diverrà imperatore di Germania. Si farà portavoce perché il Senato liberi Urbano Fieschi condannato per spionaggio; alla obbiezione che nessuno può modificare una decisione del tribunale, se ne andrà via delusa. Ma appena in Spagna riferirà l’esito al re, il quale interverrà personalmente chiamando a sé il Fieschi finalmente liberato e nominandolo ‘grande di Spagna’.
I Brunswich erano una famiglia ducale tedesca di origine medievale; crescendo, si divise in più rami tra i quali i Luneburg collocarono Giorgio I sul trono inglese. Elisabetta Cristina era la maggiore delle figlie del duca Luigi Rodolfo.A tredici anni fu fidanzata con l'arciduca Carlo d'Asburgo (figlio dell'imperatore Leopoldo I), grazie a negoziazioni diplomatiche. Iniziamente essendo ella fervente protestante, rifiutò le nozze poiché implicavano - per sposare un Asburgo - l' inevitabile conversione al cattolicesimo; ma alla fine capitolò e il 1º maggio 1707 si convertì. Arrivò a Barcellona nel luglio del 1708 e il 1 agosto furono celebrate le nozze.Al tempo delle nozze, Carlo stava combattendo per i proprio diritti di erede al trono di Spagna e per tale motivo risiedeva a Barcellona. Era nato a Vienna nel 1685; nel 1703 era diventato re di Spagna col nome di Carlo III; nel 1711, alla morte del fratello Giuseppe diverrà imperatore di Germania col nome di Carlo VI rinunciando, tre anni dopo, alla corona spagnola. In quell’anno, diretto a Vienna, arrivò prima a Vado diretto a Genova, ove fu accolto senza grande calore, la Repubblica temendo le ire dei francesi cosicché decise sbarcare a San Pier d’Arena e da qui risalire verso Milano. Emissari genovesi lo inseguirono per chiedere scusa ed ossequiarlo spiegando che il Senato ‘pensava che viaggiasse in incognito’. Fu uomo debole e facilmente influenzabile anche se combattente (vincitore e sconfitto, sia contro i turchi che guerra di successione polacca); non fu capace di rimediare al grave disordine amministrativo ed economico dell’impero. Avranno solo una figlia, Maria Teresa e diventeranno nonni della Maria Antonietta regina di Francia.
Dai confini della Repubblica, la futura regina fu accompagnata dal battaglione del colonnello Morgavi composto da un centinaio di cavalieri. Il capitano di Polcevera Filippo Pinelli, aveva fatto riattare la strada da Domenico Orsolino e da GioMaria Gallo.
Al seguito aveva 300 persone, tra cui le contesse di Peting e quella di Cuefelt, il pricipe Carlo di Lorena, il vescovo di Osnabrugg, 32 damigelle (tra cui una nana ed una ‘lavandara de’ pizzi), sei paggi, un precettore, tre medici ed un chirurgo, un musicpo, cinque cuochi e quattro sottocuochi, uno speziale, 22 palafrenieri, 20 cocchieri, tre sarti, un poliglotta.
La stessa, cinque anni dopo, nei primi giorni dell’aprile 1713 arrivò via nave da Barcellona per la Germania. Toccò identica organizzanione con viaggio inverso: il Capitano di Polcevera da Rivarolo provvedette a 450 cavalli, ristoro (formaggi e baccalà, ecc.) nelle osterie di passaggio e tutta la responsabilità dell’accompagnamento.. Anche CarloVI imperatore di Germania e marito della ElisabettaCristina, passò verso la Postumia che fu abbondantemente rifatta allo scopo precipuo. Con strascichi: vedi sotto a 1716.
“A Giuseppe Marcenaro il 10 aprile 1715 è concesso di esercitare il Notariato nel capitaneato di Polcevera per il periodo aprile-novembre, perché nativo in San Pier d’Arena”.
L’anno 1716, Genova dovette pagare 30mila scudi, liberare il più ribaldo e creare un deposito franco di sale - in SanPier d’Arena - da inviare a Milano, onde evitare invasione di 6mila soldati tedeschi minacciosamente trasferiti nell’immediato Oltregiogo; ciò per colpa di soldati catalani lasciati qui dall’imperatore d’Austria CarloVI i quali – forti della protezione imperiale - erano autori di ribalderie. Il fatto registra una succube dipendenza psicologica da Vienna. L’onoere si riscatta acquisendo Finale da Carlo VII che ha calcolato – in caso di guerre in Lomardia - poter meglio transitare con le sue truppe in territorio della Repubblica che in quello più infido sabaudo.
A settembre arriva a SPdArena Elisabetta Farnese per andare sposa a Filippo V di Spagna. (vedi in via G.B.Monti)
Porta la data del 12 agosto 1718 l’ordinanza che proibì alla popolazione di recarsi a pregare in massa alla ‘cappelletta del SS.Salvatore’ posta sotto il forte. Sarà di dicembre l’ordinanza dello spostamento, lavoro che fu effettutato dal 28 maggio al 4 giugno dell’anno dopo.
1720 è il 24 agosto di quest’anno che Vittorio Amedeo II diventa re di Sardegna; di questa dinastia saremo sudditi dopo il 1815.
1721 diventano in successione doge, vari personaggi delle famiglie dei quali all’epoca del Vinzoni c’era una villa nel nostro borgo (anche se non conosco l’eventuale linea parentale): via De Marini - Cesare De Franchi; della stessa famiglia: dal 1725 sarà arcivescovo genovese, Nicolò Maria, morto nel 1746; interessante è l’aristocratico Steva (Stefano) valente scrittore di commedie anche in versi, facente parte dell’accademia Arcadia, che per primo scriverà sul Balilla); 1723 via Dottesio - Domenico Negrone e nel 1769 G.B.; 1725 via Pieragostini - Gerolamo Veneroso; e poi Gian Giacomo nel 1754; 1728 via Daste - Luca Grimaldi; e, nel 1773 Pierfrancesco
1734 un contadino in procinto di portare del bestiame a Genova da Voltaggio, fu pregato da un reverendo di – al ritorno - portare indietro un suo cavallo che era a SPdA “dove si spedisce il grano per Francia”.
Carlo Goldoni, in viaggio verso Genova ove l’attendeva Niccoletta Conio, suo fedelissimo e trepidante amore, si fermò nel borgo, definendolo “delizioso villaggio” (conosciuta seguendo la sua compagnia di spettacolo; il 23 ago 1736 la sposerà pur continuando a viaggiare per gli impegni teatrali).
Datata 9 febb 1735, una lettera in stile ampolloso e contorto dell’epoca, firmata dal notaio NicolaMaria Villavecchia per tutelare i pescatori vessati da contorte leggi che obbligavano a dividere il pescato in parti vendibili o da portare in chiappa; comunque generando liti e multe. È di questa data un documento conservato nell’archivio storico genovese (Notai di Ge. I sez. f.375), relativo al pagamento del nolo (6 o 7 soldi al cantaro) per il trasporto di fieno, su tre navi, da Cogoleto e dall’Invrea alla nostra spiaggia, ordinato da GioBattista Brugiacastelli della ValPolcevera (non è spiegato il motivo dell’ordinazione, e non appaiono concomitanti riferimenti bellici).
Nel 1746 il 21 ago. arriva e sarà ospitato nel nostro borgo un capitano generale del re di Spagna ‘monsieur De Ghages’, che dopo due giorni farà visita al doge ‘pel passaggio delle truppe’.
Diventano sempre più frequenti gli invasori che bussano per conquistare la città ed i suoi averi, e che per farlo si attendano qui da noi fuori delle mura e pretendono soldi e riverenze: soliti, i piemontesi (prevalentemente impegnati a Savona), ma sopratutto gli austriaci di Maria Teresa. Questi ultimi, vennero il 4 settembre col generale Brown, sostituito il 6 seguente, da Antoniotto Botta Adorno (vedi a via A.Cantore). Iniziò per la Repubblica un periodo di gravi ritorsioni provocatorie, con altrettanti equilibrismi per rimanere repubblica autonoma in mezzo a tanti regni: alleata con i francoispanici era venuta a scontrarsi con l’Austria la quale aveva appena donato il marchesato di Finale al Re di Sardegna. L’azione aggressiva austriaca non si fece attendere: le truppe austro-piemontesi invasero le terre del Dominio, arrivando da nord. Inizialmente furono contrastate positivamente da Gio Francesco Brignole che le ricacciò fino a Pavia-Parma; ma il 16 giugno fu sconfitto a Piacenza. Dopo questa battaglia, gli alleati franco-ispanici si ritirarono dalla scena ed il nemico riprese ad avanzare, fino ad oltrepassare la Bocchetta; e da Campomorone il 4 settembre arrivarono a San Pier d’Arena ed il 7 entrarono in Genova. Il Polcevera – gonfiato da diluvianti piogge - tentò la sua parte di difesa, travolgendo gli accampamenti degli invasori; ma solo a fine della conosciutissima sommossa, San Pier d’arena fu spettatrice ed attrice di accurato saccheggio del campo lasciato dall’austriaco in ritirata e salvatosi appunto perché gli insorti si erano fermati ai depositi o erano stati corrotti dai tesorieri in fuga che prelevavano a man bassa dai ‘muli carichi di sacchi di monete’. Non è leggenda che un grosso gruzzolo di queste monete fu ritrovato raccogliendo sabbia nell’entroterra genovese; esse furono date al sindaco locale che le fece arrivare a Genova; da qui trasferite a Milano per essere valutate e, mai più tornate, credo in virtù che erano possedimento privato, non esistendo allora leggi specifiche a tutela dei beni dello Stato.
L’anno dopo gli austriaci tornarono, e tutta la Vallepolcevera risubì danni immensi: gli invasori asportarono non solo il bestiame e gli oggetti dalle case, ma perfino le campane dai campanili, bruciando gli archivi parrocchiali.
Per tutto il periodo sino alla caduta napoleonica, il borgo dipendeva dal Mandamento di Rivarolo.
Una supplica al Senato della Rep. del 1749, ci fa sapere in questa data aveva ‘sei migliare di terreno’ tal Simpon Andrea Mosca, padre di più di dodici figli.
Un’altra supplica al senato, del 1751 ci fa sapere che in S.P.d’Arena, quartiere di capo di Faro, nel Capitaneato di Polcevera, abitava tal Angelo Cardinale; il quale, navigando verso le Indie, è restato assente sei anni e più, ed ora dopo un mese è in procinto di ripartire. Supplica non essere soggetto al ‘pagamento dell’avaria personale’.
Una denuncia datata 13 dic 1753 ci fa sapere che GB Collareta nel negozio vicino al Monastero vendeva lo stochefixe a 2 soldi la libbra anziché 1,80. “dovrà comparire mercoledi prossimo alle tre dopo pranzo nanti dei signori Censori nel Castello per vedersi condannare”.
1754 si fa nascere a San Pier d’Arena, in quest’anno, l’educandato delle Madri Pie Franzoniane (vedi in via Daste, a villa Doria).
Il 3 giugno 1757 viene firmata una perizia sulla strada della Marina, dal giro delle carrozze al ponte su torrente s.Bartolomeo: la strada è stata erosa dal mare e se non è asciutto, non lascia passare le carrozze.
Un proclama datato 5 ottobre 1758 avvisa che le strada dalla porta si s.Tomaso alla pieve di s.Martino sono impraticabili; per una antica legge datata 29 ott.1481 il Sindaco indica chi dovrà concorrere alla spesa per l’accomodamento della strada interna (oggi via DeMarini-Daste): 35 cittadini, per £.4116,10, per lastricare 935 cannelle di strada dalla Coscia al Mercato; 12 cittadini per £.1881 per 418 cannelle da Mercato a s.Martino; 18 abitanti per £ 1051 da Mercato al Ponte; il Comune per £. 6964 per la via ‘longo le mura del mare, strada del giro delle carrozze, presso la casa dei RR.PP (della Cella).
Una corrispondenza datata 7 luglio 1759 tra il Magistrato delle Comunità diretta a quello del Comune relativa all’invito a ripristinare un piccolo ponte diroccato (posto tra la casa mag.co Giuseppe DeFranchi e quella del mag.co Alessandro Pallavicino; quindi sul torrente di s.Bartolomeo), informa il superiore che senza un decreto scritto non può ordinare quella spesa.
Il parroco della Cella don Felice Leonardo Chiappara il 2 giugno 1760 supplica i mag.ci Agenti della Comunità di essere presenti e ‘portare le aste del Baldachino’ in processione. Il 6 ottobre dello stesso anno la Comunità locale impone ai Minolli di prendere le arene o sabbie dalla bocca del fiume nel luogo preciso indicato dal Deputato del Porto (così in riferimento a questa legge, il 23 dic.1761 il commerciante Stefano Cambiaggio si trovò multato, avendo comperato dell’olio trasportato da Loano su un legno che aveva raccolto della sabbia in luogo proibito presso la crosa detta di sant’Antonio).
Il 25 agosto 1762 una multa colpisce il pescatore Francesco Galleano perché ha venduto i pesci (bughe e totani) all’oste Giovanni Arengo prima di portare metà del pescato al Castello.
Dal maggio/1763 la Comunità locale inizia a registrare tutte le delibere comunali, fino all’annessione nella GrandeGenova. Lunedi 23 maggio, i magn.ci Agenti della Comunità di San Pier d’Arena (Francesco Ghiglione, Angelo Ramorino, Paolo Bruzzone, Michele Chiappara, Antonio Canale, GioBatta Siromba) davanti al governatore della Polcevera (GB Cattaneo) eleggono i responsabili (regitori) delle pubbliche tasse (avarìe).
Datato 11 novembre 1766 un’ordinanza sulla vendita dei pesci che si ricollega a quella del 1692 (vedi sopra): tutto il pescato deve essere portato al Castello e metà consegnato ai mag.ci Censori pena £.25 di multa. Il 28 dic. successivo si ordina invece che di tutto il pescato, un quarto venga venduto a San Pier d’Arena escluso agli osti (ma se il tutto supererà i 2 rubbi, i tre/quarti dovranno andare a Genova in chiappa).
I censori stessi il 23 giugno 1768 ordinano il prezzo massimo in lire di alcune merci (farina=2,24 al rubbo; riso=2,6 alla staia; oglio=11 al quarterone (=0,512/litro); sapone=6 /staia; formaggi: -piacentino=20,8/staia; -nuovo=20/staia; -poponetto=6/staia; -maiorchino= 8/staia; -sardo di Gallura=4,8; lardo salato=8; lardo di Corsica o Sardo=6,8; candele di sevo=8,8; legna secca=4; legne secche e bastimenti=2,8; carbone=0,4). Le multe, assai salate, erano da pagarsi in giornata e si accettavano argenti (piatti, posate, sottocoppe) depositati in pegno
Nel 1771 il doge GB Cambiaso rifece la strada verso il nord, ampliandola, innalzando muri di sostegno e ponti.
Nell’anno 1773, risultano Agenti della Comunità i sigg. Michele Liberti, Gaetano Tubino, Filippo Marchelli, Nicolò Canale, Domenico Galleano fu Antonio ed omonimo fu Paolo.
1774
Accinelli – dall’ “Atlante Ligustico”
1778=pesce= due lettere riguardano i pescatori del borgo:
1778 Pescatori di Sampierdarena nel 1778
Li Padroni delle Reti e Pescatori di S. Pier d’Arena.
Illustrissimi Signori,
li patroni delle reti e pescatori del luogo e spiaggia di S. Pier d’Arena sono costretti di portare a piedi di VV.SS. Ser.me la loro quanto giusta, (…) contro l’irregolare procedere dell’Ill.mo Governatore di Polcevera, il quale si è creduto autorizzato a vessarli con modi e procedimenti dalla legge sicuramente non asistiti, e da VV.SS. Ser.me in altre occasioni sempre costantemente riprovati.
Pretende egli che uno a vicenda fra essi lo provedano di pesci per la sua tavola a prezzi infimi, quando VV.SS. Ser.me bene sanno la scarsessa e caro prezzo di questo prodotto, ma quel che è peggio pretende ancora che lo provvedano anche quando o non pescano, o pescano nulla (…) e peggio di più che li forniscano qualità di pesci da loro non presi, e che o non prendendone o pochi (…) specie diversa da quella che esso desidera si gravino della spesa di acquistarle in questa publica pescheria, dove VV.SS. Ser.me (…) a che costo eccedente arrivano, per darli a lui a prezzi bassissimi ed arbitrari, e contento di questo vuole di più, che ne provedano con li segnati aggravi tutti i ministri ed ufficiali della sua curia, volendo perfino che a proprie spese li facciano trasportare alla sua residenza con sempre magior accrescimento di spesa, ed alla minima mancanza, anche dipendente per lo più o dal non pescare, o dal non prendere pesci, minaccia, ed ha già replicatamente esseguito carcerazioni, spese di cattura, ed altre gravose contribuzioni, che mettono in quel popolo una troppo giusta costernazione (…)
1778 5 giugno
Ill.mi et Ecc.mi Signori,
accuso la stimata di VV.SS. Ill.me et Ecc.me data sotto il 3 corrente al ricorso (…) Dall’esposto dai ricorrenti coll’animosità che risulta da tutto il contenuto in esso e dal modo improprio ed irregolare con cui sta espresso, chiaramente a prima vista rilevasi la falsità del medesimo esteso con insolita esagerazione, nel malizioso disegno di fare una viva impressione nel Circolo Ser.mo (…) ed il magnifico avocato a me noto a cui (non so precisamente da qual soggetto) è stato appoggiato l’incarico d’estendere una così fatta rimostranza (quale dovea almeno rendere verosimile e servirsi in ogni caso di termini più moderati di rispetto a un pubblico rappresentante) (…) Falso dunque in primo luogo e ciò viene esposto in detto ricorso che io abbia preteso che tutti i pescatori sieno astretti a vicenda di provedere di detto comestibile (…)
Rivarolo 9 settembre 1778
Giambattista De Marini Governatore
alcuni dei prezzi applicati secondo il Governatore e in vigore dal 16 febbraio 1764…
…
Naselli grossi soldi 6.8
Figaro soldi 8.
Lucerne soldi 6.
Lingue soldi 8.
Loazzi soldi 8.
Muzzari soldi 6.
Orate soldi 6.
Saraghi soldi 6.
Sturioni soldi 8.
Pampani soldi 5.
Aragoste nostrane da una libra in su soldi 5.
Triglie d’oncie 4 in su soldi 6.
Gronchi da libre 10 in su soldi 6.
…
Ancioe soldi 4.8
Sardene soldi 4.
Boghe soldi 4.
…
Bianchetti soldi 4.8
…
Aragoste nostrali meno d’una libra soldi 4.8
…
1781

G.Brusco – progetto allargamento delle attuali progetto di nuova strada a mare della
via E.Degola+G.Pieragostini e C.Rolando- attuale via N.Daste (non realizzato)
Il 29 febbraio 1784 il priore della Cella scrive al Michele Chiappara affinché provveda a rimuovere (‘sbarazzare e accomodare’) le sepolture dal chiostro, come da ordine dei serenissimi Collegi.
1786
particolare
di una veduta di Genova, con S.Pier d’Arena
Nel 1788 si costruiscono sulla spiaggia due scafi, il primo battezzato “Santa Maria degli Angeli” ed il secondo “La Pace”, che abbisognarono 1800 piedi di legname (pagato a £.3/piede) acquistati a Sestri Levante (Gatti).
1789 a Parigi il 14 luglio avviene l’assalto alla Bastiglia – prigione politica e simbolo dell’autoritarismo e despotismo. È la rivoluzione francese. In agosto una prima deliberazione tabilisce ‘i diritti dell’uomo’, la parità di diritti e la proprietà privata, sotto il triplice motto “liberté, egalité, fraternité”. A ottobre i giacobini (club così chiamato perché nato nel soppresso convento di san Giacomo) si considerano “l’occhio della rivoluzione” e nemici di chi attenta alla libertà (Robespierre e Saint-Just) e diramano il loro credo in tutta la Francia e nazioni vicine.
Il 1791 il borgo si annoverò tra i Comuni con propria amministrazione; ed è forse da questa data che nacque il suo stemma. L’anno dopo il generale GB Chiodo fece aprire la porta della Lanterna a due navate.
1792 in Francia inizia la prima di cinque ’guerre di coalizione antiNapoleoniche’: truppe austro prussiane sono sconfitte a Walmy. Si crea una rivoluzione anche nel modo di combattere: nei francesi il sentimento nazionale scatena l’arruolamento non più mercenario ma di servizio obbligatorio con grandi masse di soldati animati di patriottismo (non più fughe di disertori quindi) che permetteranno grandi battaglie campali con nuove tattiche e gerarchie per merito e non per nobiltà.
Nel 1793 - il 17 gennaio, a Parigi viene ghigliottinato il re e inizia ‘il Terrore’. Dopo l’assedio di Tolone, Napoleone Bonaparte diventa il più giovane generale della rivoluzione. Le sue vittorie portano ossigeno alle esauste casse nazionali e grande entusiasmo nei repubblicani e liberali in genere. Fra tre anni avrà il comando della Campagna d’Italia.
-Una folla di polceveraschi, esasperati dalla carestia, si riversa inferocita nel nostro borgo ed arriva alla Porta della Lanterna tentando un assalto. Le guardie riusciranno a frenare e poi disperdere gli assalitori. Ma sono le avvisaglie della simpatia alle nuove idee francesi, che l’anno dopo ‘arriveranno’ in Liguria assieme alle truppe.
Il 16 sett. elezione del 138° ma penultimo, ser.mo doge Giuseppe M. Doria di GioFrancesco che era nel suo palazzo a S.Pier d’Arena. Morirà a Roma – e là sepolto - il 9 marzo 1816, a 86 anni.
1794 Le truppe francesi arrivano ed occupano pacificamente la città. La gente è tendenzialmente contenta delle nuove idee libertarie e di eguaglianza.
Il comune, è retto da un sindaco eletto a turno, con consiglieri (da 10 a 30, a seconda del numero degli abitanti), tutti dipendenti per gli affari di rilievo dal Magistrato delle Comunità. Con l’arrivo dei francesi tutto verrà a somiglianza della nazione dominante.
1795 il 17 novembre eletto l’ultimo doge biennale, il ser.mo Giacomo M. Brignole di Francesco M.; morirà 77enne nel 1801 a Firenze e là sepolto.
1796 Napoleone conquista la Lombardia con la guerra lampo definita “la Campagna d’Italia” alimentando negli animi degli italiani il ‘mito napoleonico’. Nell’ottobre dell’anno dopo – pace di Campoformio fonda la Repubblica Cisalpina e sostiene – democratizzandole - le ‘repubbliche sorelle’.
Nel sett una tartana francese, apparentemente carica di polvere sulfurea mentre stava sbarcando armi ed arnesi di guerra sulla nostra spiaggia, fu catturata da due lance inglesi intervenute repentinamente e provenienti da due navi da guerra testé uscite dal porto. La reazione delle batterie del porto furono rapide ma imprecise. La reazione diplomatica francese fu altrettanto immediata, asfissiante e pretenziosa; le reciproche accuse e richieste di ‘risarcimento’ preannunciano la perdita della neutralità della Repubblica.
Giovanni Casareggio, agente della Comunità sampierdarenese, scrive a Genova chiedendo medicinali (di notte le porte della città erano chiuse a tutti) e, in mancanza di un farmacista, concedere l’esercizio al rev. Vincenzo Gandò dell’ordine dei cappuccini ed ora qui residente, esperto di botanica e farmacia essendo stato direttore per vent’anni in Sarzana.
A Genova, datato 20 marzo 1797, il Doge emanò un decreto per stabilire che le imprese edili genovesi, nel rimodernare le case, non abbandonassero il materiale di scarto nelle strade, perché esso, ma anche qualsiasi ‘gettito (=zetto o terriccipo), immondizze o altro’ non dovendo restare sulle strade, deve essere trasportato fuori delle mura, a San Pier d’Arena uscendo dalla porta di s.Tomaso o alla Foce per Porta Pila o quella dell’Arco;... e ‘mai in altri luoghi fuori de’ prescritti, né farsi uscire da altre porte, pena il carcere’.
A maggio, Napoleone tolse lo scranno sotto il posteriore della Repubblica: il 21 del mese era scoppiata in città una rivolta filogiacobinizzante guidata da Filippo Doria, Vitaliani (profugo napoletano) e Morando Felice (farmacista). Due giorni dopo, una controrivolta, proveniente dalle due valli dei torrenti con i villeggiani istigati da ecclesiasti, al grido di Viva Maria, fece arrestare i primi. Napooleone mandò un diktat: o liberare subito i prigionieri o le teste dei Senatori avrebbero pagato l’insulto; gli aristocratici cedettero subito ed in città si organizzò il Governo provvisorio della Repubblica Ligure (composto di 4 Comitati: finanze, relazioni estere, polizia, militare (ovvero la Guardia Nazionale, ovvero una legione locale volontaria al posto dei mercenarisino ad allora in atto).
Il 14 giugno davanti al Castello (a Ge. in piazza Acquaverde; a SPdA davanti il municipio), venne innalzato l’albero della Libertà e bruciato il Libro d’oro della nobiltà locale.
L’antica Repubblica di Genova è spirata.
Nasce la Repubblica Ligure
Le nuove disposizioni democratiche sono dapprima buffe (per esempio, che tutti debbono portare una coccarda tricolore) ma ben presto diverranno capillari ed assillanti (la coccarda deve essere in una sola ed unica modalità come deciso dal Governo Provvisorio e la fantasia è soggetta a denuncia e punibile. E così, via via negli anni, altre disposizioni similari caratterizzeranno il bisogno di ristrutturare un ‘andazzo’ non gradito perché eccessivamente libertario: punibili coloro che nei giorni festivi non frequentano il Circolo Costituzionale locale – con presidente Marchelli - per ascoltare conferenze sul bene comune e sull’interesse collettivo; punite le carrozze che eccedono in velocità; l’attrito con il clero fa fare domanda sul perché i preti sono esentati dal fare servizio nella guardia nazionale; come determinato dall’art. 267 della Costituzione che rende tutti eguali i cittadini attivi.
Il governo provvisorio della Repubblica Ligure represse facilmente alcuni moti antifrancesi (non avvenuti nel nostro sobborgo; ma sobillati dai conservatori antifrancesi; dai nobili napoletani; dalle ruberie della truppa che non riceveva stipendio né vettovaglie; dai preti durante le prediche e con i “viva Maria”, molto efficienti nella Fontanabuona – detta ‘la Vandea ligure’-) e – unico buon messaggio per il nostro borgo - riorganizzò l’amministrazione promuovendoci Municipalità autonoma, con propri assessori (non più un borgo dipendente dal mandamento di Rivarolo; ma pur sempre alla dipendenza della città; lei a godere delle gloriose pagine di storia comune, ma pronta a chiudersi nelle sue mura lasciando noi - alla mercé degli Austriaci); con spettanza su annona, acque, strade, pie istituzioni e istruzione pubblica. Inizialmente occupò un edificio di proprietà ancora privata (Monastero); e si mandò gli studenti a studiare presso la Loggia degli ex Nobili (angolo via della Cella) di proprietà comunale.
Le truppe francesi stanziate nel borgo sommavano a 700-800 unità, alle quali la Municipalità, composta di poco meno seimila ‘anime’, dovette provvedere a vitto e alloggio (anche se – a loro dire, ‘ben compensato’). Erano alloggiati pure i coscritti, al fine di avviamento, e munizioni (nelle chiese sconsacrate). Tali truppe sono comandate da un ‘capo battaglione’; a tale carica si susseguono il comandante Graziani, Buolland (altrove è scritto Boulland) dei dragoni, Bugnot e il temibile Saliceti (corso, amico fidato di Buonaparte; farà brillante carriera ma sarà avvelenato. Appena arrivato emanò un provvedimento contro le sepolture troppo superficiali – una violenta pioggia aveva dissepolto alcune salme rendendo l’aria irrespirabile).
La carta del colonnello Brusco con questa data, evidenzia l’esistenza del ponte levatoio vicino alla Lanterna; sarà rimosso con le nuove porte.
Nasce nel borgo il pittore G.B. Monti
1798 -Napoleone è in Egitto; viene richiamato i patria. Ci riesce malgrado il blocco navale inglese. Fa premiare i partecipanti alla spedizione egiziana: di SPdA ce ne era uno solo, Giacinto Liberti che ricevette 20 lire (anche se nell’anno 1800 non era ancora tornato).
-Il 2 maggio il Direttorio della nostra Municipalità, emana disposizioni: tra le tante ricordiamo queste, più evidenti
==i camalli creano disordini; per cui la municipalità sente il bisogno di ripristinare un ordine ben determinato: allo scopo la spiaggia viene divisa in tre settori: uno orientale, sino allo scalo dirimpetto al cittadino Gerolamo Granara; il secondo di centro, sino al castello; terzo dal castello alla foce del torrente; ogni settore avrà un console per la direzione del buon ordine nel caricare e scaricare merci.
==Altrettanto, vengono emanate disposizioni sull’ordine pubblico, notturno e diurno (tipo: sul divieto di bagnarsi senza mutande prima della mezzanotte (3 giorni di arresto); ricevere cadaveri nelle chiese; sul funzionamento degli orologi; sul dare nome ad una ‘piazza della Libertà’ ove porre l’albero; su eccesso di velocità delle carrozze, nel quartiere della Libertà; sull’incremento della pesca; sul divieto di oziare: il comando di enova scrive al cittadino Morando Nicolò –addetto locale a tale vigilanza- di controllare che non ci siano persone senza lavoro o stiano nelle bettole o attendano a giochi proibiti, specie se già condannati per furto.
==si registrano alcune spese annue: £.1800 per il medico; £.800 per il chirurgo; £.600 per il giudice di pace; £.780 al protocollista del Municipio; £. 800 ai tre uscieri
==si sequestrano -e si fa inventario- ori, argenti e pietre, sottraendoli alle chiese locali (alla parrocchia di sanMartino 48,5 libbre d’oro, 24,4 argento per totale £.5080; all’Oratorio sMartino £ 18018; Oratorio Morte £.75; Cella £.6103; Belvedere £.210; a Promontorio £. 2513; s.Antonino £.72; ss.Crocifisso £.5537; cappella Quarteretto £.15; Compagnia del Rosario oro per £.159; quella del Gesù £.258).
==c’è troppa lentezza nell’applicare la norma di far sparire gli stemmi; così il 25 giugno impartisce l’ordine di rimuovere l’ultimo, sulla casa del “già Duca di san Pietro”.
==si regolarizza il ‘gioco del pallone’ (tipo di palla a muro o tamburello), con spazi determinati, disciplina dei ‘fans’, incolumità dei passanti, quiete degli abitanti e lavoratori del luogo, ecc..
==il 21 luglio stabilisce i nuovi rioni Eguaglianza (dalla Pietra ai vico Dispersi-Buoi); Fratellanza (a vico sBarborino-s.Antonino); Libertà (alle mura).
==il 17 settembre, dopo che un fulmine aveva colpito il palazzo Raffo (che aveva vicino un deposito di polvere da sparo, rifornito da navi e per conto della Repubblica Francese), ci si rese conto del pericolo e si ordinò il trasloco a Certosa.
==alla fine di settembre erano in servizio religioso solo due conventi: quello di s.Antonio e quello della Cella ambedue gestiti dagli Agostiniani. Si propone aprire scuole superiori, oltre le primarie, nell’ex sanPietro dei Gesuiti, o in una villa appartenente alla cantoria di s.Ambrogio, o nella sede delle confraternite (s.Martino e Orazione e Morte).
==in data 6 ottobre il Municipio fece affiggere un manifesto richiamando attenzione sul “riscatto dei fratelli in potere del barbari musulmani algerini e tunisini. Questi nostri concittandini sono stati rapiti da questi barbari durante le loro scorribande sulla nostra spiaggia. Questi nostri fratelli, ridotti pelle e ossa per le sevizie subite, chiedono aiuto. Il dovere di cittadini e cristiani è di inviare doni e offerte alfine di riscattare questi nostri fratelli”.
==si regolarizza lo statuto del Minolli.
-L’8 novembre la nave danese carica di stoke-fix (sic) naufraga sulla spiaggia. Si salva l’equipaggio, non il carico (pare che nel borgo per diversi giorni si mangiò pesce baltico).
Nel 1799 - anno III della Repubblica Ligure - si scrive che a comandare il borgo era un “maire” (presidente della municipalità), tal Grasso non meglio qualificato; e cancelliere Angelo Frana. Ma nella relazione di una delle tante assemblee di dicembre, quando già tutto sembrava capovolgersi e costringeva ad arrampicarsi sugli specchi, si leggono i nomi dei presenti della Municipalità: Riva (vice presidente), Galliano, Romano, Chiappori, Lombardo, Capponi, Rollero; assente Chiappara (in una, decretarono che per Natale, il Ministro della Polizia proibiva la Messa di mezzanotte ed il suono delle campane prima delle ore sei di mattina.
La popolazione è frastornata: da un lato il prevalente timore del ritorno dei piemontesi e degli imperiali austro-russi (furbamente alimentato dai francesi) che contemporaneamente stanno dilagando ai confini della Repubblica; dall’altro però la delusione e progressiva impopolarità francese (nonché sdegno per i continui suprusi e strafottenza dei militari, con affronti alla popolazione minuta che riceveva tante promesse ma la cui indigenza sempre la stessa –anzi, per più d’uno- senza lavoro di servitù ai nobili).
L’esercito francese è circondato in tutta Europa da una morsa stringente di avversari; abbisognoso quindi di continua moneta (tasse) ed insaziabili rifornimenti di materiali.
La situazione popolare sta progressivamente fuggendo di mano alla municipalità. Il malcontento richiede continuie nuove regolamentazioni restrittive: così i prezzi gli affitti delle case, che avevano subito incrementi sproporzionati ed il pescato soggetto a non indifferenti vessazioni legislative.
==A fine febbraio si proibiscono le processioni –escluso dentro le mura della chiesa- ‘per imperiose circostanze politiche’.
Tutto il genovesato è percorso da truppe francesi, in gran movimento di convergenza e deflussione, dato la flessibilità dei confini legati a continui rovesci militari. SPdA vede rinforzati i forti della Crocetta (occupato da 300 soldati) e della Lunetta del Belvedere (150 soldati distribuiti lungo i trinceramenti che arrivavavo fino al torrente). Il Maire, per quartierare le truppe, requisisce la fatiscente chiesa di s.Martino, il convento di s.Antonio e di s.Pietro. Le truppe locali, riunite col nome di Prima Legione (divisa in 4 compagnie, ciascuna di 138 uomini), ha come capo Giuseppe Mazzarello di spda; aiutante generale Chiappori Giuseppe sestrese; sotto a.g. Stefano Lombardo, spda.; medico Giuseppe Capponi di spda.; chirurgo Giuseppe Vivaldi sestrese; tamburo maggiore Pantaleo Fasce di spda; comandante i guardia porte Francesco Pittaluga. Galleano è Commissario alla Guerra. Moreau è il generale in capo delle truppe francesi.
Corsi segnala presente, il 13 luglio, un corpo armato misto di napoletani, cisalpini e francesi, stanziati nel nostro borgo, avente il quartier generale a Cornigliano. Per queste truppe, spesso era il municipio locale che doveva far fronte prioritariamente a vettovaglie –già scarse, causa il blocco inglese-, ricoveri e albergo degli ufficiali ed animali; e la cittadinanza subire i frequenti abusi da parte delle truppe, non sempre sottoposti a disciplina –che era o severissima o nulla-. Tra essi, forse, anche il Foscolo. La successiva battaglia di Novi, del 20 agosto, vide una sconfitta dei francesi, con gravi ripercussioni sulla sorte della città. Non pochi diventano quelli che, temendo un assedio –come avverrà- sperano nell’allontanamento della reggenza francese, e nella clemenza degli austro-russi; questi controrivoluzionari, fabbri, facchini, sergenti, impiegati, ex nobili, se scoperti, erano fucilati alla Cava, dove anche avvenivano le sepolture).
Come in tutte le ‘zone di guerra’ i furbi vendevano a chi aveva denaro le razioni alimentari e gli animali da soma che venivano macellati di frodo vicino al ponte di Cornigliano.
==il 15 marzo il Consiglio dei Sessanta decreta –su petizione della municipalità locale- il titolo di parrocchia alla chiesa di NS della Cella. Si concede l’alloggio per il parroco e l’uso di locali per la scuola. Si escludono alcuni locali sottostanti vicini.
==il 6 aprile si da atto al testamento del card. DeMarini che lascia alla Commune locale £ 600/annue per un medico, £ 150 per offizi religiosi alla Cella, £ 1800 in pani da distribuire ai poveri, £.800 per due sacerdoiti che abitino nel borgo ed assistano infermi e moribondo, £ 600 in dote a 24 fanciulle zitelle purché sappiano la dottrina, 10 soldi a quattro poveri –da estrarre a sorte-ogni dì festivo, purché sappiano la dottrina. Ma tali dispozizioni furono applicate per poco tempo.
Nel contempo il Direttorio prende possesso della chiesa-convento e casa di s.Giovanni Decollato.
==il 6 maggio, il cittadino GB Casazza sparla della rivoluzione. Viene arrestato.
==il 24 ottobre, i francesi ordinano la requisizione delle campane del convento di s.Antonino
==La Municipalità esterna riconoscenza alla cittadina Maria Cambiaso Negrotto, per le donazioni alla ‘piazza della Libertà’ e generose pie sovvenzioni alla chiesa.
Nei primi mesi dell’anno 1800, tutto il genovesato è occupato dagli Austriaci comandati da Melas; calati dalla Bocchetta premono sulla città ed assediano Massena – arrivato in città via mare nel primo pomeriggio del 10 febbraio. Da parte francese, l’ordine era tenere occupati buona parte degli attaccanti, almeno fino al 20 aprile; da parte inglese e napoletana bloccare qualsiasi entrata ed uscita dal porto; da parte austriaca prendere possesso della città assalendola da tutte le direzioni; da parte genovese uscire da questo assedio, continuando a sperare nella Francia: ci sarà fatale tra soli quindici anni. A SPdA c’erano in forza due reggimenti, uno di artiglieri (appiedati) ed uno di cannonieri (volontari e zappatori) ambedue facenti parte dell’ala destra dello schieramento francese -detto Armata d’Italia- che con tre divisioni era sparsa nel territorio da Savona ad Uscio, al comando del generale Soult; e parte della locale Guardia Nazionale (da aprile al comando del cittadino Nicolò Granara). In ‘Saint Pierre d’Arene’, il capitano Bertrand – aggiunto allo Stato Maggiore Generale - assumeva l’inacarico di comandante militare; il generale di brigata Cassagne era ‘uffiziale di Corrispondenza’ ed alloggiava in casa Olzati.
Il caos era evidente: di fronte all’obbligo di denunciare tutti gli avventori, l’oste de “la Moretta” relazionava che il 1 aprile 15 soldati francesi avevano preso vitto da lui e - non avendo soldi, volevano pagare lasciando ‘palle di fucile’; per avere il contante richiesto, le vendettero al cittadino Nicola Tagliavino per otto rubbi.
Furono previsti due ospedali nel borgo; furono scelti il palazzo Imperiale – poi rinunciandovi - e la Fortezza; e si pretese paglia per 300 giacigli

in basso a destra, la Fortezza. Partic porta chiesa Cella
(mandando il conto all’Amministrazione della Guerra). A fine aprile, già più di 500 erano i feriti ricoverati. Le condizioni igieniche dovevano essere azzerate se numerosa era la popolazione attorno alla villa ad infettarsi di “febbri biliose e putride”. Infatti gli escrementi e medicazioni venivano allontanati ... gettandoli dalla finestra.
Anche le sepolture erano al culmine della saturazione; allo scopo in sBdFossato fu requisito un pubblico terreno – coltivato dal cittadino Callegari
Il 4 marzo, il Commissario della Polcevera De Ferrari, segnala al municipio non essere riuscito a vendere “La loggia” (escluso l’atrio) non essendoci richieste.
A fine aprile, gli austriaci erano attestati al di là del torrente, e fanno incursioni nel borgo trovando parte della popolazione collaborante (un soldato francese ferito, viene ucciso dagli abitanti esasperati. Le truppe francesi ai confini del borgo, bombardate anche dagli inglesi, in caso di necessità avrebbero dovuto convergere, con i due cannoni in dotazione, alla Porta della Lanterna o essere dirottate al Tenaglia. Viene ricordato su tutti l’episodio dello sfondamento da parte degli austriaci in località Palmetta; ma 600 fanti, arrivati sulla strada che dalla Marina porta al ponte di Cornigliano, furono fatti prigionieri dai francesi.
La fame incombe; la folla chiede pane al Municipio sapendo esistere nel borgo un deposito di grano. I cannoneggiamenti causano morti civili. I banditi approfittano per fare violenze nel territorio.
L’impegno ricevuto era resistere fino a fine aprile; il 4 giugno la resa; determinata ed obbligata solo per fame (leggi a Cornigliano, Ponte di-). Il 7 giugno la municipalità viene invitata a prendere ordini dalla imperiale reale Reggenza Provvisoria.
Vengono catturati e fucilati gli ‘amici dei francesi’ (come il cittadino Trucco).
Ma, a fine giugno, gli austriaci escono dalle mura.
A luglio, nuovo comandante della piazza è il capitano J.Pagnini.
Capitano dell’artiglieria in ‘SPd’Arene’ è il capitano Laval.
Ma è chiaro che se per Napoleone – inizialmente - lo scopo e le promesse erano di ripristinare la Nazione Ligure con i suoi antichi ordinamenti, per il governo francese il proprio interesse economico era valutato superiore alle speranze locali di ripristino della precedente struttura e legislazione.
Ne valgono esempi l’arresto, il 16 giugno, di 4 municipalisti locali (Lombardi, Capponi, Carena e Rollero), con minaccia di immediata fucilazione, perché si erano opposti a movimento di sale, ordinato dal comando militare e contrario alle leggi locali, specifiche in merito. Ne vennero coinvolte le più alte autorità che pur non prendendo severe punizioni contro i quattro, diedero ragione all’autorità militare; naturalmente c’era stato malumore nel popolo, che aveva dato timore di più gravi disordini. Ed esempio anche il sequestro di libri di pregio ordinato dal Ministero dell’Interno, da trasferirli alla Libreria Nazionale: una deputazione nominata promosse il ‘trasferimento’ dalla biblioteca della Cella, di non poche opere considerato le lagnanze che seguirono. Altro esempio è l’obbligo di ospitare i soldati: questi, muniti di un biglietto dato dalla Municipalità, possono pretendere essere ospitati in casa di chi indicato: chi si rifiutava veniva arrestato.
Con la fine del 1700 iniziò il lento inesorabile declino della bella favola nata con la rivoluzione francese (14 luglio 1789) che riavrà un guizzo con le vittorie di Napoleone, ma solo per poco più di quindici anni.
I francesi avevano portato l’ideale della rivoluzione sociale e culturale, ma di fatto erano occupanti ed arroganti: in nome della libertà ed eguaglianza, in realtà imponevano le loro idee irriguardosi delle tradizioni, della religione e della secolarità della Repubblica. Così, se queste idee in buona parte erano gradite, sia al popolo che a buona parte della nobiltà (i ricchi aristocratici si ritrovarono molto meno ricchi (di soldi, di proprietà e privilegi: sulle tombe dei Doria furono scalpellati gli artigli ai leoni), il ‘costo’ da sostenersi per mantenerle era molto elevato e quindi non accetto da altrettanto molti, tradizionalisti, specie i preti.
Iniziò una ulteriore ‘virata’ storica’ sopratutto della società oltre che dell’ambiente; Genova si era consegnata ai francesi, subendo e vivendo il loro modo di vivere. Ma, scegliendo-subendo questa scelta, ovviamente si trovò contro Inghilterra ed Austria; e la pagò molto, molto, molto cara.
L’intrapprendenza dei nuovi ‘cittadini’, fece nascere sparsa, ed ancora sana sul piano ambientale (anche se fogne, strade, rumenta e servizi igienici generici erano tutti al libero sbando) una lunga e nuova serie di piccole officine (vedi a Fiumara) che resero il territorio più vivo e produttivo.
abitanti = La progressione (dal borgo alla città, con le varianti di dimensione territoriale applicata negli anni) vede, anno=numero (case):
1800 = 4500 ; 1808 = 43661080 ; 1814 = 5130 ; 1830 = 8300 ;
1851=12008 ; 1861=14330 ; 1871=16750 ; 1881=22028 ;
1901=34885 ; 1911=42420 ; 1921=52177 ; 1936=57021 ;
1951=59234 ; 1961=66612 ; 1971=64890 ;
L’idilliaco rapporto Genova-Francia, nella decade dopo l’assedio, non dava i frutti sperati dalla gente: tutto spingeva verso un incontrollato aumentare del brigantaggio assai spesso feroce e scarsamente frenato da impiccagioni, di singoli o di bande: l’uso della lingua francese negli atti ufficiali, imposta a gente analfabeta; la presenza e pretese dei soldati e gendarmi francesi; l’annessione dei territori liguri all’Impero smorzava gli atavici ideali di libertà repubblicana e democrazia; la pesante crisi economica con fame, miseria e poco lavoro ebbero il loro peso decisivo.
Un certo Giacché sampierdarenese, si era unito ad altri polceveraschi per delinquere: inseguiti dalla Gendarmeria, si spinsero sino a Ceranesi dove si asseragliarono nella chiesa: nella sparatoria il Giacché rimase ucciso, gli altri furono catturati e, dopo processo, impiccati.
1801 il 7 marzo. IV anno della Repubblica Ligure. Corsi Nicolò riferisce che il borgo viene scosso da un fatto di sangue: un cittadino – probabilmente facoltoso - è stato ucciso in casa sua, con molte coltellate, da ignoto, al fine di furto dei denari; questi si era introdotto con l’aiuto della serva. Per un caso simile, l’assassino era stao condannato a morte e la serva a 30 anni di carcere. In data 8 maggio viene chiusa la precedente Municipalità; ed il 17 maggio ne viene eletta una nuova, con Fasce Pantaleo (presidente provvisorio, in quanto decano); Marchelli Filippo; Galliano Domenico; Monti Angelo; Grasso GB; assenti=Mongiardino Antonio; Canale Vincenzo; Massarelli Giuseppe. Dopo giuramento, Marchelli Filippo viene nominato presidente effettivo, con segretario Galliano Domenico.
Il 1 giugno vien data al cittadino francese Florentin Montignani il permesso di aprire un teatro; dovrà dare due lire per sera a vantaggio dell’ospedale; dovrà dire in anticipo l’opera che reciterà. Altrettanto fa il cittadino Giuseppe Alizeri che vuol aprire un teatro con marionette e rappresentare operette di argomento sacro; gli viene concesso solo nei giorni di festa dopo Natale, con l’addebito di venti soldi a recita a vantaggio dell’ospedale. Meno bene pare vada ai fratelli Carrosio che domandano poter rappresentare scenicamente la nascita di Cristo e viene negato perché il soggetto non può essere ‘soggetto a istrionerie e buffonerie’. (vedi anche a 1803)
1802 Sempre il Corsi segnala che il giorno 20 ottobre, sono annegati due uomini, che di cinque ch’erano in un battello, che per il vento ribaltò, tre soli si salvorno. Il fatto è riportato anche sulla Gazzetta Nazionale della Liguria.
Il Comando francese (dopo Saliceti nel 1797, sono stati nominati Capo Battaglione locale Bertrand ed ora Boussard) comunica alla Municipalità che occuperà, sia caseggiati da trasformarsi in magazzini, e sia le seguenti ville per alloggio degli alti ufficiali francesi, 1-casa del cittadino Giuliano Spinola in cima alla ‘crosa detta delle Catene’ dal mercato; 2-palazzo Maggiolo; 3-palazzo Giovanni Doria attuale alloggio dello ‘Chef Brigata’; 4-palazzo Imperiale; 5-palazzo Centurione (si riferisce a quello di Nicolò, marchese del Monastero; egli – tramite il parroco Giuseppe Tubino, chiede in ottobre che il picchetto di guardia che qui stazionava ed ora trasferito alla Cella, non venga ripristinato non essendo adattabile allo scopo (quello di GB Centurione è già occupato dal bureau della Municipalità: il 3 settembre GB Centurione chiede lo sfratto ed essa programma trasferirsi alla Cella); 6-palazzo Lomellini; 7-Cappella cosiddetta del Monastero; 8-Loggetta.
1803 La Municipalità si riunisce preoccupata di eventuali assalti di pirati barbareschi; concede ai cittadini Onorato Tubino e Giuseppe Caffani di dare uno spettacolo scenico con la loro ‘società dei dilettanti’ nel teatro della Crosa Larga, per carnevale.
1804 a maggio Napoleone è eletto imperatore. Perdura il blocco navale da parte degli inglesi, con due fregate a ponente ed una a levante; sebbene non in forma stretta lasciando filtrare qualche bastimento di grano o carbone. I francesi invece hanno fortificato, in terra, ad Albaro, S.Pier d’Arena, Gavi e Savona.
In quest’anno Onofrio Scassi viene inserito (andando a sostituire altrettanti Senatori tolti estratti a sorte dai trenta in totale) nei dieci nuovi Senatori che compongono il governo locale (doge Gerolamo Durazzo). C’è anche un Monticelli Giovanni, possidente (cioè supera le 6mila lire annue di guadagno): potrebbe essere quello di via Daste.
Il 30 giugno, il Comune di San Pier d’Arena viene unito a quello di Promontorio. Sono presenti Chiappara Leonardo, Testa Bartolomeo, Tubino Onorato, Capponi Giuseppe medico, Massarelli Agostino, Canale Vincenzo, Zolezzi Cristofaro, Galleano Domenico, Rivara Pietro, Canepa Francesco, Tubino GB, Mongiardino Antonio, DeLucchi Gaetano, Barabino Pantaleo. Bartolomeo Canale viene eletto segretario del consiglio comunale
Il 13 ago, in onore del compleanno di Napoleone, i francesi organizzano per tre ore, sulla spiaggia, una esercitazione militare imitante uno sbarco inglese (lo stesso in Albaro e sul ponte Pila e di s.Agata). Spari di fucile e di cannone (senza palla).
Corsi scrive che il 9 ottobre buona parte della guarnigione francese (di Albaro, SPdA, Cornigliano e SestriP.) parte –pare - verso Tolone. Tuvo scrive che l’8 ottobre il cittadino Presidente del borgo viene ordinato di provvedere al pernottamento del 41° reggim. Leggero della fanteria di 1634 soldati, più gli ufficiali, che arriveranno il 14; malgrado le proteste, l’ordine dovrà essere eseguito.
Pertanto appare sempre gravissimo per gli abitanti l’obbligo di accantonamento degli ufficiali francesi e spesso anche della truppa, con usura delle case adottate.
1805, battaglia di Austerliz (2.12.1805).
La Liguria è annessa all’Impero e diviene regione dell’impero francese.
La Francia impone il sistema metrico decimale.
3 febb.- Grandi esercitazioni a fuoco francese con riunione in piazza per benedire le bandiere imperiali. La presenza francese - non certo gratuita e ricca di microviolenze impunite, la sua spogliazione della religiosità, il blocco navale concepito con lo scopo di far odiare gli occupanti (se non ci fossero i francesi ce ne andremmo...) e conseguente carenza di materie prime, la paura delle epidemie, tasse: la popolazione è rassegnata ma esasperata.
=Tuvo scrive – sulla copiatura della relazione del presidente del Consiglio Comunale letta in aula con molti assenti; l’improvviso arrivo del Capo Battaglione Isengard, fa ordinare ai soldati di andare a prendere a casa i consiglieri assenti; - che 4 marzo a mezzogiorno, è avvenuto un ammutinamento in Crosa Larga: le donne e ragazzi della Coscia tentano di far tornare indietro i marinai di Sestri Pon e Voltri (ma anche -citati dopo- 13 di SPdA) requisiti e spediti all’arsenale. Decideranno per fare processo verbale agli autori dell’opposizione e fornirà il doppio della leva dei marinai che gli spettava. Il giorno dopo, 5 marzo arrivano 400 soldati francesi che dovranno essere ospitati. Dal quartier mastro Bovet si ottiene un risarcimento economico per ogni individuo servito, differente a seconda del grado. Il 22 marzo le donne sono sempre in carcere a Genova: ciò provoca malumore intenso. Il doge si interessa del problema, favorisce la scarcerazione, consiglia mandare dei volontari marinai per rabbonire il Senatore della guerra e far recedere l’obbligo di raddoppiare (ben 30) i coscritti. Ma a giugno si pretendono sempre 30 marinai per rimpiazzare l’equipaggio della fregata POMONA comandata dal fratello di Napoleone.
Invece Corsi scrive Il 5 marzo, «a SPdArena fu mandato un picchetto di Gendarme per condurre in Genova quei Marinari che furono posti nella requisizione, per guarnire il Vascello o Vascelli, che si costruono al Lazaretto dlla Foce, ma essendo di già ultimato una Fregatta, ed un Brich, questi Marinari devono andare sopra di questi, sicché essendo presi per forza, le loro mogli, con pietre, gli e gli hanno fatti lasciare; il Governo avendo inteso questo fatto, mandò 200 Gendarme nuovamente a prenderli, e di catturare quelle donne, che avevano prese le pietre, delle quali per quanto si dice ne fui preso quattro, cosa ne succederà si sentirà appresso»...8 marzo : «..i due cento Gendarme collà mandati, sono stati mandati alla discrezione, quando però i benestanti non paghino quella tassa impostali per l’attentato che le donne gli è gli fecero lasciare».
18 marzo= Napoleone diventa ‘re d’Italia’. Si rafforza il sentimento nazionale.
Domenica 31 marzo, a SPier d’Arena verso le sette di sera fu data una pistolettata ad un giovanotto ex Nobile Visconte di Negri Filius Petri.
Il 14 maggio, il maire-cittadino Filippo Marchelli viene sostituito da Giuliano Pratolongo, per ordine del capo battaglione Isengard.
A luglio (Tuvo scrive 30 giugno) arrivò Napoleone, alloggiato in Fassolo, a villa Doria; e rinfresco al Ducale. Per l’evento, i francesi mobilitarono tutte le truppe andando ad occupare le fortificazioni e le porte. Si fermerà fino al 4 luglio, giorno trascorso a SPdA per assistere alla grande parata militare sulla spiaggia opportunamente sgomberata di barche.
Il 19 settembre si comunica ufficialmente al Prefetto che gli abitanti di SPdA sono 4603 e di Promontorio 318; ma viene 1806 inserito un censimento riferito all’anno in corso: porta questi dati = 5054 persone, così divisi = uomini e donne maritati 964+964; vedovi 52; vedove 204; ragazzi 1420; fanciulle 1398. Militari dell’Armata 52.
Il 18 gennaio viene chiesto aprire una sala da ballo in una sala vicino alla crosa di s.Antonino. Permesso concesso.
22 febbraio: la popolazione dovrà ospitare e dare alloggio ad un reggimento di cavalleria spagnola 33 ufficiali, 6 cadetti, 24 sergenti, 498 soldati. E poi, ne arrievrà un altro con 396 soldati.
Il 30 agosto il maire Marchetti (o Marchelli) viene sostituro da Domenico Galleano.
4 ottobre 1806 battaglia di Jena.
1807 Principale commercio è quello dell’olio (arriva da fuori, e viene rispedito via terra e via mare); seguono il vino, legna e carbone. Molto danno comporta il contrabbando al punto che si attuò una restrizione doganale limitando le possibilità di sbarco ed imbarco dalla Crosa Larga a quella dei Buoi.
Ancora problemi crea il gioco della palla (jeu à la paume). Il sindaco ne vieta l’applicazione e fa incarcerare a Rivarolo dei cittadini disobbedienti: il Prefetto lo sgrida non avendo il maire possibilità di polizia e quindi di incarcerare
1808 In una relazione della Camera di Commercio (in un periodo di recessione di certe attività industriali: sapone, carta, lana, seta, cotone, lino; esisteva ancora una reticenza al rinnovamento tecnico, anche perché esisteva una abbondante manovalanza a basso tenore erariale) si scrive cha in S.Pd’A esistono 3 concerie (‘tanneries’) con 15 operai non specializzati (tali erano anche negli anni precedenti; mentre altre 7 erano a s.Fruttuoso, 2 a Marassi, 4 a Ge) e 2 “imprimeries de torle” =stamperie di... nel vocabolario la parola ‘torle’ non esiste; o sarà étoile=stole, tela; o improbabilissimo tôle= latta (Uniche nel genovesato, con 40 operai non specializzati che però, negli anni precedenti, erano 80).
Il 14 luglio 1809, via nave sbarcò sulla spiaggia papa PioVII, in viaggio prigioniero del gen. Radez: da Roma a Lerici in carrozza, da qui a Quarto via nave – sosta - e sempre via nave (perché nessuno lo incontrasse) a San Pier d’Arena ove sbarcarono alle ore quattro del mattino. Proseguì il viaggio in carrozza fino a Campomorone. Secondo doloroso viaggio fu fatto dal Papa nel giugno 1812. Proveniente da Savona dopo 34 mesi di prigionia, fu fatto transitare in carrozza chiusa a chiave, ed in gran segreto diretto verso Fontainebleu. Una terza volta invece, dopo i 53 spari di rito dei cannoni, percorse la val Polcevera in trionfo: tutte le strade furono ‘adacquate’ per evitare la polvere e coperte di fiori, con la gente festosa ai lati
1812 Napoleone è in Russia, ma la vittoria gli è fuggita di mano. La burocrazia funziona lo stesso: da Smolensk un decreto datato 21 agosto autorizza il tesoriere della fabbrica della nostra chiesa parrocchiale, ad incassare un lascito della signora Lavinia Lavazzolo di 3200 franchi francesi (con l’incarico di celebrare messe per la sua anima).
Invece nel 1813 compare con la carica di maire Gnecco Agostino (proprietario e negoziante, di anni 50).
Viene obbligato a chiudere il teatro che era stato aperto nel 1808, perché ha rappresentato un’opera proibita (segue l’elenco dei titoli delle commedie che risultano tali).
1814. Decaduto l’astro Napoleonico, il conservatore Metternich ispira la ‘Restaurazione’ ristabilendo la pentarchia: Gran Bretagna, Russia, Austria, Prussia e Francia ridimensionata.
Lord William Bentinck (1774-1839) da Nervi espone le prime nuove regole: Scompare la qualifica di maire; ristabilisce la bandiera di Genova; ripristina i governi locali sulla base della legge del 1775, illudendoci del ripristino della antica Repubblica.
Gnecco diventa ‘Capo Anziano’ (non ancora adottato il termine sindaco). Fanno parte della giunta: Canale Nicolò, Chiappara Michele, Vernengo Giuseppe, Carena Agostino, Mongiardino Antonio, Marchelli Filippo, Luxoro Francesco, Capponi Giuseppe, Tubino Salvatore negoziante, Romairone Francesco, Galleano Domenico, Zolesi Cristofaro mediatore. Sul tavolo, ancora il contrabbando e calmierare i prezzi sono il tema principale: il caos sociale e politico favoriscono lo sbando. Il telegrafo è auspicato ma fuori uso.
Dal 1815, 7 gennaio Congresso di Vienna consegna la Liguria al regno Sardo-Piemontese: era già stato deciso far morire l’antica Repubblica.
A marzo inizia il fuoco di paglia dei Cento giorni, con il ritorno di Napoleone; ma – a giugno - la battaglia di Waterloo.
In Liguria - a parte pochi conservatori - la massa rimase repubblicana, contraria ai Savoia (il re Vittorio Emanuele I si guardò bene da indire un plebiscito: la Liguria è l’unica regione Italiana ad essere stata “fagocitata” senza un plebiscito, ma per sola decisione del Congresso di Vienna peraltro non sottofirmato dai delegati della Repubblica Ligure).
Il Piemonte, qualificando Genova quale ducato oltre a porre una politica doganale mirata a salvaguardare la sua produzione regionale-statale, con ovvie gravissime ripercussioni negative sul mercato ligure, al contrario fu molto attivo finanziariamente, e spendaccione, sia nel rinforzare il numero dei militari locali (8600 unità, per 80mila abitanti) e sia nel ripristinare e ristrutturare i forti sulle alture in modo da formare un sistema di controllo e dominio sulla città, capace di reprimere eventuali velleità di ribellione. In quindi anni di lavori ininterrotti, furono riattivati con postazione dei cannoni verso la città i forti di Belvedere (1815-1829), di Crocetta (1815), e del Tenaglia (in Genova ripristinati i forti sGiorgio, Castelletto, Puin, Diamante, Castellaccio, sTecla, Richelieu; costtruiti ex novo Torre di Quezzi, sGiuliano, sMartino, FrontiBassi). Arresti di ‘ribelli’, e bandi minacciosi divennero all’ordine del giorno.
I corpi militari governanti la città erano due: la Guardia Nazionale Ligure (composta da militari locali), e l’Esercito del Regno di Sardegna (carabinieri reali e granatieri). La flotta inglese controllava il porto, proteggendo i piemontesi e minacciando bombardare la città in caso di disordini.
Rimangono le ferite dell’assedio: gli albergatori vogliono essere pagati dell’aver ospitato le truppe (che continuavano a venire: a febbraio Gnecco riceve l’ordine «mi fo premura prevenirla che Sua Eccellenza il Governatore Generale mi invita ad avvisarlo che domani mattina a San Pier d’Arena arriveranno trecento uomini della cavalleria austriaca con i loro cavalli. Vorrà provvedere all’alloggio degli uomini e dei cavalli, con patrticolare alloggio per gli ufficiali». A ottobre vengono pagate £.167,18 per aver ospitato un distaccamento di ussari di Brunswich. Il sig. Petrochino – console turco a Genova - chiede essere dispensato di fornire alloggio militare nel palazzo che ha in affitto da Maragliano Luigi in SPdArena).
A fine febbraio venne in visita Vittorio Emanuele I. Le carrozze trovarono le strade disinfangate ed imbandierate. Il parroco suonò le campane a festa.
SPdArena conta 5499 abitanti (362 a Certosa; 403 a Promontorio, 4734 nel borgo).
Gli ammalati (in media oltre 200/anno) vanno sempre a Pammatone (ma anche ad Acqui) ed il Comune è debitore alla Pia Opera di £. 318,10 – senza i quali, gli ammalati non saranno più ammessi all’ospedale.
Ricompaiono alla dirigenza del borgo, i sindaci (trascritti solo quelli trovati, con carica triennale e con la data del documento firmato). Oltre a Gnecco sindaco, fanno parte della nuova giunta: Scaniglia Giuseppe, proprietario, 71 anni; Canepa Francesco coltivatore, anni 72; Caponi Francesco medico anni 56; Canale Nicolò, negoziante, anni 50; Canale Vincenzo negoziante, anni 41; Carena Agostino negoziante, anni 44; Chiappara Michele negoziante, anni 30; Canale Raffaele negoziante, anni 41; Galleano Domenico mediatore, anni 46 (Tuvo=medico); Galleano Tomaso, negoziante, anni 41; Grasso GB negoziante, anni 41 (Tuvo=fabbricante di biacca); Luxoro GB mediatore, anni 65; Marchelli Filippo negoziante, anni 56 (Tuvo=medico); Mongiardino Antonio coltivatore, anni 73 (Tuvo= negoziante, probo, istruito anni 62); Rivara Pietro negoziante, anni 63; Rollero Gaetano falegname, anni 68; Romairone Francesco negoziante facoltoso, anni 30; Tubino Salvatore negoziante, anni 29; Vernengo Giuseppe negoziante, anni 52; Zolesi Cristofaro negoziante, anni 65. Segretario Canale Bartolomeo, impiegato, 67 anni.
Il regio Genio, inizia il rispristino dei forti.
1816 19 aprile, Onofrio Scassi acquista con atto notarile la villa degli Imperiale.
Sporadico, qualche pirata depreda due navi al largo; bottino: vino, malvasia, spirito, olio di lino, mandorle, succo di limone, pietra pomice.
Mongiardino proposto per sindaco; non sappiamo quando poi eletto.
1817- a maggio è sindaco Mongiardino Antonio (fino al 1819).
Uno dei primi decreti è firmare l’elenco delle strade comunali (vedere la descrizione singola nello stradario di ‘SPd’Arena puzzle’) ==Piano della Coscia da cui inizia la Strada Reale Superiore (che è provinciale); crosa Madonna della Vista; crosa Larga; vicolo sant’Antonino della Marina; crosa della Cella; crosa dei Buoi; crosa del Palazzo del Vento che porta al ponte; salita sant’Antonio superiore che porta a Promontorio; salita al Santuario di Belvedere; strada vecchia del Campasso; strada lungo il molo Cambiaso dal ponte all’oratorio di s.Martino; vicolo o crosetta Imperiale, impraticabile; vicolo dei Disperati che finisce nell’ultima villa vicino a Berlvedere.
Altro provvedimento è regolamentare le sagre presso le chiese: località distante; non alzare la voce; non spettacoli né ciarlatani né annunciatori di spettacoli o giocatori di lumbotto; non suoni di tamburo, trombe ‘o in altra maniera di stupido mentre...tutto deve passare nel maggior silenzio possibile’ .
Si prospetta il ritorno del re a visita; ma la polizia avverte sentore di ‘fischi e schiamazzi’ a causa del rincaro dei viveri. Indiziato maggiore era un concittadino di orgini napoletane soiprannominato ‘Lo spirito Santo’.
A metà dicembre il Comune approva le spese fatte per l’accasermamento della brigata dei reali Carabinieri, venuti a stazionare nel borgo.
1818 In aprile, sindaco e giunta giurano: fedeltà, onestà, servizio – a Dio, al re, alle costituzioni.
Si vieta il gioco della palla nel piazzale interno del palazzo Cambiaso detto delle Cantine, essendo ricco di vetri; ed il gioco della lippa è limitato alla Fiumara dal ‘laboratorio dei cordami del sig. Carrena e solo quando non vi siano persone al lavoro.
In agosto, d’ordine di sua maestà, l’amministrazione deve provvedere a ‘trenta individui della Legione reale leggera, destinati per il Cordone daziario’ locale.
1819 ai primi dell’anno seguente, viene stilato il quadro statistico del borgo, relativo a quest’anno:
TERRITORIO il borgo + Promontorio + Certosa. POPOLAZIONE 5300 (2990 femmine, 2310 maschi. Promontorio ha 126 abitanti entro le mura, e 420 fuori la porta degli Angeli, dei quali 226 maschi e 194 femmine); NASCITE 193; MORTI 103; MATRIMONI 49; SCUOLE una (di Carità, con 48 allievi); MALATI a Pammatone 150; ricoverati all’ospedale dei poveri 7; fanciulli esposti 7; PARROCCHIE tre (N.S.Assunta e s.Martino+Promontorio+Certosa);
spesa per gli OSPIZI £. 3138, 18; IMPOSTE riscosse £. 18944,48; IMMOBILI del Comune, loro valore catastale £. 3.907.060; AMMINISTRAZIONE spesa £.1325; IMPOSTE GOVERNATIVE a carico del Comune £.9602,28. STRADE e loro condizione (b=buono; m=mediocre; c=cattivo): strada vecchia del Campasso-m; piano della Coscia-m; piccola crosa Madonna della Vista-c; crosa Larga-m; crosa s.Antonio-m; crosa della Cella-b; crosa de Bovi-b; crosa del Ponte-m; strada dal Palazzo del Vento al torrente Polcevera-m; salita portante alla parrocchia di Promontorio-m; strada di Belvedere-m; strada al ponte di Cornigliano e san Martino-m; vico del palazzo Scassi e Promontorio-c; vico dei Disperati-c. PRODUZIONE (il peso è a ‘rubbo’), aranci 65 mila (unica voce, solo esportati 45mila); CONSUMI (per quantità) vino 94mila (importato 50250); legumi 29930 (importati 24170); foglie di gelso 20mila (importate 100); grano 7950 (importati 74990-sic-); fieno 5500; castagne 4800, granone 2950, patate, olio, formaggi (tutte importate). BESTIE da corna grosse 165; da corna piccole e lana 165; porci 165. FABBRICHE (6-sapone; 4-cordami; 3-corame; 3-biacca; 2-indiane; 2-carte da gioco; 2-molini; 1-vetriolo; 1-amido).
Oltre i Minolli, importante categoria locale sono i ‘Facchini’ di spiaggia, in servizio della regia Dogana. Erano divisi – a seconda del territorio d’opera - in quartieri: di levante (o terza) con 163 facchini; centro (o prima) 81; ponente (o seconda) 91. Erano pagati, anche se le navi scaricavano a Genova ma poste in silos locali, in rapporto al peso trasportato (per le granaglie, erano mine genovesi) e se il magazzino era a piano terra o rialzato.
Una delle tasse più odiata era ‘della stapula’ ovvero della bottega del pane.
1820, 23 luglio muore improvvisamente l’anziano sindaco Mongiardino Antonio.
Diventa sindaco Chiappara Michele.
1821 13 marzo- abdica V.Emanuele I non concedendo la Costituzione a favore di Carlo Alberto (reggente, Carlo Amedeo Alberto di Savoia). A Genova, governa l’ammiraglio DeGeneys; l’irritazione, tumulti, disordini in fase ascendente fanno ordinare di sparare sulla folla (2 morti+2 feriti). La ribellione genovese si spense spontaneamente. Al ritorno della normalità, il nostro Comune – non coinvolto nella ribellione - provvide ad armare la Guardia Nazionale comprando 165 fucili.
5 maggio muore Napoleone.
1822 Nuovo sindaco diviene il negoziante Vincenzo Canale. Tra le prime incombenze far bagnare la strada quando passerà la famiglia reale. Sarà ancora sindaco il 1 marzo1826
1823 dall’Archivio Stato Comunale si apprende che in quest’anno in San Pier d’arena esistono (confrontare con 1919) una fabbrica di sapone, una di carte da gioco con 55 dipendenti, una di corame, una di vetriolo (solfato di ferro, rame, zinco o manganese; per produtte acido solforico), una di cordame, una di paracqua (ombrelli?) e tre molini a due ruote.
1824 in ottobre – confermato a novembre - il sindaco riceve notizia che la famiglia reale transiterà attraverso il borgo “in incognito, a motivo delle afflizioni in cui è immersa”; e quindi non desidera manifestazioni ufficiali.
A fine dicembre, viene proposto di porre 14 fanali per illuminazione notturna (spesa preventiva £.1700).
1825 Le comunicazioni tra Amministrazione e popolo avvengono ancora con l’affissione di manifesti, applicandoli negli uffici, botteghe,caffettieri, locandieri, tavernai, bigliardieri ed osti. Considerato l’elevato numero degli analfabeti, non è facile capire sino a che punto le notizie non si deformassero passando di bocca in bocca attraverso ...parziali istruiti.
Le novità affisse, non sono novità: i negozi debbono chiudere alle 23 e nei festivi – in tempo dei divini uffici - alle 17; vietato mettere banchetti per strada né proporre spettacoli (saltatori, giochi di destrezza, funamboli, suonatori, ecc); vietato giocare (bocce, lippa, carte e dadi che si sogliono tenere in crocchio ne’ portici e in ogni nascondiglio –il denaro verrà confiscato ad opere pie- ecc) e lanciare sassi; dopo mezzanotte chiunque giri per le strade dovrà dare conto alle pattuglie e cantare o schiamazzare). Ecc.
Il Comune evidenzia le strade di sua pertinenza:
‘comunali’=: --strada Superiore (detta del borgo; dalla cima della Coscia alla crosa Larga= km 2,080); --crosa Larga (m.154); --vico Imperiale (che conduce alla salita di Promontorio – km 1,186); --crosetta di sant’Antonino, inferiore (m.222) e superiore (km. 1,320); --salita di Belvedere (km. 1,325); -- crosa della Cella (m. 280); --crosa de’ Bovi (m. 322); --crosa di s.Cristoffaro (m. 426); --piano della Coscia (m.176).
Sono invece considerate ‘vicinali’=:
--Fossato di san Bartolomeo (km. 1,100); --fossato N.S. della Vista (m. 150); --strada della Fiumara (m. 872); --crosa vecchia del Ponte (m.540); --strada dei Cipressi (m. 400); vico Cicala (m.156); strada del Campasso (km. 1,300); --vico del Campasso (m. 200); strada della Crocetta (m. 600).
Nel comune sampierdarenese, solo il 20% delle aree abitate è di proprietà di locali; le ville sono ancora di proprietà dell’aristocrazia genovese (Pallavicini, Spinola, Centurione, DeFerrari, Negrotto, ecc. Quindi non necessariamente abitanti qui).
Sulla base del catasto, i contribuenti locali (sottolineati, le famiglie nobili che conosco) risultano: Pallavicini Paolo (£.115.000); Centurione GB (105.375); Scassi Onofrio (89.700); Rolla Francesco (78.400); DeFerrari Andrea fu Raffaele (£.66.325); Piuma GB (£.65.945); Negrotto Lazzaro (£. 60.125); Pallavicini Domenico (£.54.500); Maragliano Luigi (£.50.575); Pallavicini Alerame (£. 49.000); Canale Raffaele (£.46.483); Spinola Giuliano (£.45.625); Ronco Francesco (£.45.000); Carrena Agostino (£.33.350); Brignole Sale Antonio (£. 35 960); Pratolongo Vincenzo (35.500); Derchi Antonio (30.735); Lomellini GB (£.30.750); Gilotta Domenico (£.29.000); Bertelli GB (£.27.700).
1827 sindaco Vernengo Giuseppe. Ma dà subito le dimissione. Viene eletto Bartolomeo Romairone.
Giacomo Navone inizia un suo viaggio verso il Ponente. Queste le impressioni descritte (che stamperà nel 1831) «Così adunque il mattino del 9 settembre per dar opera al mio progetto, ed in Sanpierdarena vidi il bel palazzo già Imperiali, ora del dottore Scassi, uno fra più lodevoli edifizi architettati dal celebre Galeazzo Alessi, e nell’ampia sua villa un lago, e vasche popolate di pesce. L’amico Evaristo, che ebbe la compiacenza d’essermi guida, mi diresse quindi al palazzo Grimaldi, al presente Mariotti, per ammirarne le pitture, opera pregievole del Carlone. Vedemmo la raffineria da zuccaro del sig. Lautier, la fabbrica d’ombrelli del Sig. Samengo, con altre di carte da gioco, di biacca, e di stamperie d’indiane, nelle quali, e nella costruzione di navigli, commercio d’olio, riso, fromento, civaie, e sale, tutta la popolazione in numero di circa 6000 trovasi bastatamente occupata. Entrati poscia nella parrocchia, noi conserviamo, disse l’amico, un crocifisso, lavoro del bravo nostro scultore Gerolamo Pittaluga; magnifico, è l’altare maggiore, ed in questa cappelletta conservasi il bel quadro in legnob di N.S. della Neve dipinto da Luca Cambiaso; inviso destino ci tolse il vanto di potere a lato di queste ammirare le produzioni d’un esimio cittadino; morte crudele rapì all’affetto de’ suoi, sono tre anni, Gio.Battista Monti nel più bel fiore di sua età, mentre la patria speranzosa attendeva da sì degno figlio opere meritevoli. Mi resi quindi a Cornegliano senza che l’amico abbi voluto accomiatarsi, se non giunto alla riva del Polcevera (Porcisera de’ Latini). Nello scorso autunno, si estese la larghezza del ponte con archi da ambe le parti, onde più agevole, se ne rese il passaggio: da questo ponte stato eretto a pubblica utilità col privato danaro del filantropo cittadino Benedetto Gentile, che lasciò eziandio l’opportuna rendita per la di lui manutenzione, godetti lo stupendo prospetto della valle di Polvecera, a cui non saprei comparare cosa più nobile, se non le sponde incantatrici del Bosforo; palagi superbi innumerevoli che servono di villeggiatura a’ ricchi genovesi, gaie colline diligentemente coltivate, borghi, villaggi in copia l’uno coll’altro quasi congiunti, la grande strada che conduce all’interno costrutta nel 1772, opera insigne, che attesta la munificenza della famiglia Cambiaso, un concorso continuo di persone, una moltitudine di carrozze, di carri, le medesime nude montagne in lontananza, tutto appaga, tutto rende sospeso l’occhio dell’osservatore. Due giovani dame inglesi, stavansi a levare coll’amatita i punti più osservabili di quel delizioso orizzonte. ...»
1828 ottobre- alcune scosse di terremoto spaventano non poco tutti; alla Cella, crolla ‘parte del cupolino con la palla che sorregge la croce sulla sommità del campanile. Alcuni dormono sulla spiaggia; ma non si ripetono. Il Comune chiede al re un sussidio per ripararne i danni.
1829 proveniente da famiglia francese trasferita a Torino, apre una raffineria Lorenzo Dufour. Riconfermato Bartolomeo Romairone a sindaco. Epidemia di vaiolo (con epicentro a Marsiglia e Nizza; a Genova si sono registrati 9540 casi dei quali il 54,3% mortali)
1830 Giacchero riferisce che non esisteva alcuna industria metallurgica o meccanica. In compenso esistevano 2 fabbriche combustibili (con 4 operai); 8 di sapone (24 operai); una di amido (2); una conceria (3); 2 di cotone (62); una di cordami (25); 2 di alimentari (25) =145 operai-
Tuvo riporta eguali quelle di combustibili, sapone, amido, conceria, cotone, cordami, alimentari. Aggiunge 2 di biacca, 1 di acido solforico.
Su poco meno di 7000 abitanti (divisi in 932 fuochi nel borgo; 68 a Promontorio; 88 a Certosa), ci sono solo 140-50 operai. I più sono (uomini-donne): giornalieri (1640, 915); agricoltori (1225, 750); poi pescatori (547 uomini); 435 naviganti; artigiani (396, 178); commercianti (140 uomini); rivenditori al minuto (135, 78); domestici (130, 174); osti (48, 2); fabbricanti 32; mulattieri (32 uomini); ecclesiasi (12 uomini); mendicanti (12, 35); macellai 4.
Prodotti naturali -in quintali, esportati-importati-: Limoni 10600 (e=5700); aranci 3100 (e=1200); ortaggi 2350; vino 1590 mezzarole=40 litri (i=1200); grano 480 (i=3350); patate 240 (i=60); legumi 235 (i=110); riso 0 (i=2510); orzo 0 (i=50); segala 0 (i=230); granone 25 (i=790); fieno 50 (i=280); olio 20 barili (i=680); castagne 0 (i=145); foglie di gelso 30; noci 0 (i=12); frutta 190 (i=160).
1831 il libro di Felloni segnala la presenza ‘nel circondario di Genova’ di una occupazione operaia nei settori: 60 metalmeccanici; 60 tessile (ma con 600 a domicilio); 23 alimentare; 60 altre. L’operaio metalmeccanico è numericamente inferiore ai centri di Genova (847); Rossiglione (244); Masone (221); Campofreddo (133)Prà 83).
Gli animi liberali – i più iscritti alla carboneria – iniziano movimenti insurrezionali che falliscono perché troppo individualisti e senza un programma comune; perché ancora fiduciosi di essere ascoltati dai rispettivi sovrani; perché eccessivamente isolati dalla massa del popolo; perché i più ancora illusi dell’intervento straniero. Così Santorre di Santarosa in Piemonte; Ciro Menotti giustiziato nel modenese; Giuseppe Mazzini esule a Marsiglia ove fonda la Giovine Italia e 1834 spedizione in Savoia; i fratelli Bandiera in Calabria 1844; Carlo Pisacane
Nel 1832 i Balleydier iniziano alla Coscia l’attività metalmeccanica, con qualche decina di operai. Danno l’avvio all’industrializzazione questo nuovo processo, detto ‘rivoluzione industriale’, era nato in Inghilterra nelle prime decadi del XIX secolo; il termine fu introdotto da Blanqui nel 1837 ed è legato alla svolta che la macchina a vapore stava determinando nel rendimento del lavoro; al quale conseguiva rapidamente una nuova concezione del lavoro stesso (capitale privato); liberismo economico (imprenditori e proletari); meccanizzazione di grandi settori (favorita dall’esplosione di sempre nuove invenzioni tecniche, estese a nuove fabbriche, all’agraria, al tessile, ai trasporti terrestri e navali).
Il sindaco di San Pier d’Arena (Salvatore Tubino) approva dividere il borgo in tre quartieri, nominati da uno a tre: primo = dal piano della Coscia alla casa della principessa Geraci; secondo = dalla casa Ghiglione alle metà della crosa della Cella compresa la casa dei signori Scaniglia; terzo dalla metà di detta crosa a tutta l’estensione del borgo a ponente.
Alla morte della regina Maria Teresa, arciduchessa d’Austria (zia del re) viene imposto lutto cittadino per sei mesi da applicarsi a chi indossa uniforme (civile o militare) e gli ecclesiastici.
Il Consiglio approva la spesa (£.1000) per un nuovo orologio sul campanile della Cella, e per il rinnovamento della mobilia della sala consiliare.
Appaiono di proprietà di cittadinoi del borgo solo 5 navi adatte a lunghe traversate (un brigantino di 250t e quattro brick, varianti da 97t a 297t; uno solo atlantico, gli altri Mediterrano.), uno, l’Assunta, di medio cabotaggio (battello da 18 t, mediterraneo e riviere) e 11 battelli (varianti da 3,79t a 1,39, tutti con nomi di santi, per le riviere del ducato). Alla Marina, un solo cantiere produce un pontone alla volta, per conto del governo e – in 5 anni - 3 bastimenti. La spiaggia è considerata libera, ma priva di difese dal mare grosso, e quindi ancora costa nulla alle navi che vengono a sbarcare (per 125mila q., specie olio) - imbarcare (per 25mila q., specie farine dal Piemonte), come spese di ancoraggio.
1835 gli abitanti ammontano a 7848 unità, con 2720 (compresi i familiari) lavoratori “giornalieri”; 2085 agricoltori; 947 pescatori; 565 artigiani; 430 naviganti; 375 domestici.
L’organizzazione sociale è lenta, ma inizia ad arrivare ad interessarsi delle grandi e delle piccole cose. Da un lato, essendo molto cresciuta la popolazione e -di essa- troppi sono classificati indigenti, ‘supplicanti’ e sfrattati, si inizia a pensare a delle case popolari (chiamate ‘casa rifugio’) da costruire alla Marina; e nel contempo deve fronteggiare una epidemia di colera iniziata il 20 agosto: se ne conteranno 96 con 50 morti
D’altro lato si invia il conto da pagare al singolo carrettiere (tal F.Ferrari, abitante nel borgo superiore di san Pier d’Arena, denominato figlio del Soffietto) in quanto ha danneggiato un paracarro per £. 13,60. Abitavano nel borgo anche ‘il Guercio, di nome Giacomino, carrettiere; e il Fuin, facchino, che vengono chiamati a testimoniare. E non ultima la mazziniana Benettini Carlotta che a soli 21 anni (nata 1812) fu arrestata possedendo fogli di incitamento alla rivoluzione: la pena –ancor mite- non la fece demordere e dedicò il resto ella vita (morì nel 1863 a 51 anni) lottando per gli ideali mazzininiani e l’unità d’Italia.
Ad un questionario richiedente se esistonpo monumenti medievali, si risponde di no (e si cita la chiesa di s.Geminiano di Rivarolo!); se ci sono palazzi di buona architettura, viene rispposto che forse la Cella merita qualche riguardo; se avvennero fatti importanti, si risponde con menzione dello straripamento del 1746 ed altre ‘scaramucce’ tra Milanesi ed Austriaci contro i Genovesi; se ci sono monasteri, si risponde che “avvi due ritiri di figlie, uno denominato delle Madri Pie con circa dieci monache,ove accettano figlie edunade e vi è clausura; l’altro eretto di recente, detto di san Pietro, diretto da oneste matrone, ove vengono ricoverate povere figlie mantenute a spese di benefattori e col prodotto dei lavori da esse intrapreso. I due edifici occupati non sono d’alcun pregio”. Se vi sono oggetti di belle arti di rimarco, no; se c’è una scuola comunale primaria pei fanciulli, si. Non esistono librerie ed accademie né altri istituti scientifici letterari. Non esistono fortezze né fortificazioni. Nessun cittadino illustre.
A Genova, epidemia di colera perdurante 3 anni a seguire, con 10.308 casi dei quali il 50% mortali.
1836 l’esattore fiscale indica chi paga più di tasse e quindi i CHI di allora: si ripropongono i nomi del 1825 (ma, allora non erano cifre per tasse ma solo come valore catastale) i Centurione GB (£.513); Scassi Onofrio (£.445), Pallavicini Ignazio (£.432); Canale Raffaele (392); Rolla Francesco (389); DeFerrari Raffaele (£.329); Negrotto Lazzaro (£.298); Pallavicini Domenico (£.270); Maragliano Luigi (£.251); Pallavicini Aleramo (prelato s.Sede, £.243); Ronco Francesco (241); Giletta Domenico (£.218). Compaiono nuovi Favaro Francesco (negoziante £.757); Doria Pallavicini Orietta (£.600); Cambiaso Gaetano (£.457); Di Negro GCarlo (381); Doria Marina (£.281); Gnecco Angelo (sindaco £-251); Spinola Tommaso (£.236); fratelli Rapallino (£.229); Spinola Luigi (£.225); Pinna Felicina (£.223); Spinola Ferdinando (152).
Abbiamo, su 7830 abitanti, 10 detenuti; 46 ‘erranti’ (16 uomini); 385 servitori (185 uomini); l2 liberi professionisti; 18 monache; 15 preti; 10 militari in servizio attivo; 60 militari a riposo; 210 negozianti (60 all’ingrosso, 150 al minuto); 3 redditieri; 2406 coloni (6 in proprio, 2400 alla giornata); 15 impiegati del governo; 1920 artigiani; 2720 lavoranti alla giornata –tra cui facchini- (1730 uomini e 990 femm). (Non appaiono qualifiche specifiche di operai; naviganti, pescatori, ecc.
1837 su una popolazione femminile di 4014 unità, sono registrate oltre un decimo, 480 per l'esattezza, come ricamatrici (tra cui dodici 'maestre'; per lo più mogli di commercianti che provvedevano poi anche alla reclamizzazione, compravendita, esportazione), in più 65 filatrici, 10 tessitrici, 65 sarte. Si concretizzava nel borgo la tradizione del ricamo, di cui si hanno notizie risalenti al XIII secolo -come poi in tutti gli altri borghi e città liguri-; ma specializzandosi nella biancheria e corsetteria intima femminile (i lunghi veli dei "pezzotti", camicie da notte, gonne e sottogonne, fazzoletti, grembiuli, lenzuola). Tra esse è stata fatta una mostra sui lavori della compaesana Maria Oneto Noli, nata 1823, sposa diciottenne che avrà 11 figli (ma già al battesimo del nono viene segnalata non più casalinga ma maestra di ricamo): svilupperà un vero e proprio atelier negli anni 1855-80 apprezzato e conosciuto dalle donne di mezza Italia di allora. Questo fiorente mercato, già dal dominio napoleonico in poi, aveva subìto un arresto e regressione in virtù di leggi che liberalizzavano solo l’importazione di tessuti francesi, e poi inglesi mentre –dopo l’annessione al Piemonte e la loro imposizione doganale- ci fu il tracollo finale del mercato con l’estero delle sete, velluti e damaschi. Ma non solo nei tessuti ci fu una politica doganaria deleteria, ma anche nel mercato dell’olio, della carta, della pasta alimentare, stamperie, confetture e ferriere (a RoncoScrivia). Tutto tale da portare all’esasperazione ed alla rivolta del 1848.
In quest’anno Giuseppe Vallardi edita un libro-guida di viaggi. Nel percorso lungo la Riviera di Ponente, scrive « il viaggio da Genova ad Antibo, può farsi facilmente per mare, noleggiando una feluca, cioè un battello coperto diretto da un piloto (sic) e da otto fino a dodici rematori, i quali ora spiegando le vele ora vogando, fanno il viaggio in due giorni se il mare è in calma, altrimenti non partono. E poiché costeggiano sempre, prendono terra assai facilmente se durante il viaggio il mare si turba… e benché sia assai più gravoso ed incomodo il viaggio per terra, pure il viaggiatore n’è compensato dal diletto che prova, essendo la riviera pressoché tutta coltivata comne un giardino…Il delizioso sobborgo di San-Pier d’Arena offre un grazioso spettacolo agli sguardi del viaggiatore il quale non si sazierà mai di ammirare la magnificenza dei palazzi e della case di delizia, e l’amenità dei giardini». E altrove «San-Pier d’Arena è il sobborgo più ameno di Genova ove…il comune linguaggio è un cattivo dialetto e poche persone parlano il buon italiano». Lo stesso Vallardi spiega due cose: una, che allora a Genova avevano corso le monete d’oro chiamate ‘quadruple’ (alla pari dei zecchini veneti; dell lire del lombardo veneto; dei fiorini fiorentini; delle ‘doppie’ romane; dei ‘Luigi e pezze’ da 40 e da 20 franchi francesi. La quadrupla d’oro corrispondeva a 96 lire e ne esisteva di metà valore e di un quarto, molto di più della quadrupla d’argento (che aveva lo scudo di san Giovanni Battista); seguiva la ‘morajola’ che valeva 4 o 10 soldi; mentre la piccola moneta di rame è quasi scomparsa.
Seconda, che per viaggiare si potevano usare come ‘velociferi’, i ‘birrocci’ (per 1-2 persone, 2 cavalli, un postiglione, 2-4 ruote, con mantice e parafanghi); oppure le ‘limoniere’ (per 2-4 persone, 3 cavalli, un postiglione, 4 ruote, senza mantice); oppure la ‘berlina’ (per 1-6 persone, 6 cavalli, 2 postiglioni, 4 ruote); oppure le diligenze.
Il Comune fa appello al re affinché venga aperto nel borgo un ufficio postale, ché la Generale Azienda delle r. Poste vuole mettere a carico della comunità o dei commercianti. Propone rifare una nuova casa comunale, da erigersi nella piazza antistante l’esistente; disponibile di occupare una parte o anche solo un piano a chi si proponesse fare un nuovo fabbricato a sue spese; si impartiscono linee di massima: piccola antisala, sala consigliare, gabinetto (ambedue senza camino per evitare incendi), armadi chiusi per cartaceo (l’ultimo inventario era stato fatto nel 1836); ecc..
Si organizza per fare in proprio il censimento ed un centro statistica, avendo raggiunto i 7716 abitanti. Sino ad ora era a carico dei parroci, durante il loro giro di benedizione pasquale. Risulterebbero, m=maschi e f=femmine, divisi per età: -5anni (m512, f470); 6-10 anni (m465, f366); 11-20 (m814, f905); 21-30 (m734, f802); 31-40 (m315, f423); 41-50 (m372, f310); 51-60 (m272, f344); 61-70 (m155, f139); 71-80 (m46, f43); 81-90 (m13, f9); 91-100 (m5, f2); oltre (f1); rifare il catasto, fermo dal 1798 ed inservibile esendo misurato in cannelle genovesi o a palmi
Le manifatture attive sul territorio sono aumentate:
1 filatura cotone+ 1 tintoria cotone (di Rolla Francesco); 1 raffineria zucchero (Dufour Lorenzo); 1 fonderia in ferro (Balleydier Giuseppe); 2 fabbriche di candele di sevo (una di Boccardo Francesco, una di Lombardo Pietro); 2 di biacca (una di Costantini Gandolfo, una dei f.lli Grasso); 2 di carte da gioco (una di Remorino Lorenzo, una di Bosio Costantino); 1 stamperia di indiane (Tubino Andrea); 2 di amido (Fava Emanuele e Manfrone Angelo); 15 di sapone (Romairone Franco; Mongiardino Bartolomeo; Canale Raffaele; raverso Angelo; Montano Nicolò; Granara Angelo; Tubino Salvatore; Canale Andrea; Canale Bartolomeo; Canale GB; Canale Giacomo; Queirolo Lorenzo; Bavastro Angelo; Bruno Giovanni; Figari Giuseppe).
Gli esercizi pubblici vedono: 4 alberghi; 3 locande; 12 bettole; 3 trattorie; 1 taverna; 33 osterie; 4 cantine; 2 caffé; 2 rivendite di liquori
1838 sindaco Tubino GB
Il Porro (1801-1875; inventore del tacheometro e della celerimensura) consegna la sua carta. Era stata iniziata sotto la sua direzione nel 1835, col lavoro dei militari del Genio Zappatori del regno Sardo. Aveva usato tecniche innovative sue (e quindi per la prima volta in Italia). In totale sono 49 tavole a penna ed acquarello colorato; in scala 1:2000; conservate all’ISCAG=istit.Stor.e Cultura Arma del Genio-Roma. Documenta il territorio genovese in età proptoindustriale; è quindi l’ultima rappresentazione dell’area urbana e rurale non ancora sconvolta dalle trasformazioni urbanistiche che inizieranno nella seconda metà del secolo.
1839 sindaco è Mongiardino Bartolomeo. Secondo Tuvo, gli 8mila abitanti erano suddivisi: 2800 giornalieri; 2000 contadini; 1000 pescatori; seguivano artigiani, marinai, domestici, bottegai, commercianti, ecc.
Le terre sono ancora dell’aristocrazia sebbene non più ricca come prima e quindi condiscendente a vendere parte dei terreni. Il Consiglio Comunale era tendente a favorire chi dava lavoro, a scapito della conservazione del territorio.
1841 circa. Federico Confalonieri, pubblicato postumo, scrive “i nobili genovesi attratti dalle bellezze naturali della riviera e dal suo clima, si davano convegno in San Pier d’arena a passar li caldi et a godere della villa” (notizia ripresa da Roncagliolo storico del Gazzettino, senza bibliografia).
1841 la prima linea di Omnibus, vide la città capolinea del servizio.
1844 il medico inglese Henry Jones Bunnet, rientrato da un giro d’ispezione per annotare il nostro clima e la sua influenza sugli invalidi: ad un certo punto esclama «peccato che si preferisca l’aria confinata entro le mura di Genova e non si goda il clima di Albaro e di Sampierdarena!». Se fosse tornato dopo una decina d’anni, avrebbe cambiato parere, soprattutto per merito dei suoi compatrioti (in Albaro c’erano, ma...leggi a 1846).
L’olio è una delle merci di più alto commercio all’ingrosso (si contano oltre 2mila truogoli (contenenti in tutti 6milioni di litri) che arrivano: 12.656 q. di produzione locale, più 23.791q. dalla Sardegna, Toscana, Campania, Tunisia e Spagna; la maggiore quantità si esporta, altra per trasformarlo in sapone (quello di qualità inferiore ad alta acidità), piccola parte ad uso locale.
1846 /14 marzo, era sindaco Rivara Antonio
In quegli anni Taylor e Prandi aprono la via all’Ansaldo. Così le industrie meccaniche, compresi i Balleydier (vedi 1832-; ora con 58 operai), sono diventate due (mentre Joseph Westerman, inglese, a SestriP. impianta officina per macchine idrauliche: diverrà il cantiere navale con annessa officina meccanica di proprietà della società in accomandita Nicolò Odero fu Alessandro; e occuprà intorno a 1200 operai); 2 produz. combustibili (4 operai); 2 chimiche (con 46 operai); 25 di sapone (57 operai); 2 produz. di amido (9 operai); 2 concerie (6 operai); 2 lavoraz. cotone (71); 3 produz. biacca (17); una cordami (33 operai); 10 alimentari (56 operai).
Paolo Lingua, in un suo scritto giudica – condiscendentemente - che la vera fortuna di Sampierdarena, fu Camillo Benso di Cavour e l’”Ansaldo”, ambedue che iniziarono la vera leggenda della città; una leggenda industriale ma soprattutto di uomini venuti dalle regioni vicine e che nell’incrociarsi hanno creato l’«homo novus sampierdarenensis», collettivo, associativo, sociale, ben diverso dal genovese del centro non “mescolato” e quindi ancora legato alla cultura locale antica. Io sono uno di questi ‘nuovi’!: orgoglioso di essere nato qui, ma non so ancora se ringraziarlo, il Camillo, senza il quale certo non sarei stato prodotto da una mescolanza nazionale convergente qui, anche se lui lo fece assolutamente fregandosene di questo lembo di terra pur di perseguire i suoi scopi; o se, amando San Pier d’Arena, come avrebbe potuto essere senza questa evoluzione industriale (come Albaro o Quinto), odiarlo per aver distrutto l’ambiente ed aver favorito la nascita della... «Manchester italiana»! Infatti, prima di dedurre che questo titolo sia un elogio, avete mai visto anche solo in foto, la città inglese, irta di ciminiere fumanti e coperta da smog? Operosa senz’altro si, ma invivibile. Contribuivano a formulare questa definizione, le ciminiere di Figari (colla e sego), del Gaz, degli OleificiLiguri, Dufour (produzione solo di concia al tannino lavorando legno cabrocho (Precotto scrive che nel 1812 l’unica nel borgo era di proprietà di DeMartini e che nel 1813 dovette chiudere); la Glucosio e Destrina, le due Carbonifere, le varie fucine dell’Ansaldo (proiettificio), l’OEG, …
Infatti, i ‘signori’ già da allora abitavano in Albaro o corso Firenze.
Relativi a questi decenni, ancora il paese ha la fama di essere “il borgo delle ricamatrici”; si descrivono oltre dodici negozianti genovesi operanti nel ritiro domiciliare dei lavori a ricamo, per portarli sui mercati.
1847: Giacchero cita che i cantieri sampierdarenesi producono ancora 418 tonnellate di naviglio (poco meno di un decimo rispetto i 4686 prodotti nel genovesato compreso tra Arenzano e Portofino).
Venne nel nostro borgo il gen La Marmora, facente parte di una commissione di ufficiali venuti con il compito di studiare come difendere o attaccare Genova in caso di guerra. Un documento, già giacente nell’archivio del nostro comune, riporta che il generale, mentre era agli Angeli, si espresse dicendo “se io avessi mai ad attaccare Genova, tenterei una sorpresa da questa parte...una volta sulla cinta, si è padroni della città”.
Un Censimento del 1848 dava nel paese 7616 abitanti (altri si ripeteranno: 1861=14.008; 1871=16.756; 1881=22.028; 1901=34.885; 1911=42.421; 1921=52.177).
Il colonnello Giuseppe Avezzana fu nominato Generale Comnandante della Guardia Nazionale; mentre il generale sampierdarenese De Asarta comandava le truppe regie.
De Asarta Giacomo, conte (1834); molte decorazioni ed alte onoreficenze. Nato a SPdArena il 26 ottobre 1780 (Bampi scrive 1786), da Emanuele Dionisio di origine spagnola e da AnnaMaria Chiappara.
Fu indirizzato alla carriera militare entrando –diciottenne- nella guardia del re della Francia col grado di sottotenente. L’anno dopo fu obbligato riprendere servizio, come parigrado, partecipando a diverse campagne napoleoniche in Italia (1805=armata d’Italia; 1806=conquista del regno di Napoli; 1808-11=Prussia e Spagna).
Promosso tenente nel reggimento dragoni partecipò a numerose altre campagne meritando onoreficenze e -1813- il grado di capitano. Con la restaurazione fu reintegrato nell’esercito piemontese col grado di capitano di fanteria, giurando fedeltà al re e maturando dal 1817 prima al grado di sottoaiutante di Stato Maggiore e poi -1823 di capo di Stato Maggiore; 1826- colonnello; 1831 maggiore della brigata Savoia; 1836 comandante della città di Casale; 1839 governatore di Cagliari e l’anno dopo vicere; 1843 ad Aosta per 5 anni; dal 14 (Bampi scrive 16) gennaio 1849 – col grado di maggiore generale comandante la divisione militare di Genova. A marzo iniziò la rivolta popolare promossa dai repubblicani e democratici, a seguito della sconfitta di Novara e dell’armistizio con l’Austria; la sua condotta decisionale fu aspramente censurata da La Marmora, che lo bollò di debolezza al punto tale che – malgrado i suoi precedenti ed una difesa espressa in una “Memoria” fu messo a riposo lo stesso 10 agosto
Il ceto operaio in fase di nascita (da pochi anni i Balleydier; ma da un solo anno il Taylor), assieme a quello del popolo minuto, era alle dipendenze della media borghesia che, (anche se appariva sufficientemente aperta alle innovazioni sociali) era in diretta dipendenza dal governo di Torino, il quale navigava in problemi gravi economici ed organizzativi (tra i quali, quello di Genova, era marginale) esasperati infine con la sconfitta di Novara. Così che, già invisi i piemontesi ed il loro governo; la situazione economica locale era stagnante ed in sottosviluppo; in più si era sparsa la falsa voce assai allarmante ed insistente e non smentita, che nei patti di pace, la città sarebbe stata restituita al nemico austriaco, o comunque di arrivo di truppe perché minacciati dall’Austria.
I disordini ebbero un lento evolvere, dai fischi alle truppe (con ripetute relazioni mandate a Torino), ad episodi sempre più frequenti disordine, di inneggiamento al governo repubblicano ed all’associazionismo (unico modello attivo ed efficace a protezione del ceto della bassa popolazione) e di anarchia (dei non pochi intolleranti ed estremisti). Carlo Alberto che aveva testé acquisito Venezia, sembrava convinto a non voler perdere Genova avendole acquisite ambedue senza plebiscito; ma i regi Carabinieri arrestavano chiunque parlasse o scrivesse di libertà o costituente.
Il De Asarta dopo aver cacciato da Genova i Gesuiti, si arroccò all’Arsenale ma si trovò impreparato a fronteggiare tutte queste situazioni concomitanti --la nuova sede di incarico; --soprattutto privo di forze adatte a fronteggiare il popolo che si era armato; --mancanza di ordini e rinforzi, visto che avevano intercettato il messaggio di richiesta d’aiuto a Torino (a dicembre, De Asarta, mandò staffette chiedendo rinforzi: esse erano state bloccate e riportate indietro dalla Guarda Nazionale); --che anche aveva preso in ostaggio la sua famiglia. Cosicché il 28 marzo dovette cedere i forti Sperone e Begato al Consiglio municipale e far uscire le truppe dalla città. Naturalmente per i superiori fu definito atto di debolezza e inviato a processo militare dal quale –dopo aver pubblicato l’opuscolo “Relazione degli ultimi fatti di Genova”- nell’aprile stesso fu prosciolto da ogni accusa. Non spegnendosi però le critiche, in agosto preferì congedarsi, mettersi a riposo e ritirarsi a vita privata. Morì a Milano il 1 agosto 1857.
Nel 1849 31 marzo –anno della rivolta genovese-.
È sindaco Giuseppe Romairone. Il 23 marzo avvenne la battaglia di Novara, tra le truppe piemontesi e quelle austriache, segnando la ripresa delle ostilità con un vero e proprio atto di belligeranza: la Prima Guerra di Indipendenza. La sconfitta, determinò a Torino l’abdicazione di Carlo Alberto; l’armistizio di Vignale stipulato tra il nuovo re Vittorio Emanuele II ed il gen. J.J.Radetzky; ed a catena tutta una serie di conseguenze che hanno una dose di ragione politiche ed economiche se lette ‘a corte’, o di stretta sopravvivenza se viste in periferia, sulla pelle dei cittadini più poveri.
A Genova, già dal 25 marzo De Asarta fu autorizzato – non fidandosi il Governo del popolo genovese - “a porre la città di Genova in stato di assedio”; il 27 marzo iniziano i primi moti di rivolta antipiemontese che esplodono il 31, sotto il comando di Avezzana e di suoi 10mila armati (un triumvirato prese di redini del governo genovese: Avezzana, avv.Morchio, deputato Costantino Reta); le campane a stormo mobilitano la popolazione; carabinieri e granatieri sparano sulla folla; oltre venti i morti; barricate e assalto all’Arsenale con resa il 2 aprile quando La Marmora era a Ronco con 30mila soldati. Il 5 aprile era a Pontedecimo, e si apprestava a venire ‘per difendere la città dagli Austriaci’.
I genovesi aspettavano invece la Colonna Lombarda che non venne.
La Marmora, uomo di azione e di guerra, scartò l’idea della mediazione o trattazione (se avesse aperto col municipio trattatoive accettabili, avrebbe trovato – a parte i triumviri tenaci come l’Avezzana - dirigenti consapevoli dell’avverso ed immutabile destino: decise per il combattimento, e – alla ricerca di gloria personale - provvide ad attaccare la città partendo dal nostro borgo: distese le truppe ad ala, dal sommo delle mura al mare e – con tre colonne di bersaglieri - avanzò dentro le case ove avvenne grande scompiglio del popolo meravigliato, stupito e coinvolto in primo piano da avvenimenti dei quali non era consapevole. Non è scritto, ma si presume che iniziò qui il ‘sacco’ di conquista. Le strade erano un caos di gente in fuga senza sapere dove, di steffette in corsa, di compagnie di soldati in movimento (inviate per prime a conquistare i forti sovrastanti di Belvedere, Crocetta e Tenaglia nonché le batterie di san Benigno. Tutti e tre furono troppo facile facile preda. Si parla anche di traditori che, infiltrati nelle alte sfere del comando militare ribelle, in realtà favorirono i Piemontesi: in primis il comandante del forteTenaglia che con comportamento molto ambiguo non ostacolò che il forte, il 4 aprile, entrasse (come previsto nel 1847) nelle mani dei piemontesi assieme a sanBenigno) ma anche dai difensori (parte degli allora novemila popolani, la Legione universitaria e da rivieraschi accorsi) posero una prima strenua difesa, ‘casa per casa, metro per metro’. Si descrive che LaMarmora inventò lo stratagemma di accettare trattative da discutere alla porta della Lanterna, e che, una volta là giunto riuscì a prendere a tradimento i difensori (in una non meglio specificata ‘casa Bonino’ pochi genovesi resistettero per tutta la giornata a 200 bersaglieri; contemporaneamente ci fu la morte del volontario e studente Alessandro DeStephanis che tentando una sortita da forte Begato fu malamente ferito a baionettate che lo portarono a morte dopo 28 giorni di agonia.
Difficoltà i bersaglieri incontrarono, quando tentarono di scendere dai forti conquistati: le batterie in mano al popolo di s.Teodoro, della Darsena, del Molo, della Cava e di Montegalletto fecero sbarramento al loro avanzare “menando fiero scempio de’ regi”; mentre i soldati armati di moschetto si appostavano sulle mura di Granarolo; e mentre la cannoniera “Valorosa” opportunamente uscita dal porto cercava di bombardare alle spalle le regie truppe introdottesi nel borgo.
Tutto fu inutile. La Marmora malgrado la resistenza riuscì a superare le barricate, ad arrivare alla Lanterna e ad espugnarne la batteria sbaragliando così con quegli stessi cannoni gli ultimi oppositori (soldati polacchi) che ancora resistevano.
Si descrive - da Felice Venosta - che un solo popolano: Luigi Rattazzi, sarto, padre di sette figli, cercò di fermare i fuggiaschi dalla postazione, e raccogliendo i fucili li scaricò contro i bersaglieri gridando “Fermi per Dio! Viva l’Italia”; finchè una palla lo colse in fronte spegnendone la voce, l’azione e la vita.
Così, ancora il giorno 5 bloccato nell’avanzare, ritenendo ‘non dover meritare riguardo una città di ribelli’, dall’alto di san Benigno ordinò il bombardamento con centinaia di morti tra la popolazione, e l’avvilente saccheggio da parte dei bersaglieri; cosa che avvenne sino all’11 aprile; e, per questo, elogiato dal re che per scritto ci classificò “vile e infetta razza di canaglie”.
Il soffocamento degli ideali libertari da parte delle truppe regie, rafforzò -ma ovviamente di nascosto- l’ideologia repubblicana di Mazzini; ed il passaggio del potere dagli aristocratici alla ricca borghesia, a sua volta rafforzò l’organizzazione operaia che si concretizzerà nelle società di Mutuo Soccorso. A favore dell’associazionismo svolgeranno un’importante attività i fogli “Il Povero”, “L’Associazione”, “Il Lavoro”,”Libertà-Associazione”,”Associazione e Lavoro”.
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secondo cambio di rotta: legato all’industrializzazione
(vedi il primo all’anno 1400)
Con un discreto ritardo rispetto l’evoluzione industriale internazionale – seppur tra i primi in campo nazionale (Cavour preferiva rivolgersi all’estero per le prime macchine e navi), e nella preparazione a divenire città, nella prima metà del 1800, inizia un nuovo periodo per San Pier d’Arena: poco dopo l’arrivo – prima dei fratelli Balleydier, poi dell’Ansaldo (a scapito degli orti di prima categoria e frutteti posseduti e vanamente difesi dalla nobildonna Orietta Doria Pallavicini) ed altri, e con il quasi contemporaneo della ferrovia: avremo la conseguente immigrazione (si arrivò in breve a poco più di 8mila abitanti, tra i quali l’analfabetismo superava l’80%; nel 1967 saranno superate le 70mila unità presenti, divenendo la delegazione più piccola territorialmente ma più intensamente abitata): l’ambiente bucolico-artigianale verrà, in maniera velocemente graduale, totalmente sconvolto. Saranno impunemente tranciati e lottizzati tutti i giardini, le ville trasformate in magazzini o fabbriche o scuole; nuove più o meno brutte case sorgeranno in ogni parvenza di spazio senza difendere in modo più organico la zona pubblica (considerata la moralità e mentalità di quei tempi, non credo ci fosse negli amministratori la bassezza dello guadagno personale (come invece ci fu negli anni 1960) e voglio pensare che quello che fu fatto, lo fu per utilità pubblica. Ma appare ovvio che di fronte a quell’emergenza di immigrati e di bisogno di spazi abitativi, non furono all’altezza di prevenire i danni che concedevano fossero fatti in nome e gloria dell’industria e del guadagno dei soliti pochi); al richiamo della industrializzazione e del guadagno di pochi con sfruttamento di tanti, verrà poi titolata una strada agli operai (così ‘staranno un pò più zitti!’; ma era proprio una furbizia dei dirigenti darla a bere poi con l’’industria’, e più recente con l’’acciaio’) e la città chiamata la Manchester italiana (tutte belle ma ignobili fregature!).
Almeno - nell’inserire il nuovo - si avesse tentato conservare un minimo dell’antico retaggio; come cavallette o novelli unni, praticamente fu concesso distruggere tutto, e costruire dappertutto senza lasciare spazi sociali, in continuo crescendo anche sulle alture fino agli anni 1980. L’unico aspetto positivo è quello umanitario e sociale. Riconosco che non è da poco: forse tutta questa massa di sfruttati sarebbe vissuta peggio; ma è certo che non compensa il danno all’ambiente ed i cittadini ne han tratto scarso vantaggio sul piano della vivibilità, e ne ereditano i malefici (e l’analisi sembra servire a nulla se sino ai tempi più recenti si è proseguito nell’ignorare la conservazione del bello producendo in autarchia (è una parola che non si usa perché fu abusata dal fascismo, ma anche sottaciuta o con parole diverse il risultato è lo stesso e non è cambiato nulla); sono un poco cambiati i beneficiari che possono pararsi dietro le scarse risorse economiche: i ricchi sempre per loro stessi ed il partito per il potere).
Servì solo per i ricchi (son loro che fanno fare la storia agli altri). E per essere riconosciuti città.
A Genova, nel settembre 1846 (vedi fabbriche artigianali ad E51) fu organizzata nei locali del Seminario una grande Esposizione dei manufatti e prodotti nazionali (seta, lana, cotone, pizzi, pelli, carta, metalli, chimica, macchine, oreficeria, agraria) in concomitanza dell’ottavo Congresso Scientifico Italiano. Vi parteciparono:
-medaglia d’argento ai fratelli Rolla, da poco trasferiti a Voltri, eredità di un cotonificio dal padre Francesco fu Felice che aveva iniziato alla Fiumara e che fu migliorato passando dalla filatura a mano a quella a macchina. Si accenna poi a “ il leggiadro e vivo color rosso del Signor Rolla fu apprezzato e ricercato dalla stessa Inghilterra che al principio lo pagava fino a Ln 10 il chilogramma; Livorno, Napoli e il Piemonte gli spediscono ancora i cotoni per tingerli. La sua tintoria è allo sbocco della Polcevera con acqua corrente e caldaje mosse in moto dal vapore capaci di oltre a 50 chilogrammi di cotone; la più estesa è in rosso colla robbia in Sampierdarena, altra pure ivi in rosso con allume e sommaco.”.
-medaglia di rame al sig. Luigi Testori per la perfezione nella difficile arte della stampa e dei colori.
-medaglia di rame alle signore sorelle Lantero per un fazzoletto di tela battista ricamato con buona ed esatta esecuzione. I ricami “trovano nel borgo singolare occupazione, di guisa che presso ogni famiglia di colà è un telaio da ricamare; 12 maestri, 10 negoziantoi di ricamo provvedono il lavoro e ne dirigono l’esecuzione, trasmettendo poscia ai negozianti di genova che lo inviano all’estero. Non si potrebbe desiderare maggiore precisione, esattezza e perfezione di quella adoperata dalle ricamatrici di sampierdarena, tra le quali vuolsi far speciale menzione alle signore srelle Lantero”. Si cita da opera del gen Quaglia: «i ricami che si eseguiscono consistono in cuffie, fazzoletti, vesti, mantihlie, colletti d’ogni denominazione in bianco col cotone, anche alcune in oro e argento per abiti di gala, per chiesa, mussole, e tulli di cotone; su battiste, sui tulli neri di seta, e si imitano con facilità e ottima esecuzione ogni nuovo lavoro, punto o disegno estero».
-medaglia d’oro ai sigg. fratelli Ballaydier (3 dipl.) “essi hanno esposti squisiti lavori della loro fonderia in ferro ed in ghisa in tutto 49 articoli. Questo rinomato stabilimento che già dicemmo eretto nel 1833 in Sampierdarena impiega giornalmente da 40 a 60 operai con la media di un salario di Ln 5.20, vi si consumano 30,000 di ghisa inglese equivalenti a lire 36,000, rubbi di carbone minerale allo stato Cok 10,000 equivalenti a lire 6,000, e rubbi di lignite della miniera di Cadibona per la macchina a vapore 18.500 equivalenti a lire 2960. Per maestranza, agenzia e manutenzione vi si spendono lire 40,000; a rubbi 18,500 rileva la uqnatità dei gitti in ghisa, equivalenti a lire 102,600; di guisaché il totale di tutte queste somme posto in circolazione dalla fonderia ascende a Ln 187,560. I suoi prodotti hanno smercio nel Genovesato ed eziandio il Piemonte. La Direzione per la nuova introduzione di questa estesissima manifattura in ferro e ferraccio di seconda fusione e per li perfetti ed imporetantissimi lavori che ne sortono, accordava ai Signori fratelli Balleydier il premio della medaglia d’oro”. Precedentemente si spiegava: «correndo l’anno 1832 per getto in ghisa di seconda fusione i Signori fratelli Balleydier erigevano nel borgo di Sampierdarena una riputatissima fonderia composta di due forni a manica (kubilot) il cui soffio d’aria condensata è fornito da un ventilatore mosso da una macchina a vapore della forza di 8 cavalli, in cui si adopera il carbone lignite di Cadibona. Tale macchina venne sagacemente costrutta dal Signor Balleydier, il quale dimostrò con essa pa perspicacia dell’ingegno erudito nella pratica dei migliori tabilimenti di tal genere in Inghilterra; la fondita che se ne ottiene è di chilogramm di 3000 di rendita al giorno in due ore. Dalla fonderia dei Signori Balleydier sono opere pregievoli il ponte in ferro fuso del Bisagno e l’altro sospesa a serravalle, parecchi tubi di gaz illuminante, (riporta da relazoione del cav Quaglia: -colle sue grandi storte; mozzi da ruote per l’artiglieria di piazza e da costa, proiettili d’ogni maniera, ceppi massicci per mortai e un’infinità d0oggetti d’uso commerciale, balconate per fabbriche, pentole sottilissime, leggere, e di perfetta fusione e solide, ambe sì o no stagnate e tornite; forni da più vivande per bordo o per campagna- ».
-medaglia d’argento al Sig: Lorenzo Dufour questo dotto ed insigne esponente nevìa due volte rimunerato dalla Regia Camera di Torino con medaglia d’argento per la sua raffineria dello zucchero cioè nel 1832. 1838. Nel 1844 avea la conferma dello stesso premio per l’erezione della fabbrica di solfato di chinina. Cotale fabbrica è posta in Sampierdarena ed impiega 25 persone, preparando 40,000 oncie di solfato all’anno, cioè più di franchi 300,00; se fosse maggiore lo smercio potrebbe produrre il doppio. La qualità del prodotto supera non solo in bellezza quello delle altre fabbriche ma ben anche di quelle che si conoscono e gode di un favore di quattro a sei per cento sul prezzo di vendita. Uno dei pregi che lo distinguono da quello delle altre fabbriche, si è la grande leggerezza; a volume eguale pesa la metà meno. La china che s’impiega è tutta Calissaia proveniente dalla repubblica di Bolivia e di cui negli anni scorsi venivano a Genova molte partite direttamente, ma il governo della suddetta Repubblica avendo concesso ad alcune case inglesi il monopolio di detta corteccia, i fabbricanti che vogliono lavorare roba buona sono costretti a provvedersi in Inghilterra. Al Signor Lorenzo Dufour per ottimo chinino di solfato e citrato di esso estratto dalla sua fabbrica, conferivasi dalla Direzione il premio della medaglia d’argento.
-medaglia d’argento al sig. Loreti e C di Genova perché “è tra i fabbricanti che più siasi sempre giovato di tuttociò che la Chimica e la Fisica ha dato di soccorso alle arti. La stearina semplice fu da esso prodotta or son più di 20 anni…fu il primo a fabbricare in quel tempo le belle candele diafane che facevansi allora a Parigi…quale accessorio alla sua fabbrica fece per tempo le candele steariche tanto generalizzate aggidì, e continua ancora senza imitatori a lavorare i ceriotti fusi di cera finissima tantro in uso da tavola che per lumiere, i quali essendo fusi escludono la possibilità di essere internamente di cera meno fina che quella della supoerficie; la preparazione de’ lucignoli fa sì che non colano, né fanno, come suol dirsi, il moccolo. Gli attrezzi e gli utensili della fabbrica Loreti e C. che puonno dirsi di sua singolar costruzione sono tutti adatti ad ottenere i migliori prodotti possibili coi maggiori possibili vantaggi. In quanto alla materiale estensione di essa, ed alla importanza, sua coomerciale, si annovera tra le principali della noistra città”. Nella parte generale, si precisava “Fabbrica di sevo, cera, zolfanelli: …la sua imperfezione da però luogo ad una consideravole importazione di tal genere…Uno stabilimento se ne sta adesso erigendo in Sampierdarena di Filippine o purificate, quale ne sia il prodotto noi lo conosciamo già, da parecchie prove che felicemente prima d’ora ne mise fuori il Signor Innocenzo Loreti”. Poco dopo: “fra le sostanze oleose e grasse si deve annoverare il sapone alla di cui fabbricazione attesero per tempo i popoli abitanti alle coste marittime. Infatti l’ampio e ricco sobborgo di Sampierdarena ha di tale arte attinta la sua presente grandezza ed opulenza, di guisaché non v’ha dubbio ch’ei cammina a prossima floridezza di città. Quivi pertanto sorgono 25 saponiere con 50 caldaie producenti di per sè sole 15,150 circa quintali metrici di sapone all’anno….Sampierdarena ha un consumo annuo medio di 20,000 barili d’olio e di chilogrammi 578,200 di soda”.
-medaglia d’argento al sig. Giuseppe Romairone che “figura tra i principali fabbricanti di sapone in Sampierdarena. Questi si attenne sempre a tale fabbricazione seguendo le dottrine dei più esperti conoscitori, ed usando le sode le più accreditate in commercio, col’evitare scrupolosamente tuttociò che poteva suggerire l’avidità di un mal inteso guadagno.
-medaglia di rame al sig. Giovanni Bachnert che “stabiliva in Sampierdarena una sua fabbrica in cui colle uve del Piemonte e genovesi si facevano finissimi vini, o comuni scelti, che sostenevano senza soffrirne deterioramento tutte le eventualità eziandio di una lunga navigazione. Preparava pure alcuni friutti indigeni felicemente nello spirito. Avuto riguardo ai pregi di queste sue manifatture il Signor Bachnert sia per i vini, sia per i frutti esposti fu distinto col premio della medaglia di rame”.
-Si fa cenno, nella parte generale, sia a la Torre e Carena, migliore tra le sei genovesi nella produzione di cordami; ‘al coperto, in un locale di 104m, fabbrica le sue corde da reggere il paragone colle migliori inglesi e francesi’; e sia ai fabbricanti di pasta, o vermicellai; delle quali 6 a Sampierdarena; le paste, dette per antonomasia “paste di genova”, sono preferite per la bianchezza, la purezza della farina dovuta alla qualità del grano e dell’acqua, la conservazione della forma e l’ottima cottura loro.
Nel 1848 si contano 1083 nuclei familiari. Diverranno 2895 13 anni dopo causa gli insediamenti industriali.
È l’anno della rivolta genovese contro i Savoia: La Marmora arriva con l’esercito, conquista con semplicità san Benigno ed i forti e, da lassù crea quel vergognoso disastro di bombardamento e sacco. San Pier d’Arena, ovviamente invasa dalle truppe, non può far altro che assistere impotente. Tale repressione viene taciuta con l’obbligo del totale silenzio; tanto che neanche GC.Abba seppe (e quando lo seppe non accettò idealmente l’idea di tale mostruosità ritenendola ‘gonfiata’) e nell’anno dopo:
Nell’anno 1849, Casalis mandò alle stampe il suo ‘Dizionario geografico’. Nella lunga descrizione, si leggono: “S.Petri ad arenaria (sic)... comune nel mandamento di Rivarolo... il comune è composto del borgo di detto nome e dei villaggi di Promontorio, Belvedere e Salita della Pietra... la strada reale centrale... forte di Belvedere e della Crocetta... Comprende i colli di Promontorio, Belvedere e Crocetta... La strada reale centrale...meriterebbe il titolo di città sì pe’ suoi magnifici palazzi, come pe’ suoi numerosi abitanti, e per l’attività dei traffichi... si contano cinquanta e più grandiosi palazzi che tutti nel secolo scorso erano tenuti in florido stato, ma che dopo la rivoluzione furono in gran parte negletti... le chiese: la parrocchiale, san Bartolomeo, di Belvedere, la Sedes Sapientiae col monastero destinato all’educazione delle zitelle sotto la direzione delle Madri Pie, e quello della Provvidenza...i principali prodotti sono il vino, gli agrumi, le frutta di diverse specie, gli ortaggi, cereali in piccola quantità, e fieno bastante ad alimentare più di 150 tra vacche, giovenche e vitelli; 100 tra pecore e capre, e circa 500 cavalli... ad avvivarvi l’industria esistono fabbriche di sapone, di biacca, di amido, di liquori; d’ombrelli, di carte da giuoco: vi sono inoltre una fonderia pel ferro in ghisa che fornisce un discreto guadagno al proprietario, ed un’altra pel ferro dolce: di non poco rilievo vi sono pure una raffineria dello zucchero, due filature di cotone, le stamperie di indiane, ed uno stabilimento per la fabbricazione del solfato di chinina... occupazione vantaggiosa nel commercio, nella nautica, nella pesca, nella mano d’opera e nell’agricoltura... una stazione di cinque reali carabinieri... popolaz. 8010... gli abitanti sono di robusta complessione, d’indole assai pacifica, e molto inclinati all’industria .“
Nel biennio 1850 e 1852, appare Sindaco l’avv. GB. Tubino.
1851/prima domenica di ottobre Nasce la Unione Umanitaria (vedi v.Carzino), la prima società operaia di MS.
Un gruppo di ‘benemeriti promotori’ indica la necessità di aprire un asilo infantile: occorreranno ancora 10 anni prima che l’amministrazione comunale faccia suo questo progetto.
1852/ott una delegazione ministeriale -inviata ad ispezionare i Comuni della provincia- relaziona: «il Comune di Sampierdarena in cui è assai sviluppato l’elemento industriale e commerciale per le case dei ricchi negozianti, per le manifatture, fonderie e saponerie che vi sono stabilite forma in ogni parte la prosperità di tutto il mandamento (a Rivarolo). La classe operaia in questo Comune trova giornalmente da occuparsi, specialmente nel camalaggio. Prova ne sia che in questo popolato distretto non un solo individuo fu denunciato come ozioso... ...il quale (Comune), sia per la sua contiguità alla città di Genova, sia per la sua floridezza, annovera qualche individuo di spirito esaltato»
1853 I Balleydier, dopo vent’anni di presenza, si sono rafforzati sul territorio ma non superano i 220 operai), quando la Taylor&Prandi diventa Ansaldo (vedi). Passa il primo treno attraversando la città (è ancora controverso, se ‘a terra’ o già sul viadotto). Comunque, sarà lui a rivoluzionare il territorio e far guadagnare il titolo di città, assieme agli operai. Ai due stabilimenti metalmeccanici, va aggiunto lo stabilimento meccanico della ditta Angelo Roncallo (non specificato dove ubicata; ma, questa officina meccanica e fonderia -310 operai- avendo annesso un piccolo cantiere navale, probabilmente era alla Marina. Ai tre seguivano -come importanza di occupazione operaia- i Wilson&MacLaren (150 operai) , la Soc. costruzioni meccaniche Cooperativa di Produzione (111 operai), il Robertson (che aveva un opificio anche a Sestri; ambedue dovranno chiudere nel 1871 circa).
Nell’anno 1854, 22 marzo e nel 1857 compare Sindaco Bonanni Gerolamo (nella giunta i nomi: cav. Guido Torre, Sebastiano Dallorso, cav.Luigi Ballaydier, cav.Nicolò Montano). A Genova epidemia di colera con 11.726 (191 a SPdA) casi dei quali 6036 mortali.
Nel 1856 nasce nel borgo don Vincenzo Minetti (vedi via Buranello).
A Genova, Felloni segnala cause di morte: 3613 tbc; 417 vaiolo; 351 aborto o parto; 323 tifo; 49 malaria; ma anche difterite e colera.
La Ferrovia a cavalli di Sampierdarena, espone una media del movimento merci avvenuto con questo mezzo di Strada Ferrata a cavalli, nell’ultimo decennio (1846-56 inclusi): 1) a) merci importate, a deposito o consumo (olio, spiriti, vini, sode, grano, semi oleose, carboni, sale, cotone, legna ed altro)= q.665,000; b) stesse merci esportate per via terra = q.508,000; per via mare = q.45,000. Totale movimento q.1.214.000; valutato in Ln (non è specificato il significato, presumo lire) 1,50 a t. = utile pari a Ln 157.820.
2) Presunzione di maggior movimento: di cereali=400.000q, cotoni 100.000q, salumi e ferramenta 300.000q. – allo stesso prezzo, Ln=104.000.
3) spesa della Ferrovia Ln 1,100.000 comprendente interessi bancari Regia Cassa Depositi)+esercizio (manutenzione strada e opere accessorie, vagoni, olio, deterioramento, fitti, foraggi dei cavalli, stipendi, facchinaggio, servizi .
4) conclusiva eccedenza in guadagno: Ln 141,270 = viene considerato ‘vistoso profitto’ che potrà aumentare sia aumentando le tariffe (visto che nel porto di Genova la valutazione è di Ln 4 a t.); sia per un migliore smaltimento delle merci in virtù della ferrovia, con calo delle spese di deposito, facchinaggio, stallìe; sia per maggiore giro di merci usando le gallerie in proprietà.
In data 1857 si firmano sindaco: il 14 febbraio ancora Tubino GB.; senza data del documento, Bonanni G.
Vengono pubblicati i “Bozzetti alpini” di Giuseppe Revere (1812-Roma 1889; scrittore triestino che prese parte all’insurrezione milanese del 1848 ed alla difesa della Repubblica romana l’anno dopo; finì per stabilirsi a Genova, scrivendo impressioni e ricordi). Riguardo le verdure della val Bisagno, cita “...se fossi insalataio vi parlerei a lungo intorno alla coltura delle ortaglie. Non v’ha minestra o minestrone genovese, ove non paghi il suo contributo Val di Bisagno, o San Pier d’Arena perché anche là si coltivano gli agli, le cipolle, le carote, i navoni, le rape,..., i rafani e le scorzonere, ...”
1859
definizione dal parte del Ministero delle Finanze
dello stipendio del “Banchiere del Sale”.
1860 nei primi giorni di maggio, il borgo pullula di volontari venuti da tutta Italia per partire con Garibaldi; prudentemente mandati ad alloggiare ‘fuori città’: erano stati ospitati dai cittadini locali, anch’essi in preparativa per salpare. Tra essi De Lucchi Giulio Paolo Giuseppe, figlio di Gaetano, nato nel borgo il 7 nov. 1841, assieme a Traverso Quirico di Tomaso che era venuto qui ad abitare.
La popolazione, nel 1861 è di 14.008 ‘anime’, per 2895 famiglie. Ci sono 30 fabbriche di sapone; 4 fonderie; svariate chimiche (di cui due per la preparazione del solfato di china e citrato) e di liquori o birra e gazzose; una, per l’olio di semi, mattonelle combustibili, corderia, tintoria industriale, gazometro, carta, cemento idraulico, cotonificio. Per esse, si incrementano del 9% le aree edificate a scapito delle coltivazioni.
L’amministrazione comunale vara il progetto (relatori i consiglieri GB Tubino, NMontano, GSeverino Grasso) di un ‘asilo infantile’: il regolamento vede l’emissione di azioni da £.5 e l’intervento del Municipio, delle Congregazioni di Carità e dono da persone pie, per stipendiare maestre, assistenti e quanto occorrerà per l’esercizio. Finalmente è recepita la necessità della ‘coltura educativa dell’età primaria, la sola che tende a formare il cuore e la mente dei fanciulli’. La stessa, applica nel pianerottolo della Soc.Operaia di MS Universale, una lapide a memoria di Galleano Francesco (‘carabiniere genovese’ nato a SPdArena) e Traverso Quirico (abitante; morì a Maddaloni), partiti con Garibaldi e morti per “redimere Sicilia e Napoli”.
1862 popolazione di poco più di 14mila unità. Sulla “Gazzetta di Genova” un cronista di un giornale milanese riporta con precisione un elenco delle diverse fabbriche (circa 80, con 1200 addetti) esistenti nel comune (il Municipio, l’anno dopo, precisa esserci 1975 addetti all’industria, di cui 1289 nel settore metalmeccanico). E quindi di nuovi numerosi imprenditori. Risultano: 4 fonderie (Ansaldo (700 operai); Balleydier (350); Robertson (specializzata nella produzione di ruote idrauliche, turbine e macchinario idrodinamico; possiede 300 lavoratori); Mignone (aperta nel 1860, 20 dipendenti)); 30 fabbriche di sapone (100 addetti; con produzione totale di 12mila q/anno); una ditta, Giacomo Calvi (30 lavoranti, estrae olio di semi per 8mila q.); una tintoria Rolla (100 operai per lavorazione e tintoria del cotone); Rossi &C (fabbrica di mattonelle di combustibile derivato da carbon fossile e pece minerale); due chimiche (i fratelli Dufour e ditta Scerno (chimici, fabbricanti solfati e citrati)); Carena e Torre (70 operai, produce gomene e funi); altre, produttrici di biacca; carrozze; gasometro; carta; cemento idraulico; commercio di frutta secca; magazzini di deposito di merci varie (compreso il guano fertilizzante proveniente dal Perù; il sale; la soda; l’alcool).
1864: il potenziamento del porto genovese riduce il traffico marittimo con scalo alla nostra spiaggia, riservata prevalentemente a zona di stoccaggio merci; comunque sbarcano ancora 542mila t. di sale e 7,5 t. di tabacco greggio.
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Terzo cambio di rotta : città
( 1° cambio, 1414; 2°, 1840; 4°, 1856)
1865: il 30 aprile il re Vittorio Emanuele II con regio decreto sottofirmato anche dal ministro Lanza Giovanni, conferisce il titolo di città, per meriti acquisiti nell’industria, nel commercio, nell’arte e nella cultura.
Il sindaco scrive in un manifesto affisso ora in biblioteca Gallino: «Concittadini, Sua Maestà con Decreto del 30 scorso aprile ha conferito a questo paese il titolo di Città. È questo un avvenimento che segna un’epoca memoranda per il nostro Comune, poiché ne sancisce la sua importanza politico-commerciale a cui pervenne per l’operosità e il senno dei suoi abitanti. La Giunta Municipale persuasa che tornerà gradito l’annunzio di tale concessione porta a conoscenza del Pubblico, qui trascritto, il Reale Decreto.
S.Pier d’Arena 21 maggio 1865»
la popolazione è di 15.388 unità (7899 maschi, in aumento per l’offerta di lavoro negli opifici; e 7485 femmine) in 3388 famiglie
Nel 1867 c’erano 5 fabbriche metallurgiche che occupavano 1289 operai; quattro che lavoravano il piombo (43 operai); 5 industrie combustibili (144); tre industrie chimiche (46); due fabbriche di sapone (12), 2 di amido (5), una di cotone (60), una di corde (45), una di olio di semi (42), 12 di alimentari (54); una conceria (8).
Epidemia di colera.
Nel 1869-70 compare sindaco il cav.avv. Bonanni Antonio con segretario Bertorello GB. Uno sciopero all’Ansaldo –per questioni di orario e disciplina- durerà 25 giorni.
Si scrive che in questo anno, in zona Pietra, fu ritrovato uno scheletro di uomo gigantesco, di presumibile origine degli Ombroni (o Omboni).
Epidemia di vaiolo (a Genova, 1317 morti)
Seguono: come sindaco nel 1871 per un biennio, sarà il cav. Montano Nicolò; quando la popolazione è salita a 10756 abitanti (Boero scrive che la popolazione è di 16756 unità, di cui 8210 maschi e 8546 femmine con 10014 analfabeti pari al 59,76%). In quest’anno, la Prefettura impone il sistema metrico decimale, quando il popolo trattava la merce ad once (che resistette più di tutti, ancora nel 1930), libbre, rubbi e palmi.
1873 epidemia di colera
E nel 1875 Balleydier Luigi; quando la popolazione è cresciuta raddoppiando, a 22.028 persone;
1876 Nel febbraio fu condotta dall’ing. Agostino una inchiesta sulle condizioni di salute delle industrie della città: relaziona che sono molte e svariate. Principali sono: le meccaniche (senza citare i piccoli, su tutti GioAnsaldo&C, F.lli Balleydier, Wilson&Maclair (sic)=da esse lo svincolarsi dall’importazione di materiale bellico, linee ferroviarie, navi e motori; caldaie, lamiere); raffineria degli zuccheri (da due anni, la soc.LigureLombarda (raffineria, distilleria, fabbricazione e rivivicazione del nero animale, gazometro, piccoli opifici poer riparazioni, depositi, ecc. L’Italia ne consuma 80milioni di kg.fino ad ora tutti importati. Ora se ne producono 20 -80mila/die, 400 operai, consuma 30 t di carbone- , ma potrebbero essere di più se variassero le disposizioni doganali); fabbrica di saponi e candele steariche (terza come importanza, una volta era monopolio dei liguri ma alterando i prodotti –con talco, stearite, barite, ecc- furono scalzati da Marsiglia. Producono tutte le qualità e quantità; sono numerose, tra esse primeggiano: “Agostino Oneto &C.”, Giacomo Canale, Smith, J.Meyer, Luigi Traverso. Di candele si stanno impiantando fabbriche vastissime); estrazione di olio dalle grane oleaginose (Giacomo Calvi da 20 ani sul mercato, Scerno&Gismondi&C., Dufour&Bruzzo. In collaborazione con le aziende del saqpone, che possono usufruire dell’olio di terza pressione); prodotti chimici (il salnitro –nitrato di potassa, nitrato di soda, cloruro di potassio-, della Scerno Gismondi &C, indispensabile per l’autonomia delle polveri in caso di guerra); paste commerciali (massima produzione a libelo internazionale, detta “Pasta di Genova” è prodotta da Andrea rebora che produce 30q di commestibili/die); prodotti chimici (la Dufour per il solfato di chinina); tessitura di tela (F.lli Gerard) per vele; cordami (la Carrena e Torre); biacca; tubi lastre e pallini di piombo; amido, birra ed acque gazose, conserve, liquori, zolfanelli, turaccioli, combustibili agglomerati, filatura e tessitura di lana, concimi artificiali, tintorie, segherie a vapore, molini a vapore, brillanterie del riso.
1878 persiste il vaiolo; nelle decade successiva in totale a Genova ci saranno 1132 morti.
Nel 1881 è sindaco il comm. Torre Giuseppe, che rimase in carica fino al 1886. Boero segnala 22028 abitanti (11296 maschi, 10732 femmine, 9945 analfabeti pari al 45,14%). Una statistica genovese, relativa alla decade 1881-90 vede come causa di decesso (in altre, per SPdA il 10% del genovese) in primis le malattie polmonari (polmoniti, pleuriti, tbc, bronchiti=15.469 casi); difterte (928); tifo (917); vaiolo (842); morbillo (736); colera (423); pertosse (233); risioela (212); scarlattina (194).
Inizia la crisi della navigazione a vela e delle imbarcazioni di legno.
Remondini, nel 1882, nel citare le cappelle private ospitate nell’interno dei palazzi importanti (attenzione: di vicariato, non di sola SPd’A quindi), oltre quelle delle ville normalmente conosciute (Masnata, Currò, Sauli-Lercari, Imperiali, Doria-Pavesi, Spinola, Agostino Doria, Crosa-DeFranchi) ricorda, citate da Bossio (1582) - non ubicabili - una ‘villae D.Principis Salerni’; una ‘capella villae nob. Silvestri Cattanei; dei Francovilla; dei Mariotti; di David Staglieno (1654); di Rossi GB(1770). Ed altresì che ‘fuori le mura’ poi esistevano nel 1865 un palazzo Cataldi già Bracelli in Crocetta; un palazzo Airenta in san Bartolomeo del Fossato già esistente nel 1739.
Nello stesso anno intanto, l’8 giugno, il Consiglio comunale delibera partecipare con 3000 lire alla realizzazione di un monumento a Garibaldi (+ altre 1500 per un busto in marmo da collocasi nella sala comunale= esso fu ordinato a Giuseppe De Martino e fu inaugurato il 2 giu 1883 in occasione del primo anno dopo la morte del generale. Attualmente non è specificato dove sia detto busto). Il monumento in bronzo, sarà affidato ad Augusto Rivalta (mentre i calcoli per l’equilibrio della struttura, a Riccardo Haupt – amico e collaboratore dello scultore), sarà inaugurato il 22 giugno 1905 (in piazza – allora XX Settembre- nel piazzale di fronte al palazzo del Monastero, ove il Comune si proponeva portare la sua sede).
1883 Remedi segnala che sul lato sinistro del cortile di Palazzo Tursi, in Via Garibaldi a Genova, si trova una grande lapide in candido marmo di Carrara dedicata: «AI LIGURI / CHE NELLA LONTANA TAURIDE / CADDERO NEGLI ANNI 1855-1856 /ALLORCHĖ REGNANDO VITTORIO EMANUELE II /L’ESERCITO SUBALPINO /TENNE ALTA LA NAZIONALE BANDIERA / INIZIANDO ALLA CERNAIA LA NUOVA ERA ITALICA 7 I SUPERSTITI REDUCI DALLA CRIMEA IN GENOVA / CON CARITA’ DI FRATELLO E CUOR DI SOLDATO / PARTECIPE IL COMUNE / PONEANO / MDCCCLXXXIII». Scorrendo il lungo elenco nella parte terminale della terza colonna, a destra si legge anche, fra i marinai dei Reali Equipaggi:
MORASSO Giuseppe - S. PIERDARENA
1885 il Comune diventa proprietario della villa Centurione del Monastero.
1886 il 25 aprile i Garibaldini locali partecipano in divisa all’inaugurazione della sede dell’Universale (vedi quadro di Federico Piccone, pittore miniaturista ed illustratore di scarsa qualità).
1888-1891 troviamo Sindaco il cav Dallorso Pietro (il borgo ha 25.761 abitanti).
Sono in attività in serie di pittori che verranno inclusi nella cerchia de “i sampierdarenesi”, da Nicolò Barabino (1832-1891), a Antonio Varni (Genova 1841-1908), Carlo Orgero (Castelnuovo 1844-1919), Angelo Traverso (1858-1940), Angelo Vernazza (1869-1937), Derchi GB (1879-1912), Dante Mosè Conte (1885-1919), ad Arnaldo Castrovillari (Firenze 1886-1919). Nelle mostre si include Luigi Morasso (1797-1872).
1892 il telefono ha 43 abbonati (contro 690 a Genova); diffusa in tutto il territorio la illuminazione a gas (una officina, con 174 addetti, garantisce la fiamma in 332 becchi stradali e per 4560 privati); l’illuminazione elettrica interessa solo la stazione ferroviaria ed alcuni stabilimenti.
Una pubblicazione ministeriale fornisce dettagliata presenza dell’industria in città: 9 officine meccaniche (GAnsaldo&C- f.lliBalleydier- OnetoFrancesco- Roncallo Angelo- RoncalloStorace&C- SegristiGiovanni- Soc.Coop.Prod.Costruz.Metalliche- Wilson.MacLaren- ZenoglioTito-; hanno in tutto 32 caldaie (per complessivi 1073 cv corrispondenti alla metà di tutte le officine presenti nella provincia); 24 macchine a vapore (per una potenza totale di 981 hp, su 2064 nella provincia) ; che danno lavoro a 2406 operai (praticamente assenti le donne) dei quali 168 minori di 15 anni) ); vari mulini (e brillatoi di riso; con pastifici); 2 aziende saccarifere (la “Società Ligure Lombarda” (con 1050 operai tutti adulti -di cui 300 donne-, capace di produrre 360mila q. di prodotto raffinato, 7mila hl di alcool -distillando cereali di provenienza nordamericana-, ed 11mila q. di tela di juta. A Rivarolo un altro loro stabilimento occupa 580 operai); e la soc.an. Raffineria Genovese (con 178 operai-vedi E77)); 11 stabilimenti di conserve e scatolame alimentari (tonno, acciughe, legumi, funghi, conserve; l’azienda di Silvestro Nasturzio –con 51 operai- è la più importante); resistono i saponifici, una piccola fabbrica di fiammiferi di legno, 3 imprese chimiche (Scerno-Gismondi (nitrato di potassa); la Massa Corrado &C (concimi artificiali e colla); Dufour fratelli (chinino, mannite ed altri prodotti chimici per medicina; estratti da legname per tinte e conce); un tessile (il più importante della provincia, per tele da vela o canapa . Appaiono scomparse le lavoratrici casalinghe o con lavori a domicilio).
L’operaio, in media, lavora 12-14 ore al giorno. Ovvi i soprusi; la non regolamentazione del lavoro femminile e minorile;assenza di casa mutua, infortuni o pensioni; la miseria, gli scioperi, la fame, la carenza di alloggi e di igiene. Il Lavoro lo definisce “l’ergastolo industriale”.
1893/21 maggio alla soc.Op.Universale (sindaco cav. Federico Malfettani) con copresidente V.Armirotti si svolse il quinto congresso di tutte le società cooperative. a sostegno della tradizione mazziniana e democratica (mutualità, cooperazione, resistenza). In città ci sono 33mila abitanti.
Interessante conoscere le
modalità del trattamento degli operai, riferito dalla Fiom relativo all’anno 1894: il giorno di sabato 2 giugno gli operai di una
fabbrica entrati al lavoro alle 7, avrebbero dovuto essere lasciati liberi dopo
12 ore di lavoro. Invece, poco prima dell’ora indicata, si intimò l’ordine di
continuare a lavorare, rimandando la cessazione alle ore 6 del mattino dopo.
Computata così la giornata di lavoro, cui furono obbligati uomini, donne e
ragazzi, senza riposo e senza cibo (?), arriva a ben 23 ore. Parimenti a
Fabbriche di Voltri le donne e giovinette addette all’aspo, dopo 12ore e mezza
di lavoro furono rinchiuse a lavorare sino a mezzanotte. Il fatto è che ancora
non esisteva in Italia una legge che limitasse il lavoro, specie per le donne e
i ragazzi; anzi, la legislazione puniva ogni accordo di operai (art. 385 e 387
codice penale) diretto alla cessazione del lavoro per ottenere miglioramenti
salariali.. In troppi casi -per la mancanza di ogni senso di umanità o per
delle opportunità di mercato- era il tratto caratteristico dei padroni ritenere
lecita qualsiasi prepotenza verso gli operai.
1895/24 marzo nacque la Camera del Lavoro locale –che sarà a lungo la più
importante- (istituzione mirata a difendere gli
interessi delle classi lavoratrici, promossa da tutte le società già addette
nel ramo: l’Universale, altre SMS, Cooperative)- Alcuni autori hanno scritto nel 1901; ma il sito FIOM conferma,
precisando che il 26 maggio 1894 i rappresentanti delle associazioni d’arti e
mestieri indicarono una commissione tra cui il meccanico Dagnino, per preparare
l’elezione della Camera del Lavoro. Le leggi eccezionali emanate nell’estate ne
impedirono la realizzazione. Il 24 marzo 1895 si costituì la Camera del Lavoro
di Sampierdarena. Nel gennaio dell’anno dopo si formò quella di Genova.
Sul ‘Caffaro’, Luigi Arnaldo Vassallo scrive “il comune di San Pier d’Arena spende ben 60.000 lire per la pubblica istruzione, impartita da un direttore, 21 tra professori e maestri, una direttrice e 11 maestre...le scuole sono frequentate da 966 alunni e 711 alunne. Non mi paiono pochi davvero, in una città di soli 20.000 abitanti”.
1896 è sindaco (Maranzana? illeggibile) Francesco
Con lettera ai parroci datata 5 febbraio 1897 ripetuta il 12 marzo 1904, l’assessore alla Pubblica Igiene C.Raffetto segnala l’istituzione di un ‘servizio sanitario gratuito’ esteso ai poveri, comprendente un medico condotto, ed il cui elenco dove essere compilato dai parroci e da altri cooperatori (per la Zona I =Cella e centro città; Zona II san Gaetano comprendente san Martino, Campasso, parrocchia di Certosa e Pietra; Zona III parrocchia delle Grazie, con Coscia, parrocchia di Promontorio e frazione de di Belvedere).
Il Comune spende poco più di £. 150 per l’istruzione pubblica.
Nel 1898 aveva 25.751 abitanti. In città si minacciano tumulti popolari a causa del prezzo del pane
1899 si firma sindaco –fino al 1901- Malfettani Federico
A fine secolo appaiono essere vitali in città una lunga serie di piccoli opifici o fabbriche (da Tuvo): biancheria (=Trucchi e Rolla; + =Gerard fr.lli Carlo-Giovanni-Nicolò); candele (Zambelli GB); cappelli (Bagnara Ersilio); carrozze (Fava Giuseppe); casse (Daste Carlo&C); cemento (Bodda e Frassinetti); cordame (Carena e Torre); ferro e ghisa (Ansaldo); fiammiferi (Pasini Pietro; frat.Borri; DeFranchi C.); liquori (dal 1752, Morando Giovanni fu Ignazio); litografie (uno); marmo (Piffaretto Pietro); mattoni (uno); olio d’oliva (Castello Matteo fu GB; Casanova Salvatore-Dellorso; Meyer Isidoro; Galliano-Tubino; Ottone giorgio; DeMarchi Girolamo fu Antonio e succ.; Coppello-Chiaffarino); pasta (Rebora Andrea; Parodi lorenzo; Morando eredi; Figari Giovanni; MolntaldoGB); piombo (Troielli (sic.Torrielli?) Giovanni); sapone (Castello Matteo fu GB; Casanova Salvatore; Mayer Isidoro; Galleano Tomaso; Oneto Agostino&C; Romairone frat. di Agostino; Galliano Pietro; Queiroli-Calvi); tipografie (Vernengo Francesco e Ospizio SVincenzo); turaccioli (Terrasi Francesco); zucchero (Ligure lombarda; Magnaghi&C).
1900/settembre l’amministrazione civica entrò in crisi politica: l’assessore anziano Tornagni ebbe il regio incarico di sciogliere il Consiglio comunale; il potere fu assunto dal regio Commissario Straordinario conte cav. Angelo DeBenedetti, dal 12 settembre fino al 14 febbraio 1901.
VArmirotti eletto parlamentare socialista di sinistra.
1901- Spd’Arena conta –al censimento- 35mila abitanti; i socialisti-riformisti vincono le elezioni per l’amministrazione comunale e sindaco diventa Nino Ronco (1901-1907) con vice l’avv.Murialdi Luigi ed uno dei consiglieri è P.Chiesa (Tutti promuovono un novello interesse all’arte ed alla cultura).
Esiste in città una Tipografia Melcon Bernardo e figlio, non specificato dove.
La Camera del Lavoro (la nostra ancora dipendente da quella genovese con 2568 iscritti), sciolta per decreto prefettizio, viene ricostituita; segretario l’operaio Rossi Giovanni per pochi mesi, seguito da Massara Carlo; nell’ottobre organizzò il primo Congresso regionale ligure (70 associazioni, per 65mila iscritti) tra CdL e mutue cooperative ed al governo lotta tra riformisti e socialisti
I questi anni, i trasporti erano ancora tutti tramite carrozze, muli e cavalli. Franich stila un elenco di carrettieri non specificando purtroppo gli anni di attività e per molti neanche la sede; da esso si rilevano sicuri a SPd’A : f.lli Azzali (anche a Bolzaneto); Bacciara (anche a s.Teodoro), era famoso per possedere i cavalli più belli della città: li pagava cari ma dovevano essere i migliori al unto che il detto era “tanto bello che mnon ce l’ha nemmeno Bacciara; Bagnasco Giacomo imp.trasp. compare in Pagano/20; Bergamini Federico; Bergamini Giuseppe; Bianchetti Giacinto fu uno dei più impegnati al trasportro del materiale necessario per costruire nel 1915 l’ospedale a villa Scassi, e buona parte del guadagno fu devoluta all’ospedale stesso; Bocca Mario; f.lli Bonzi compaiono sul Pagano/19; Bordo Giulio anche a Sestri; Carretta Augusto; Canepa manovre Sul Pagano/20: Stefano e figli, trasporti in genere, impresa sbarchi e trasportitabacchi, via CColombo; Capello Giuseppe; Carminati & Rapallo manovre; Carossini manovre; Carpaneto (nel Pagano/02 e Pagano/20 alla voce trasporti ne compaiono tre: Giuseppe in via NBixio, Franc. in v.Mercato, GB in via Colombo); Casagrande; f.lli Crosa; Fincosit; f.lli Gandolfo; Gazzo Luigi anche a Rivarolo; Lagorara impresa manovre, Stefano, compare in Pagano/19, impresa facchinaggio in stazione e trasporti a domicilio (scalo piccola velocità);Lanati &C impresa a domicilio; Mantero Maria ved. Rossi; Marchese f.lli; Moro Tommaso; Parodi Salvatore; Piattini; Porcile; Puppo Angelo; Puppo Antonio; Rebora f.lli; Robba f.lli (nel Pagano/19 compare Morasso Barbara ved. Robba eredi); Sacco f.lli; Traverso Emilio; Vagge Bruno; Vagge GB..
1903 nascono il Consorzio Autonomo del Porto, con presidente Stefano Canzio; ed il quotidiano politico e commerciale “il Lavoro” .
Una relazione di G.Murialdi e C.Massara sul riordinamento della mutualità e delle pensioni, scrive «Sampierdarena, il sobborgo occidentale di genova, ha una popolazione schiettamente e completamente operaia: ove un dì i patrizi genovesi costruivano le loro ville; l’industrialismo moderno ha invaso i vecchi palazzi e tutte le campagne circostanti e negli uni e nelle altre ha creato rapidamente un immenso alveare di officine e di stabilimenti, nei quali più che diecimila salariati prestano la loro opera. Tutte le circostanze più favorevoli concorsero allo sviluppo di questa città che ora conta 40mila abitanti circa ed è in tutto simile ai grandi sobborghi operai che circondano Londra, Parigi e Berlino; principali fra essi la deficienza di spazio della vicina Genova, la comunicazione pronta col Porto, la posizione ferroviaria favorevolissima ai trasporti verso l’Alta Italia. E agli operai delle industrie sorte in Sampierdarena per le ragioni anzidette, si aggiunsero convenendo in questa città, moltissimi operai di Genova, specialmente quelli del Porto, attratti dal minor costo dei viveri e degli alloggi...».

certificato iscrizione lista elettorale amministrativa 1903
Una busta affrancata del 1903 (spedita a “Canale Angelo di G.nni neg. Ferramenta/Voltri, Acqua Santa”, che sappiamo era custode del Teatro Modena), è documento che segnala l’esistenza di un non meglio conosciuto “Comitato Liberale per gli interessi Cittadini / Sampierdarena”
1904 Si apre in città il nuovo teatro «Gaetano Donizetti» (vedi via Dattilo). Alla C.del Lavoro locale, sono iscritti 208 operai; mentre alla Federazione metallurgici gli iscritti erano 250.
settimanale di 4 pagine socialista
Vi fanno réclame l’Avanti AlleanzaCoopLigure+Coop di lavoro Falegnami ed affini di via Saffi+Grande salone di toeletta della Coop.Parrucchieri via VEman.,29+Coop muratori ed affini di piazza Omnibus+l’opera leteraria ‘Vispa Teresa’ di P.Chiesa+ Policlinico Generale per le specialità medico-chirurgiche, in via V.Eman., 48/1
È ancora sindaco, in aprile, Eugenio Dallorso.
L’Istituto Idrografico pubblica un libro ‘Portolano delle coste d’Italia’. Alla voce San Pier d’Arena scrive: «S.Pier d’Arena (abitanti 34.084) – che si distende immediatamente a ponente della collina di S.Benigno, rivela anche dal largo il suo carattere di città eminentemente industriale, per il numero di fumaioli, per i grandi opifici, per le case annerite dal fumo che le han valso l’appellativo di Manchester d’Italia. Il Campanile di Belvedere (128) colorato in rosa, altro dromo per le basi misurate, si scorge sul colle a tramontana di SPier d’Arena. L’alto e robusto pontile, ad armatura metallica, che si scorge su questa spiaggia, appartiene allo stabilimento Ansaldo (costruzione di macchine e caldaie) è munito di binario ed ha m.3½ sulla testata. La Delegazione del porto è una casetta color rosa posta sulla spiaggia fra alte case, 400 m. circa a levante del pontile Ansaldo. Industrie – stabilimenti metallurgici, costruzione di macchine e caldaie, acciaierie. Fabbriche di saponi, di conserve alimentari. Di estratti di campeggio, di quebracco, di china. Ancoraggio – temporaneamente ovunque dinanzi al paese: la linea dei 5 m. si spinge al massimo di 400 m al largo, quelli dei 10 dai 700 agli 800m. Avvertenze – talora gli stabilimenti che preparano gli estratti di campeggio, con i loro spurghi tingono di rosso cupo la larga zona di mare dinanzi S.Pier d’arena: chi atterra in queste circostanze, può credere di trovarsi dinanzi ad una zona di secca. La Via Colombo, parallela al mare, è illuminata da lampade ad arco. Risorse – fontanine a getto continuo presso il mare. Ve n’è una ditero la Delegazione del Porto. Comunicazioni – tram elettrico per Genova e Pontedecimo. Ufficio telegrafico cittadino ad orario C. -F-….-N-.
Lo stesso libro comunica che il Campanile di Belvedere ha: lat.N 44 25 2.6; e long. EG 8 53 41.0
1905 l’amministrazione comunale promuove iniziative artistico-culturali: le statue in bronzo a Garibaldi e Barabino; ed il Teatro d’ArteModerna (teatro e filodrammatica socialista, anche con opere di PChiesa); partecipa alla commemorazione del primo centenario della morte di Mazzini dedicando a lui ed alla madre le scuole aperte ai due lati della villa Scassi
Il sindaco, Nino Ronco, approva l’8 marzo la relazione dell’ OEG (officine elettriche genovesi in via Garibaldi-oggi Pacinotti) che prevede l’allargamento della rete elettrica verso il ponente e l’interno della Valle Polcevera ma prima di iniziare i lavori chiede un rogetto più dettagliato).
1906 Giugno – al finire del mandato, dopo 5 anni dall’andata al governo comunale della giunta socialista di N.Ronco, il Comune partecipa con programma e spese, all’Esposizione internazionale di Milano prima in Italia, aperta per celebrare il traforo del Sempione, inteso come modernità e progresso; aprendo un padiglione proprio (tutti orientati verso il monumentalismo ma il nostro spiccava sugli altri per arditezza delle linee e perché di unico Comune d’Italia che -come Ente locale assieme alle proprie industrie ed ai Corpi morali- al giudizio di una commissione internazionale.
schizzo-progetto Coppedé l’esterno dell’edificio a Milano
Il “Padiglione S.Pierdarena - Liguria” di 250mq., si presentò all’esterno con la grossa scritta esterna “S.Pierdarena”; di colore plumbeo, di forma scatolare con la volontà di richiamare alla mente una macchina: tozza, piena di bulloni, ricca di antenne e paranchi; ingentilita solo dalla bandiera (con stemma centrale del sole nascente) affiancata da quelle di Genova, LaSpezia, Voltri, Camogli, Recco, SestriLevante e Ponente. Architettonicamente il padiglione fu studiato dal fiorentino Gino Coppedé con modello non improntato al suo classico stile goticizzante e come di moda in Europa, ma al prodotto massiccio, pesante, gigante, serioso ed atto a dare l’idea non dell’eleganza ma della grande industria: immagine che la città voleva proporre di se stessa al mondo quale essa rappresentante delle società ospitate (piroscafi, locomotive, caldaie, macchinari, cibi, ecc.):
All’interno, due piani con scala e loggia; al centro unico vano con opere del Barabino e varie altre logge ai bordi per le varie attività produttive:
A) agrarie alimentari = Chazalettese, flli De Andreis, Docks vinicoli, Falchi Aldo, Frugone&Preve (raffineria del riso. Nata come Preve e Macciò, quest’ultima -nel 1857, alla posa della linea nella strada- fu rifornita di proprio binario ferroviario. Nel 1904 un incendio divampò nella azienda Frugone-Macciò che però due anni dopo partecipò a questa Esposiz.Una riproduzione, mostra in basso una locomotiva in via SPdA; poi, salendo nel disegno, il palazzetto del ‘deposito’ seguito dal palazzo vero e proprio della raffineria; in quest’ultimo vari forni brillavano il riso proveniente dalle navi, e la ciminiera -affiancata da una fontanella d’acqua- liberava dai fumi. Il riso, dopo la raffinatura, veniva inviato all’ultimo piano tramite ascensore (tutto in legno e manovrato a mano), selezionato e in parte messo in sacchi di juta che, attraverso scivolo ad elica venivano rimandati in basso da caricarsi sui treni; in altra parte – ancora sfuso- attraverso grossi tubi veniva inviato ai vari piani sottostanti per essere selezionato ed a sua volta insaccato. A destra dietro il palazzotto si vedono degli alberti che erano adicaneti a piazza XX Settembre; tra il deposito ed il palazzo c’era un vicolo che, dagli alberi, sbucava presso il voltino di vico della Catena. In alto, sopra una tettoia-terrazzo, l’altra linea ferroviaria, quella della Torino Genova, pon la locomotiva diretta in Piemonte. A sinistra l’ombra del capannone fatto di tavole di legno, sovrapposte come nelle case del west), f.lli Galoppini, Gandolfo&Canepa, Liberti Mario&Angelo, Massardo&Diana, Molini AltaItalia, Molini Liguri, NasturzoSilvestro, Savio Angelo, Tardito società conserve.
B) industrie (metallurgiche e d’arte decorativa) Giov.Ansaldo-Armstrong &C (la Società era un pò inibita e titubante, e solo dietro esplicito invito del Ministro della Marina, portò poco materiale in padiglione disegnato dall’arch.milanese Orsino Bongi ed arredato dall’arch. ferrarese VBorzani –realizzatore dell’Excelsior-. C’era un modello del cantiere navale di Sestri, il modello sempre tutto illuminato come era a bordo della corazzata Roma, alcuni grandi motori per corazzate, grosse artiglierie ed una colossale pompa), BacigalupoS &C BagnascoGB, Boccardo torneria, Cooperativa Ramai con sede in via UmbertoI; propose un vasto campionario di pezzi in rame battuto; meritarono il diploma d’onore per i lavori, e medaglia d’oro per l’associazionismo, ing.LehmannL, MerloCarnevaleRota, Parodi&Barocchini, Rastelli&Bagnasco, RepettoRocco&Maddalena, DTorriani &C, SanguinetiMichele, SocietàFonderiaItaliana già Balleydier; Storace&Rolla,
C) le società BagnaraCinzio cappellificio, Campanella&Ferrari, CarpanetoGB con foto del trasporto delle mercanzie; CasazzaA&Figli, CorderiaNazionale, DeFerrariGalliera acquedotto, f.lli Dufour, Molinari Aurelio, MulhensFerdinando acqua di colonia, OEG officine elettriche genovesi, SocietàUnionDeGaz,
D) sezione previdenza: soc.Alleanza Cooperativa di consumo Avanti con molino e campionario di pasta, Cooperativa di produzione navi in ferro, cooperativa spazzaturai aveva vinto l’appalto del servizio nettezza urbana, Croce d’Oro PA, Camera del Lavoro, Ospedale civile, soc.Universale MS.
E) sezione scuole e didattica: Dogliani collegio, Koerting f.lli, Campanella&Ferrari, Asilo infantile
In genere non nelle vesti di committenti ricchi borghesi o aristocratici per i quali l’artista disegnava ville e castelli, ma amministratori del popolo, socialisti attenti alle esigenze della vita di tutti, dei pubblici servizi, della comune cultura; dimostrare al mondo di poter realizzare un mondo nuovo basato sul lavoro, visto dalla parte del lavoratore e non dell’imprenditore. Una messe di medaglie e diplomi, in un’epoca in cui il valore di una azienda si misurava a numero di medaglie vinte.
luglio = sono vicine le elezioni della giunta comunale. Si fronteggiano quelli “democratici” di sinistra, con PChiesa e N.Ronco, e quelli “conservatori/libero/clericali”. Vincerà NRonco.
Due fogli (4 pagine) di propaganda elettorale escono il 5 ed il 7 luglio in edizione unica con due nomi diversi, ma eguali intenti. Si parla della programmata apertura della galleria (Romairone), dello spostamento dell’ospedale, dell’allargamento del porto di Genova verso ponente, della laicizzazione assolta della scuola/opere pie/civica amministrazione

Agosto - Si inaugura il 15 un teatro chiamato “Arte Moderna”, sulla scia di omonimi nati a Milano; vivrà per una decina d’anni finché verrà distrutto da un incendio nel 1915.
Dicembre VIE E PIAZZE DELLA CITTA' DI SAMPIERDARENA NELL'ANNO 1906
*** Comm. Nino Ronco Sindaco di Sampierdarena Pubblicità d'epoca
Alessandro Volta vico da v.Vittorio Emanuele a v.Nicolò Barabino
Ammiraglio Sivori piazza da via Fiumara a via Bombrini
Andrea Doria via da v.C.Colombo a v.Vittorio Emanuele e v.s.Antonio
Angelo Scaniglia vico da via Cella verso levante
Antonio via Sant' da via Larga a via Cella
Argine del Polcevera via sull' -da p.zza d'Armi a v.Campi lungo l'argine sn
Arnaldo da Brescia via da piazza Teatro Modena a piazza XX Settembre
Aurelio Saffi via da via s. Cristoforo all'incontro di via Umberto I
Balleydier via da via Demarini a via Galata
Barborino vico san- da via s.Antonio alla collina
Bartolomeo via san- da via Demarini alla salita s.Bartolomeo e sal.ai Forti
Belvedere salita da corso dei Colli a Belvedere
Bombriniviada via Cristoforo Colombo a via Operai
Calatafimi vico da via Polcevera verso nord a lato della ferrovia
Campasso via del- da via Umberto I a via Pietra
Campasso via nuova del- da via Umberto I a via del Campasso
Campi via da via Umberto I al torrente Polcevera
Capitan Bavastro vico da via Cristoforo Colombo a via Vittorio Emanuele
Cavour via da via Vittorio Emanuele a via Garibaldi
Cella via della- da via C.Colombo a via V. Emanuele e via s.Antonio
Centro vico del- da via Cella a via Andrea Doria
Chiesa di Promontorio via alla- da p.za Promontorio all'incontro di sal.Promontorio
Chiesa e fossato S. Bartolomeo via alla- da salita Promontorio
Chiuso vico da via Demarini verso la collina
Chiusone vico del- da via Umberto I al torrente Polcevera
Cicala vico da via A. Saffi alla collina
Colli corso dei- da via S. Antonio a Belvedere e Promontorio
Cristoforo Colombo via dal bivio di v.V.Emanuele all'incontro di v.Garibaldi
Cristoforo via San- da via A. Saffi al ponte di Cornigliano
Cybeo vico da via Demarini verso la collina
Demarini via dal largo Lanterna a via Larga
Dogana piazza della- da via Cristoforo Colombo al mare
Fermo via San- da via Umberto I verso il Polcevera
Ferrante Aporti vico da via Vittorio Emanuele a via Andrea Doria
Fiumara via da via Cristoforo Colombo alla foce del Polcevera
Forte Belvedere salita al- da via del Campasso al Forte Belvedere
Forte Crocetta salita al- da via Promontorio al forte Crocetta
Forte Crocetta e Belvedere salita al- da corso dei Colli a via Promontorio
Forti, detta Rompicollo salita ai- da via San Bartolomeo a Porta Angeli
Galata via dal bivio di via C. Colombo a via Balleydier
Galeazzo Alessi via da via Demarini a via Galata
Garibaldi via da via C. Colombo al nuovo scalo merci P.V.
Grattoni vico da via Manin a vico Grandis
Grandis vico da via Demarini all'incontro di vico Grattoni
Goito viada via Vittorio Emanuele a via S. Antonio
Gioberti via da via C.Colombo a via V.Emanuele e via s.Antonio
Goffredo Mameli via da via Vittorio Emanuele a via Nicolò D'Aste
Giambattista Monti via da via Nicolò D'Aste verso la collina
Generale Marabotto via da via Umberto I a via A. Saffi
Giovanni Ansaldo già Bombrini via da via Operai al ponte di Cornigliano
Glucosio via da via del Campasso a via Umberto I
Governolo vico da via Umberto I verso la collina
Imperiale vico da via s.Antonio all'incontro di via alla Chiesa-fossato di s.Bartolomeo
Lanterna largo dalla Lanterna a via Vittorio Emanuele
Larga via da via Cristoforo Colombo a via Vittorio Emanuele e via Demarini
Lavatoi vico da via Garibaldi verso levante
Maddaloni vico da via Cella a via Andrea Doria
Magenta vico da via Galata a via Vittorio Emanuele
Manin via Demarini a via Vittorio Emanuele
Mazzini via da via Cella a piazza Teatro Modena
Menagiati via dei- da via s. Antonio alla collina
Mentana vico da via Vittorio Emanuele a piazza XX Settembre
Mamiani via - da via Nicolò Barabino a via C. Colombo
Milano via da via Umberto I verso il Polcevera
Montebello via da via Umberto I a via A. Saffi e da questa alla collina
Nicolò D'Aste già Mercato via da via Cella a via Nino Bixio
Nicolò Bruno vico da via Cella verso levante
Nicolò Barabino via da via Cristoforo Colombo a via Vittorio Emanuele
Nino Bixio via da via Umberto I a via N. d'Aste
Operai via da via Garibaldi a via Fiumara
Palestro via da via Umberto I a via A. Saffi
Palmetta piazza da via Volturno verso il Polcevera
Pastrengo vico da via Aurelio Saffi verso collina
Pescatori piazza da via Cristoforo Colombo al mare
Pescheria piazza da via Cristoforo Colombo al mare
Polcevera via da via Umberto I verso il Polcevera
Pietra salita da via del Campasso a via Promontorio
Pietra via dal confine di Rivarolo all'incontro di via Campasso
Porta Angeli via da piazza Promontorio a Porta Angeli
Prato via del- da via Umberto I verso levante a fianco della ferrovia
Promontorio salita da vìa s.Antonio all'incontro di via alla chiesa del Promontorio
Promontorio via da salita Pietra a Corso dei Colli
Sanità piazza della- da via Cristoforo Colombo al mare
Savoia piazza da via C. Colombo al mare
Scalo via dello da via s.Cristoforo presso il Ponte di Cornigliano allo Scalo
Solferino vico da via Garibaldi a via S. Cristoforo
Sommeiller vico da via Demarini a via Galata
Stretto vico da via Cristoforo Colombo a via V. Emanuele e via s.Antonio
Teatro Modena piazza da via Vittorio Emanuele verso Sud
Tubino piazza da via Mamiani a via Cavour
Traverso vico detto- da via Urbano Rela verso levante
Umberto I via dal sottopassaggio Umberto I al confine con Rivarolo
Unione vico dell'- da via Cella a via Andrea Doria
Urbano Rela via da via Vittorio Emanuele a via Nicolò D'Aste
Varese vìa da via Umberto I verso il Polcevera
XX Settembre piazza da via Cristoforo Colombo verso Nord
Vittorio Emanuele via dal bivio di via Demarini al sottopassaggio Umberto I
Volturno via da via Umberto I a piazza Palmetta
Nello stesso anno Coppedé aveva presentato un progetto per la strada di comunicazione tra Genova e SanPierd’Arena.
Di fronte al vertiginoso incremento demografico, altrettanto aumentano i prezzi dei terreni; onde prevenire eccessive speculazioni viene approntato un piano regolatore con nuove scuole (con fornitura libri, borse di studio, scuole serali, refezioni), allargamento delle vie e pavimentazioni, mercato, giardini, lavatoi, mattatoio, case popolari, fogne, carcere, bagni popolari. Il Comune incrementa un fondo per “cassa pensioni”, un servizio medico, sussidi disoccupazione, abolizione del dazio sul macinato.
Il patrimonio immobiliare comunale ammonta a £.1milione e mezzo.
1907/settembre alle dimissioni obbligate di N.Ronco (con segretario il geom. Gancia Mario), segue un biennio in cui il Comune sarà retto da un commissario prefettizio, o prosindaco l’avv. Murialdi Gino (consigliere P.Chiesa).
Ciò malgrado, proseguono scelte amministrative programmate Il 16 ottobre, il Comune (espressione di un sentimento nuovo popolare borghese: non mirare solo all’utile ma anche al bello) commissiona da collocare nel palazzo municipale al pittore anarchico-socialista Plinio Nomellini (artista dal carattere impetuoso e con intenso impegno polemico-artistico-sociale. Nella dura repressione promossa da Crispi nel 1894 contro l’opposizione di sinistra, fu imprigionato per 5 mesi nel carcere di s.Andrea con l’accusa di attività rivoluzionaria assieme a 35 altri giovani anarchici ed artisti del “gruppo di Albaro”, ed al rumoreggiato processo fu giudicato assolto; si ritrasferì a Genova nei tre anni a cavallo del 1900, periodo in cui ebbe a dipingere simboliche immagini relative al mondo operaio con non nascoste idee e tratti espressi su vari giornali legati all’ambiente del socialismo rivoluzionario) due importanti, grandi (m.3x6) e simboliche opere che il pittore –libero di sceglierne il soggetto- decide dedicare: una al lavoro in un cantiere navale, la ”Costruzione di un veliero”; e l’altra alla “Gente nova” cioè ai giovani, nuovi rappresentanti del proletariato, che avanzano a ranghi aperti con passi di danza, sorreggendo ghirlande d’alloro e di fiori, proponendosi in marcia trionfale come la “nuova gente” (con autorizzazione di esporle alla VIII Biennale di Venezia del 1909; ora custodite alla GAM di Nervi). Invece, a Galileo Chini, pittore, decoratore e scenografo, di restaurare gli affreschi esistenti nel palazzo e realizzare alcune nuove decorazioni al piano nobile.(non si conoscono i particolari della sua opera, forse –potrebbe essere- perché non fu realizzata o fu portata altrove, potrebbe essere a Roma in collezioni private). Ciò, mentre i camalli e Murialdi si tassano per acquistare, e vederla esposta, la statua dello “Scaricatore” presentata alla Biennale di Venezia e scolpita dal belga Costantin Meunier (1831-1905; artista realista, maestro e punto di riferimento per molti artisti italiani sul tema del lavoro operaio: sue le sculture titolate “lo Caricatore”, “il Falciatore”, “il Martellatore”, “Vecchio operaio”, “il Minatore” e “lo Scaricatore“). La colletta non realizzerà il desiderio, forse per il costo dell’opera, ma non senza polemiche spesso più partigiane per politica che per critica d’arte.
Il Comune stanzia nel bilancio la spesa pro capite di £. 4,46 per l’Istruzione pubblica, per un totale di spesa di £.300.
1908 fino al 1915 troviamo in carica di primo cittadino Gandolfo Peone, primo sindaco socialista.
Avvenne in quell’anno il grave terremoto nel messinese. Tra gli immigrati, ospitati dal Comune, il giovane Francesco Messina trovò lavoro come aiutante di un forno in città. Nel portare il pane quotidianamente in salita S.Rosa, ebbe modo di farsi notare dal pittore Angelo Vernazza e dallo scultore GB Bassano: lo iscrissero all’Accademia Ligustica e ne forgiano un maestro scultore di eco internazionale: nel 1932 era già accademico e cattedratico a Brera.
Il bilancio comunale segnala una spesa di 3.224.367 lire, delle quali il 6%=205.170 per l’istruzione.
Nel 1910 inizia il 5° censimento delle popolazioni del regno (da consegnarsi entro il 15.3.11); primo degli opifici ed industrie. Il territorio comunale viene diviso in ‘frazioni’ e queste in ‘sezioni’; si impone che ogni via o piazza abbia un nome e che ogni casa abbia un numero (dispari da un lato e pari dall’altro; se c’è un corso d’acqua la numerazione segue il defluvio della corrente; se non c’è la numerazione inizia dall’arteria stradale più importante; così nelle piazze il civ. 1 è a sinistra di chi vi entra dalla strada principale). Le vie possono avere sottonomi (in strade, contrade, corsi, viali, calli, vichi, vicoli, chiassi, ecc.); le piazze (in larghi, campi, campielli, ecc.); gli edifici raccolti (stalle, caserme, rimesse, con cortile, ecc) oltre al numero avranno una lettera alfabetica A, B, C...R, ecc.).La denominazione deve essere scritta ad ogni incrocio.
Si inaugura la galleria del Faro, poi dedicata a Romairone.
1911 in epoca postgiolittiana il ministero dell’agricoltura-industria e commercio pubblica una tabella da cui si trae:
a SPd’Arena esistono 364 imprese in cui sono occupati 10.227 addetti. (tra parentesi il numero di quelle con >10 addetti operai; ed in corsivo il numero degli operai-numero degli impiegati-numero(sottolineato) femmine o <15 anni = n° 175(36) 1847-360-479 agricoltura; 90 (29) 4442-273-377 metalmeccaniche; 29 (11) 248-49-14 edilizia; 36 (9) 622-81-462 tessili; 15 (8) 1366-44-408 chimico; 10 (6) 458-52-90 sociali-terziario-alimentari(zuccherifici); 9 (8) 678-57-292 varie).
Il censimento conta 42.457 persone; il comune spende 3.559.369 lire, di cui 452.021=12,69% per l’istruzione.
Il Comune di San Pier d’Arena si ripresenta all’Esposizione Internazionale di Roma, includendosi nel “Padiglione Ligure”. Ovviamente la presenza è minore rispetto Milano del 1906, ma persiste il segnale della città operaia ed industriale ma con contemporanea sensibilità all’arte pittorica N.Barabino.
Il Comune il 1 giugno emana (n.24675) in un libricino, le “Norme per l’esercizio del Commercio girovago e del mestiere di suonatore di piani a cilindro”: art. 1 – nessuno pò eserctare il commercio girovago con carretta a mano o a trazione animalòe, od il mestiere di suonatore ambulante di piani a cilindro, se non ne abbia ottenuto licenza dall’Autorità Municipale. art.2 - chi voglia ottenere la licenza dovrà presentarne domanda all’Ufficio di Polzia Urbana, corredandola di certifiato penale della situazione di famiglia e del certificato di iscrizionme di cui all’art.72 della Legge di Pubblica Sicurezza, nei casi in cui è prescritto. art.3 - le licenze verranno accordate di preferenza a coloro che per ragioni di salute o per altre speciali condizioni si trovano nella impossibilità di attendere a proficuo e stabile lavoro. art.4 - non può ottenere la licenza –chi non risieda nel Comune da almeno 5 anni; -chi tenga bottega o si trovi in favorevoli condizioni economiche-chi abbia un membro in famiglia con la licenza –chi sia affetto da malattia infettiva o contagiosa. art.5 – (la licenza è personale). art 6 – (vale un solo anno solare da Dicembre). art 7 – (evidenziare sul veicolo la placca della licenza). art.8 (dimensioni del veicolo) art. 9 – (vendita limitata alle qualità cncesse) . art. 10 – (pesi e misure verificate). art. 11 – è vietato percorree con i veicoli i marcipiedi, le vie, le piazze riservate ai pedoni. Ai venditori è fatto divieto di richiamare con grida i compratori, di sostare senza richiesta di questi ed oltre il tempo necessario alla vendita e cosegna della merce. In nessun caso è concesso fermarsi davanti ai negozi che vendono merci dello stesso genere e su punti in cui recherebbero incaglio e pericolo alla circolazione pubblica. art.12 – sono vietate le via C.Colombo-Vittorio Emanuele-Demarini-Sant’Antonio-Nicolò D’Aste, in cui i veicoli non sono ammessi che al transito. art. 13 – l cmmercio girovago è vietato nel giorni e nelle lore in cui pr legge è prescritta la chiusura dei negozi che smerciano generi affini.
1912 -nel libro de Touring Club Italiano esiste una interessante novità riguardante la nostra città: la circolazione dei veicoli è a sinistra, come in Inghilterra. Il testo preciso scrive:
«VELOCITÀ.- Essa deve essere regolata in modo da evitare ogni pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose. In nessun casopuò superare nell’interno delle città i 15 chilometri all’ora ed i 40 chilometri in aperta campagna di giorno ed i 20 km. di notte, salvo sempre a moderarsi convenientemente nei tratti a visuale non libera, negli incroci delle vie, specie nei passaggi a livello ferroviari e dovunque la circolazione sia intensa. Deve inoltre ridursi secondo le prescrizioni municipali indicate nei tratti di via che si percorrono e limitarsi al passo d’uomo nelle traverse degli abitati rurali.
MANO DA TENERE.- Gli automobili devono tenere costantemente la propria destra e solo per oltrepassare altri veicoli portarsi sulla sinistra. Avvertesi però che nell’interno delle seguenti città si deve tenere la mano sinistra: Firenze, Milano, Padova, Parma, Roma, Sampierdarena, Savona, Torino e Verona.».
Lo scritto, non compare più nell’edizione del 1916. L’interpretazione più banale è che si era agli inizi di un traffico dapprima libero, e che solo allora prendeva nuove regole. Altra, considera la similitudine inglese; ma mentre per le altre città poteva esserci una giustificazione turistica di popolazione inglese, non altrettanto era per noi, essendo passata l”invasione” dei vari Taylor, Wilson&MacLaren e Stephenson; anche se avevamo una bellissima spiaggia. Allora, unica spiegazione è l’essere in sintonia con i treni, i cui binari numerosi percorrevano le attuali via A.Pacinotti e San Pier d’Arena e –a mò di denti di pettine- con ramificazioni verso le officine varie delle attuali piazza Treponti, via G.Buranello, V.Gioberti, G.Giovanetti e piazza del Monastero.
-2 maggio: il sindaco invia al Prefetto le carte le “decreto di inscrizione nel Registro Prefettizio della Società Anoninma Cooperativa di lavoro fra Scalpellini e Selciatori con sede in San Pier d’Arena”.
-6 agosto il presidente Carlo Zipoli della “Cooperativa elettro-Meccanica Italiana” (soc. an. fra Operai in Sampierdarena) firma un documento relativo alla Commissione vigilanza sulle cooperative; ma non specifica nulla di questa attività.
1913 – dalla guida Costa si rileva che in questa data esistevano cinque banche (a significato di un certo interesse economico): Banca Commerciale Italiana – succursale di Genova – via della Cella 18-2; ---Banca d’Italia, agenzia di Sampierdarena, via C.Colombo; ---Banca Popolare, via Vittorio Emanuele, 58; ---Cassa di Risparmio, succursdale di Genova, via Cristof.Colombo n. 53A, Pescheria vecchia); ---Credito Italiano agenzia di Sampierdarena, Direttore Rolla federicio, Procuratore De Martini Mario, via Cristoforo Colombo 61, Palazzo Romairone.
1914/8 agosto. -Si ricostituisce il Consiglio Comunale retto dal commissario Prefettizio avv. Dino Dell’Erba. Egli relaziona che il Comune spende per la pubblica istruzione £.500mila (somma che spendono i Comuni con popolazione >100mila abitanti).
-Viene edita quest’anno una ‘Guida genovese’, piccolo opuscolo che ha in appendice anche la ‘Città di Sampierdarena’:
abitanti 49000 / capoluogo dell’Ottavo Collegio Uninominale / Diocesi di Genova – distante da Genva 5 km. – Provincia e circondario di Genova – Tribunale e Corte d’Appello di Genova – Mandamento di Sampierdarena / Uffizio postale e telegrafico – Stazione ferroviaria sulle linee Alessandria-Genova, Genova-Ventimiglia e Genva-Ovada-Asti / Pretura: Via S.Antonio – Ufficio Conciliatori: Via A.da Brescia – Pubblica Sicurezza: Via A.Saffi - Ufficio del Registro, Ufficio delle Imposte Dirette e del Catasto: Via N.d’Aste (sic) – Ufficio Postale e Telegrafico: Piazza Cavallotti // Teatri / Teatro Modena – Piazza G.Modena / Teatro Sampierdarenese – Piazza Tubino // Banche / Banca Commerciale. / Banca Popolare – Via Vittorio Emanuele / Credito Italiano – Via C.Colombo / Cassa di Risparmio – Piazza Pescheria // Uffici Diversi / Banca d’Italia / Municipio – via C. Colombo / Camera del Lavoro. / Croce d’Oro – Piazza Felice Cavallotti / Stazione R.R.Carabinieri – Corso dei Colli // Monumenti / Monumento Garibaldi – piazza Garibaldi / Monumento Nicolò Barabaino – Giardino Pubblico // Posto Telefonico / Posto telefonico pubblico – Piazza Cavallotti / Tramwai / Deposito – Fondo bianco scritto nero / Riservato – Fondo bianco scritto nero / Genova, S.P.d’Arena, Campasso – Fondo bianco scritto rosso / Servizio locale – Piazza Francisco Ferrer – fondo bianco scritto nero / Genova, S.P.d’Arena, Rivarolo – Fondo bianco striscia trasversale verde, disco centrale verde / Genova-Pontedecimo – Fondo verde tre dischi verdi / Genova-S.P.d’Arena-Sestri – Fondo bianco, striscia trasversale rossa, disco centrale rosso / Genova S.P.d’Arena-Pegli – Fondo metà bianco metà rosso, due dischi laterali rossi / Genova S.P.d’Arena-Voltri – Fondo rosso, tre dischi rossi. ///
Punto di partenza / da Piazza Francisco Ferrer (già Piazza Omnibus) //
Piazze
Ammiraglio Sivori – via Nicolò Barabino, voltare a destra via Cristoforo Colombo, indi via Bombrini 1ª a sinistra.
Cap Giacomo Bove – via Nino Bixio voltare a destra via Nicolò D’Aste la 2ª via a sinistra porta alla piazza suddetta.
Dei Mille – via Nino Bixio voltare a sinistra via Aurelio Saffi indi via Currò il 2° vico a sinistra conduce alla piazza suddetta.
Della Dogana – via Nicolò Barabino, voltare a sinistra in via Cristoforo Colombo, 2ª a destra
Della Sanità – via Nicolò Barabino di fronte al mare trovasi la suddetta.
Felice Cavallotti – di fronte alla Posta
Francisco Ferrer (già piazza Omnibus).
Giovanni Bovio – Via Vittorio Emanuele, la 2ª via.
Palmetta – via Umberto I, indi via Volturno, alla fine.
Pescatori – Via Nicolò Barabino voltare a destra via Cristoforo Colombo, alla fine
Pescheria – Via NicolòBarabino, voltare a sinistra via Cristoforo Colombo, 3ª a destra
Piazza Promontorio – Via Vittorio Emanuele, voltare a sinistra, via Gioberti, girare ancora a sinistra, e quindi a destra, salita Promontorio.
Savoia – Via Nicolò Barabino, voltare a sinistra via Cristoforo Colombo, 4ª a destra.
Teatro Modena – Via Vittorio Emanuele, 1ª a destra.
Tubino – di dietro piazza Francisco Ferrer (già Omnibus).
XX Settembre – Voltare al 2° vico a destra (Mentana) alla fine v’è la piazza suddetta
Vittorio Emanuele – Via Umberto I, 1ª a destra
Vie
Alessandro Manzoni – Via Nino Bixio, voltare a sinistra, via Aurelio Saffi e quindi a destra Carlo Rota.
Andrea Doria – Via Vittorio Emanuele, 3ª via trasversale.
Anna Imperiale – Via Nino Bixio, voltare a destra in via Nicolò D’Aste, indi Sant’Antonio, 3ª a sinistra.
Antonio Pellegrini – Via Umberto I, indi via Giordano Bruno, la 2ª a destra è la suddetta.
Arnaldo da Brescia – a destra del Teatro Modena.
Andrea Costa – Da via N.Bixio a via A.Saffi, 2ª strada.
Aurelio Saffi – Via Nino Bixio, voltare a sinistra.
Giovanni Ansaldo – Via Cavour, attraversare via Garibaldi, seguire via Operai, 1ª a destra.
Giovanni Bosco – Via NinoBixio voltare a sinistra via Aurelio Saffi, 5ª a destra
Giordano Bruno – Via Umberto I 8ª a destra.
Giuseppe Masnata – Via Nino Bixio, voltare a destra, via Nicolò D’Aste, indi via Sant’Antonio, 2ª a sinistra.
Goito - Via Vittorio Emanuele, 5ª a sinistra. .
Galata – Via Nicolò Barabino, voltare a sinistra via Cristoforo Colombo, alla fine a destra.
Galeazzo Alessi – Via Vittorio Emanuele, 9ª via trasversale.
Garibaldi – Via Cavour, alla fine
Generale Marabotto – Via Umberto I, 3ª a destra
Giambattista Monti – Via Nino Bixio, voltare a destra via Nicolò D’Aste, 1ª a sinistra.
Gioberti – Via Vittorio Emanuele , 4ª trasversale.
Balleydier – Via Vittorio Emanuele, la 10ª via trasversale.
Bombrini – via Nicolò Barabino, voltare a destra via Cristoforo Colombo, alla fine.
Campi – via Umberto I, alla fine, dall’Ufficio Daziario di Rivarolo Ligure.
Carlo Rota – Via Nino Bixio, voltare a sinistra via Aureli Saffi, 2ª a destra.
Cavour – Di dietro ed a sinistra di piazza Francisco ferrer (già Omnibus).
Cristoforo Colombo – Via Nicolò Barabino, tanto a destra che a sinistra, è la suddetta.
Currò – Via Nino Bixio, voltare a sinistra via Aurelio Saffi, 5ª a destra
Degli Operai – Via Cavour attraversare via Garibaldi di fronte.
Della Cella – Via Vittorio Emanuele, 1ª via trasversale.
Della Fiumara – Via Nicolò Barabino voltare a destra, via Cristoforo Colombo alla fine, a sinistra.
Della Pietra – Via Umberto I, voltare in via Giordano Bruno, alla fine della quale trovasi la suddetta.
- destra, via Nicolò d’Aste , indi via G.B.Monti, 3ª a sinistra.
Sant’Antonio - Via Nino Bixio, voltare a destra, via Nicolò D’Aste, la via che segue è la suddetta.
San Bartolomeo – Via Nino Bixio, voltare a destra, via Nicolò D’Aste, indi via sant’Antonio, via Demarini, prima a sinistra.
San Cristoforo – Via Nino Bixio, voltare a sinistra via Aurelio saffi, 1ª a sinistra.
Ugo Bassi – Via Umberto I, 6ª destra.
Umberto I – Passato l’archivolto ferroviario a sinistra di piazza Francisco ferrer (già piazza Omnibus).
Urbano Rela – Di fianco e a destra della R. Posta.
Valentino Armirotti – Via N.Bixio voltare a sinistra via Aurelio Saffi, 6ª a destra.
Varese – Via Umberto I, 3ª a sinistra.
Vittorio Emanuele – il prolungamento di piazza francisco Ferre (già piazza Omnibus)
Volturno – Via Umbeto I, 7ª a sinistra.
Vico
Alessandro Volta – Da piazza Francisco Ferrer (già piazza Omnibus), 2° a destra
Alfieri Vittorio – da via G.B.Monte (sic) e Piazza Capitano Bove.
Angelo Scaniglia – Via Vittorio Emanuele, voltare a sinistra, via dellaCella, 1° a destra.
Angelo Raffetto – Via Vittorio Emanuele, 5° a destra.
Calatafimi – Via Umberto I, voltare a sinistra, via Polcevera, a destra.
Cicala – Via Umberto I, il 5° a destra.
Cibeo – Via Nino Bixio, voltare a detsra via Nicolò d’Aste, indi via Sant’Antonio, via Demarini, 2° a sinistra
Del Prato - Di fianco ed a sinistra della R.Posta
Demarini – Via Vittorio Emanuele, alla fine a sinistra.
Edmondo De Amicis – Via Nino Bixio, voltare a destra di via Nicolò d’Aste, seguitare per via Sant’Antonio, 6° a sinistra.
Federico Alizeri – Via Nino Bixio, voltare a destra via Nicolò d’Aste e via G.B.Monti, 4ª a sinistra.
Giosué Carducci – Via Nino Bixio voltare a destra, via Nicolò d’Aste, indi via Sant’Antonio, 4ª a sinistra
Giuditta Tavani – via Umberto I, 2ª via a sinistra.
Goffredo Mameli – via Vittorio Emanuele, 1° a sinistra.
Jacopo Ruffini (già via Larga) – via Vittorio Emanuele, 7ª via trasversale.
Mamiani – Via Nicolò Barabino, 1° a destra.
Manin – Via Vittorio Emanuele, 8° a sinistra.
Marsala – Via Nino Bixio, voltare a sinistra via Aurelio Saffi, ultimo a destra.
Massimo d’Azeglio – Via Nino Bixio voltare a destra, via Nicolò d’Aste, indi entrare via Anna Imperiale, 1° a destra.
Mazzini – via Vittorio Emanuele, voltare a destra, piazza Teatro Modena, indi girare a sinistra.
Milano – via Umberto I, 5° a sinistra.
Montebello – via Umberto I, 2° a destra.
Nicolò Barabino – A destra di piazza Francisco Ferrer (già piazza Omnibus).
Nino Bixio – A sinistra di piazza Francisco Ferrer (già piazza Omnibus).
Nicolò d’Aste – via Nino Bixio, voltare a destra.
Nuova San Cristoforo – Via Umberto I, voltare alla 1ª via a sinistra, via San Cristoforo, 2° a destra dell’Ufficio del Dazio.
Palestro – Via Nino Bixio, voltare a sinistra, via Aurelio Saffi, l’ultimo a sinistra.
Pietro Cristofoli – Via Nino Bixio, voltare a (*** manca)
Chiuso – Via Nino Bixio, voltare a destra, via Nicolò d’Aste, indi via Sant’Antonio, via Demarini, ultimo a sinistra.
Chiusone – via Umberto I, 6° a sinistra
Dei Lavatoi – Via Nicolò Barabino, voltare a destra, via Cristoforo Colombo, indi via Garibaldi, 1° a destra.
Del Centro – Via Vittorio Emanele, voltare a destra, via della Cella, il 2° a sinistra.
Dell’Unione – Via Vittorio Emanuele, vltare a destra, via della Cella, il 3° a sinistra.
Detto Traverso – Via urbano rela, voltare a destra.
Ferranti (sic) Aporti – Via Vittorio Emanuele, 3° a destra.
Grandis – Via Nino Bixio, voltare a destra via Nicolò d’Aste, indi Sant’Antonio, 3° a destra.
Grattoni – Via Vittorio Emanuele, voltare a sinistra in via Manin, 2° a destra
Governolo – Via Umberto I, 7° a destra.
Leon Pancaldo – Via Vittorio Emanuele II, 4° a sinistra.
Maddaloni – Via Vittorio Emanuele II, voltare via Della Cella a destra, 1° a sinistra.
Magenta – Via Vittorio Emanuele, 8° a destra.
Mentana – da piazza Francisco Ferrer (già piazza Omnibus) 3° a destra.
Nicolò Bruno – Via Vittorio Emanuele, voltare a sinistra via della Cella 2° a destra
Pellegrino (sic) Amoretti – Angolo via Manzoni.
Via Porta Angeli – A sinistra di piazza Promontorio.
Via alla Chiesa e Fossato – Via Vittorio Emanuele voltare a sinistra, via Gioberti, girare ancora a sinistra, e quindi a destra, salita Promontorio, alla fine v’è la suddetta.
San Barborino – Via Nino Bixio, voltare a destra, in via Nicolò D’Aste indi via Sant’Antonio, 4° a sinistra.
San Fermo – Via Umberto I, 4° a sinistra.
San Martino – Via Nino Bixio, voltare a sinistra via Aurelio Saffi, indi via Currò 1° a sinistra
Solferino – Via Umberto I, voltare a sinistra via San Cristoforo, 1° a sinistra
Sommeiller – Via Nino Bixio voltare a destra, via Nicolò d’Aste, indi via Sant’Antonio, 6° a destra.
Stretto – Via Vittorio Emanuele, 3° trasversale.
Corsi
Corso Belvedere – Via Vittorio Emanuele, voltare a sinistra via Della Cella, indi Corso dei Colli, ultima a sinistra.
Dei Colli – Via Nino Bixio, voltare a destra in via Nicolò d’Aste, 3° a sinistra
Largo
Lanterna – Alla fine di via Vittorio Emanuele.
Salite
Ai Forti – Via Vittorio Emanuele, voltare e sinistra via Manin, quindi voltare a destra via Demarini, e poscia a sinistra via San Bartolomeo, la quale conduce alla salita ai Forti.
Alla Stazione – Passato l’archivolto ferroviario, a sinistra della via Nino Bixio.
Belvedere – Via Vittorio Emanuele, voltare a sinistra via Della Cella, indi Corso dei Colli, 1ª a sinistra.
Della Pietra – Via Umberto I, voltare a destra, via Giordano Bruno, alla fine.
Promontorio – Via Vittorio Emanuele, voltare a sinistra via Gioberti, e girato ancora a sinistra, 1ª a destra è la suddetta.
Nel 1915 avvengono le elezioni. A giugno diventa sindaco Bettinotti Mario (appena di ritorno dalla guerra, il più giovane di tutti fino allora); lo troviamo in carica sino al 1919.
Aprile 1916 il sindaco Malfettani risponde ad un quesito di presenza nel territorio di istituti agrari; risponde che non ve ne sono, mentre esistono ‘cooperative per la compra e vendita di prodotti agricoli’ , e cita:
« 1° l’Alleanza cooperativa Lig. ‘Avanti’ costituita con atto 11.4.1883, conta circa 4600 soci ed ha per scopo sociale la fabbricazione di pane e rivendita di generi alimerntari anche al pubblico. 2° la Coop Carlo Rota costituita con atto 22.3.1909; conta circa 300 soci, ed ha per scopo sociale la rivendita di generi alimentari anche al pubblico. 3° La Coop di Produzione (non legalmente costituita) con magazzini avente questi per iscopo di acquistare all’ingrosso generi alimentari e ridarli secondo i bisogni di ciascun operaio al prezzo di costo. Fanno parte i soli dipendenti della Coop in numero di circa 300 e loro famiglie. 4° L’Unione Consumo Ligure Lombarda (non legalmente costituita) rivende eneri alimentari anche al pubblico ».
Nel 1920 fu decretato un cambio nei numeri civici: sul Pagano, per esempio il Brillè da civ. 28 del 1919, diventa 56. In quest’anno, a Genova ed a Rapallo, venne effettuata una Conferenza Internazionale: SPdA venne ripulita a fondo perché tutte le autorità internazionali vennero alla nostra spiaggia per vedere una nave da guerra cinese ormeggiata al largo. Roncagliolo scrive che vari ministri furono portati a pranzo dal Bagascio a Promontorio...ma c’è tanta fantasia in questa descrizione a partire dai nomi dei ministri (Petain, Kagas, Teching Ha Gong...) alla conclusiva frase “belin, comme se mangia ben a San pê d’Ænn-a”.
Nel 1921 troviamo a coprire la carica di primo cittadino di nuovo un Commissario Prefettizio, il dr. Ferretti; seguito l’anno dopo dal cav. Gioacchino Silvano. Il censimento conta 52.177 persone.
È un periodo di grande fermento politico; la frazione locale rivoluzionaria -avversa a quella riformista al comando della giunta- è raccolta attorno alle potenti Camera del Lavoro, Organizzazione dei Ferrovieri ed al periodico “Lotta Socialista” (fondato da Bianchi Michele che diverrà quadrunviro nella Marcia su Roma e primo segretario del PNF).
Da una busta paga per operaio, si rileva l’esisteza di una “soc. an. Fonderie Liguri / Sampierdarena”. La paga oraria era di £.2.25+080; tra competenze (per 15gg=32 ore =£. 132,80) e trattenute (£.9 per ‘collettrice’, Fiom, anticipazioni elettr.) in totale la quindicina = £.123,80.
Nel 1922 il Comune di SPdArena aveva-
==amministrativamente: sindaco dotto Peone Gandolfo, abitante in via Gioberti &/1 tel.44-90; 40 consiglieri con incarichi di –Consiglieri provinciali del Mandamento-amministrazione degli ospedali civili-congregazione di carità-E.M. asilo infantile-consiglio ditrettivo IACP-patronato scolastoico-rappresentante delCAP-soc.Ginnastica-commissione elettorale-commiss. Edilizia-comizio agrario-commoiss.mandament. imposte dirette-comitato forestale-commiss. 2°grado decisioni ricorsi contro la tassa di esercizio e rivendita-imposta sui locali-commiss. Consulta e vigilanza al dazio-commiss ricordi contro le tasse comunali-consorzio socialista approvigionamenti comuni liguri-revisori dei conti
==geograficamente aveva una superficie di 3.360mq di cui solo 202,700 di giardini-piazze-vie; massimo di altezza al forte Tenaglia di 205,36m.; un perimetro di 5500 km, più alto edificio nel campanile della Cella per m.35.
==Dal censimento si contano: 27 trattorie, 266 bottiglierie, 53 bar-caffè, 224 commestibili-salumerie, 72 latterie, 82 ortofruttivendoli, 44 drogherie-pasticcerie, 46 forni, 583 magazzini-depositi, 95 fabbriche, 38 stabilimenti, 74 calzolai, 15 cappellerie, 19 cartolerie, 17 farmacie-laboratori biochimici, 84 commercio tessuti-mercerie, 30 sartorie, 16 orefici, 68 parrucchieri, 79 stalle, 15 teatri-cinematografi, 8 alberghi, 7 assicurazioni, 7 stabilimenti di bagni, 6 banche.
In città si pubblicavano 1000 copie di un giornale repubblicano settimanale “L’Edera”. Redattori erano direttore l’on. Giuseppe Macaggi , avv Bianchi Alberto e Pigollo Ernasto, Storace Salvatore. Per la questura, tutti ‘di regolare condotta morale’.
Nell’anno 1924 il Municipio locale acclamò cittadino onorario Benito Mussolini. Ancora la poltrona del sindaco è occupata dal commissario prefettizio avv. Dell’Erba Dino.
L’anno dopo 1925, il Duce diede l’ordine di riprendere i lavori del nuovo porto; era sindaco il cav. Manlio Diana, ed era scopo anche venire incontro agli oltre settemila disoccupati locali. R.Fravega, settant’anni dopo, ricorda che in quest’anno la città aveva 55mila abitanti, 98 stabilimenti (tra cui l’ Ansaldo, Molini Alta Italia, Ligure Lombarda zuccheri), 95 fabbriche (le più numerose, di latta), 91 officine e laboratori, 583 magazzini e deposito merci, un alto numero di commercianti ed artigiani. Una città che creava e dava lavoro, ben amministrata (pulita e curata nelle strade e giardini, con il bilancio comunale in attivo, con ospedale, casa per i vecchi, scuole, due teatri, sette cinema, una squadra atletica tra le più titolate d’Italia, una squadra di calcio con proprio campo, una squadra di water-polo (che nel 1927 finì seconda nel massimo campionato; si allenavano e giocavano in mare, dentro la diga sotto la Lanterna:; alcuni erano nazionali: Bacigalupo Renato, Perentin, i due Caorsi I e II, Baldini, Frassinetti, il grande Marchisotti, Gualco, Bonadeo), ristoranti e trattorie da richiamo di personaggi d’importanza nazionale. Aveva un’anima sua, uno spirito campanilistico, un orgoglio di essere sampierdarenesi. Ma soprattutto “la vita era serena e gioiosa. La città era ben curata.”, cose che l’immigrazione e la guerra hanno disciolto come neve al sole.
Il 29 dicembre: il sindaco Manlio Diana annunciò la morte del cigno: l’annessione della città (una delle poche con bilancio comunale in attivo) nella Grande Genova (da prima e dopo, cioè da sempre, con bilancio comunale in passivo). Anche Petrucci riconosce che parlare di San Pier d’Arena è difficile, trattandosi di una ‘sorella gemella eterozigote’, ovviamente un pò gelosa e subordinata (“...la Repubblica, le mura ed i forti li costruiva per Genova, così i campi di battaglia erano sempre a San Pier d’Arena”) ma tal che potrebbe essere rappresentativa dell’altra faccia di Giano; per fortuna per ambedue c’era san Benigno a fare da cuscinetto; questo fino a quando il gemellaggio divenne matrimonio: drammatico e violento.
Il quarto cambio di rotta : delegazione - industria pesante – porto
(vedi il 1°=anno 1400; 2°=1840; 3°=1856)
La delegazione - Il 14 gennaio 1926, sulla Gazzetta Ufficiale fu pubblicato il decreto dell’istituzione della Grande Genova, riunendo in essa 19 comuni viciniori, da Nervi a Voltri, da 250mla abitanti a 600mila, con Eugenio Broccardi (abitante in villa Carpaneto), primo podestà (anche la Chiesa fu favorita per il passaggio da una sede arcivescovile ad una cardinalizia).
Il territorio di pertinenza era 3290 mq., con 59.284 abitanti, densità 18.019 ab/kmq, la più densa e popolosa della futura Grande Genova).
Al momento del passaggio dei diciannove comuni, quello di Genova –ventesimo ed in attivo di £.799.149,39- prese atto (definitivamente nel 1929) che 14 avevano un bilancio in attivo: SpdA=£.1.239.438,33; Sestri=545.629,47; Cornigliano=279.727,93; Bolzaneto=245.323,90; Rivarolo=176.078,41; Quinto=161.651,96; Pegli=157.505; Pontedecimo=68.241,80; Quarti=63.538,69; Nervi=58.990,7; sQuirico=57.004,21; Struppa=14.144,06; Borzoli=12.251,33; Bavari=10.055,97 corrispondenti ad un totale di 3.888.821,19. Risultarono in passivo i comuni di Prà, Voltri, sIlario, Apparizione, Molassana per un totale di 444.145,38.
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Avvenne -con alcuni concomitanti colpi di mannaia – di che lasciarci moribondi.
Primo, quando dal centro si scelse tutto il ponente come sede dell’industria pesante (nell’anteguerra l’IRI (Istituto Ricostruzione Industriale) favorì la camionale ma anche la scelta del ponente quale polo della produzione italiana dell’acciaio; nel dopoguerra, e nel 1953 le acciaierie a Cornigliano che perdureranno per altro mezzo secolo la intossicazione totale dell’ambiente): penso sia stato il massimo dell’autolesionismo del governatore locale che lo accettò (ammesso che il loro volere valesse qualcosa e che fosse condiscendente mirando che così forse poteva politicamente contare su una massa di voti che ha permesso la realizzazione di continuare a possedere il comando locale) e del calcolo utilitaristico di chi governava all’apice, contento di togliersi quella patata bollente utilizzando chi la voleva anche se menefreghisticamente distruggendo tutto il paesaggio.
Il risultato è sotto gli occhi di oggi: il massimo degrado ed abbandono di tutto ciò che è storico (che altrove nel mondo sarebbe tenuto come un gioiello ,dalle torri, alle ville, alle crose), la cancellazione di tutto ciò che si definisce “bello” (a parte i giardini di villa Scassi, recentemente finiti nei lavori di ristrutturazione), la fuga della gente dall’ambiente che sarà comodo ma è invivibile (Puncuh sottolinea che Genova, città chiusa per forma, struttura e mentalità, “era isolata dal proprio hinterland: dai nuovi borghi industriali e operai di Sampierdarena...”); le centraline che segnalano il massimo dell’inquinamento con malattie tumorali in anormale crescita rispetto le statistiche nazionali; il tutto condito da una pseudotolleranza delle autorità comunali che, incapaci per numero di impiegati e per scelta ponziopilatistica permettono una certa anarchia che prende la mano ai più irresponsabili perpetuando il degrado.
In tutta la nazione, non c’è più alcuno che ci invidi; anzi, tutti belli contenti di non esserci o di essersene andati (dalle grandi società: comprese quelle marittime!, ai singoli cittadini). Tolto il diaframma di san Benigno, siamo divenuti un tutt’uno con Genova storica, fagocitati nel suo nome, ma via Milano e via di Francia permettono di conservare – chiaramente avvertibile - il io qui e tu lì; e nell’ambito stesso della grande città, piace controllare la reazione chiedendo ai centrolevantini quanti si sentirebbero contenti di doversi trasferire a San Pier d’Arena: da tutti quelli a cui ho fino ad ora fatto la richiesta l’idea viene affrontata con disagio, smorfia di disgusto, espressioni di aborrevole proposta e finale rinuncia decisa ed assoluta.
Secondo, ci fu negli anni seguenti il 1926, quando venne realizzato il porto: se era da fare, per necessità di mamma Genova ed il bene dell’Italia, ovviamente fu giusto farlo. Ma per San Pier d’Arena fu il colpo distruttivo, mortale e finale; perdette in pochi anni tutto il suo sapore antico di ‘essere’, di vivere il mare quale sua essenza specifica; il suo artigianato fatto di legni incurvati e scolpiti dai maestri d’ascia, di tele e reti ricucite; il sapore del salato, l’odore del salmastro, il piacere del vento che gonfia la vela (e non la sola tortura attuale di quando spira tra le strade e ti entra inutile nelle ossa); per i giovani di essere figli dei pesci e fratelli delle sirene; per i comuni mortali andare a farsi un bagno in mare: ad un tratto San Pier d’Arena si è ritrovata Sampierdarena, l’unica città di mare che per vedere il mare deve fare come gli alessandrini: prendere un pullman ed andare in riviera. Una città che ha un ‘Lungomare’, beffardamente delimitato da un alto muraglione al di qua del quale il mare se lo sogna.
Nel novembre del 1926, Ernest Hemingway transitando in auto per l’attuale via SanPierd’Arena diretto sull’Aurelia verso il confine a Ventimiglia (scrittore di romanzi di fama internazionale. Nato a Oak Park nell’Illinois nel 1898, si arruolò come volontario in sanità aggregato prima all’esercito francese poi a quello italiano, quando fu ferito e così decorato con medaglia d’argento. Dopo il conflitto viaggiò per il mondo come corrispondente fermandosi in Spagna ove combatté nelle file repubblicane nella guerra civile; partecipò pure allo sbarco in Normandia del 1944 guadagnandosi la ‘bronze star’. Nel dopoguerra fu più volte a Genova. A Cuba scrisse i suoi ulktimi romanzi. Morì suicida il 2 luglio 1961) scrisse queste impressioni: «A Sampierdarena, il sobborgo industriale vicino a Genova, c’è uno stradone con due binari del tram, e noi stavamo in mezzo per non schizzare il fango sugli uomini che tornavano dal lavoro. A sinistra c’era il Mediterraneo. C’era mare grosso, e le onde si rompevano e il vento soffiava la spuma sulla macchina. Il letto di un fiume che, quando eravamo passati, venendo in Italia, era largo, asciutto e sassoso, adesso era pieno fino agli argini di un’acqua torbida e impetuosa. L’acqua fangosa scoloriva il mare e quando le onde, prima di spezzarsi, diventavano chiare e sottili, la luce passava attraverso l’acqua gialla e le creste, staccate dal vento, volavano da un lato all’altro della strada. Un macchinone ci sorpassò, viaggiando a tutta birra, e un velo d’acqua torbida si alzò e si stese sul parabrezza e sul radiatore. Il tergicristallo automatico andava avanti e indietro, spalmando la pellicola sul vetro». Ma forse questo ultimo episodio del sorpasso avvenne a Cornigliano visto che sembra capire avesse già superato il Polcevera.
Un dato positivo, nel 1930 finalmente un piano regolatore (che io conosca; a Voltri data 1910, a Sestri 1920), che verrà riveduto per altre 2 volte ogni 2 anni (1932 e ‘34).
In quest’anno da Albaro venne trasferito l’Aeroclub genovese. Nato nel 1928 a SestriP in attesa si costruisse un aeroporto, arrivarono a san Pier d’Arena probabilmente dove era l’Idroscalo nel periodo di maggiore ricerca tecnologica negli idrovolanti.
Non dimenticare la bandiera a cerchi concentrici, simbolo tricolore delle linee-aeree, disegnata sopra il civ. 5 di via Gioberti ove era – a detta di un anziano del posto - un comando dell’aeronautica.
Pressoché tutti avevano ancora un soprannome, specie se impegnati in attività con un pubblico. Roncagliolo (storico del Gazzettino) ricorda :
o Cin (un povero demente che girava liberamente e che si arrabbiava tremendamente se qualcuno gli nominava le ‘colisse’); o Sciocco (era lo spazzino quasi sempre ubriaco; sfavorito anche perché esteticamente brutto); o Bergamo (vendeva noccioline e croccanti, cercava acquirenti tra i ragazzini ma bastava fargli il solletico che abbandonava la cesta per scappare); o Rabbain (si autodefiniva il più grande pistacciaio della Grande Genova); o Peie (era un camallo del carbone, capace di portare coffe da 150 kg. Seppur magro e segaligno; dal Passo Nuovo andava a casa al Campasso a piedi, traversando la città in silenzio –ubriachezza non molesta- ma ogni tanto dando inaspettatamente dei pugli sui muri); o Laddro e Balle secche (droghieri); Bindè (pollivendolo); Settemerde (gestiva stabilimento balneare); i Mussetta (armaioli); i Caga Marenghi (erano grossisti di vino e liquori); o Segnô (aveva una officina-carpenteria); o Tocaio (fabbricava bocce); Padella (vedi via A.Doria);
Sulla rivista Genova, leggiamo che nell’anno scolastico 1937-8 esistono due scuole secondarie di avviamento professionale (N.Barabino con 102 alunne; Principe di Napoli con 515 alunni (m=361; f=184)); sei scuole medie pubbliche (regio liceo Mazzini (m=101; f=30); r.Ist.Tecnico Vitt.Em.III (m=415; f=111); r.Ginnasio (m=222; f=98); sc.civica serale di pratica commerciale OScassi (m=107); sc.civ.prof.serale Principessa Iolanda (f=425); sc.civ.tecnica ndi avviam. a tipo indistriale GGaribaldi (m=513)); tre opere pie con ricovero (orfanatrofio Divina Provv. dDaste (orfane, assist. ed educazione f=71); collegio delle Figlie di s.Anna (orfane e derelitte, f = 64); opera LGavotti (operaie ed impiegate, f=17)).
Muore Angelo Vernazza.
Negli anni di guerra 1939-5 i tedeschi delle SS, che in precedenza avevano occupato l’albergo Centro ed avevano fatto tagliare gli alberi di piazza VVeneto, alla fine, tirarono giù da letto tutti i carrettieri locali e fecero loro trasportare le masserizie loro e quelle sequestrate, fin oltre il Po.
Stante le continue incursioni e bombardamenti, negli anni 1941-3 Genova fu difesa da alcuni caccia Macchi MC200 stanziati ad Albenga e Novi; e –a difendere il nodo ferroviario sampierdarenese- dal nov.41, uno dei sei treni armati della Marina dislocati in Liguria, con funzioni contraerea e difesa della costa (a fianco della DiCaT=difesa antiaereaTerritoriale. Avevano una locomotiva testa e coda; tre carri chiusi -uno per direzione tiro, uno per deposito munizioni-; due carri con pezzo da 76/40 antiaereo; un carro pianale con due mitragliere Breda31 antiaerea e per materiale vario).
1943 25 luglio: cade il fascismo (Mussolini destituito e arrestato; sostituito dal maresciallo Badoglio); malgrado severe leggi marziali, seguono giorni di aberrante confusione, di regolazione dei conti, di violenze restituite o gratuite.
Malfettani scrive su Il Giornale che a quella data avvennero reazioni di devastazione; ma l’impressione (specie i fatti relativi a Lusvardi) è che confonde, attribuendo i fatti alla caduta del fascismo mentre simile reazione – con gratuiti omicidi - avvenne col 25 aprile 1945 (leggi sotto). Descrive che furono devastate le sedi del fascio in primis la sede dell’Universale (trasformata in Casa del fascio): si spacca e si ruba disperdendo cimeli mazziniani e un dipinto del Barabino; interverranno i marinai del Comando di Genova -?- per allontanare i facinorosi) e la Casa della Madre e del Bambino; i negozi di chi era giudicato essere stato ‘vicino’ al Fascio: la sartoria Lusvardi e sfasciate le botti di vino all’osteria Casella di via Mazzucco; le case di Balbi fiduciario del PNF; del ferroviere Galletti; del milite Gobetti che era in servizio al forte di Belvedere e che armato, sparò contri i devastatori di casa sua mettendoli in fuga; rissa per strada: dei giovani, riconosciuto un presunto fascista, reagiscono anche contro dei soldati intervenuti per sedare la rissa: in piazza Settembrini il diciannovenne Rocco Calogero cade colpito da un colpo di pistola sparato dall’ufficiale, picchiato pure lui.
Nel 1944 si trasferisce a Sestri P la fam. Boffardi, dei quali Ines (nata a SPdA il 16nov1919) ebbe a far parte della Resistenza e dopo una intensa carriera politica nella DC, da assessore comunale a deputato (1968-72 e 76) e sottosegretaria di Andreotti sino al 1980. Eletta nel consiglio regionale, fu assessore al bilancio, affari generali, personale e partecipazioni statali.
L’ultimo bombardamento avvenne il 12 aprile 1945 quando i tedeschi si preparavano a smantellare gli impianti per trasferirli in Germania
Nella notte del 23 aprile iniziò l’azione partigiana di liberazione della delegazione. Per primi si mossero gli iscritti alle Squadre di azione patriottica: della SAP-Mazzini (tra i quali, per primi- “Ettore”=Storace Dante; ed “Jolly”= Righi Tullio: andarono ad occupare la sede di via Carzino che era divenuta casa Littoria e sede delle B.Nere di Franchi e Criscuolo), SAP-Buranello (al comando di “Celeste” e “Bianco” occuparono l’albergo Centro, già sede del comando tedesco) e Brigata GL Italia (che presero possesso della villa dei Carabinieri, allora divenuta sede della GNR).
A Genova furono uccisi 93 delle BN e 110 delle GNR): tra essi da noi il 50enne Edoardo Lusvardi, squadrista, sarto dei fascisti e commerciante di tessuti in via Giovanetti angolo attuale v.G.Buranello dove ora sono i sanitari Bisio accusato di ‘lavorare l’orbace’ (il negozio devastato e svaligiato; lui prelevato il 2 maggio, dapprima portato a villa Scassi e poi ucciso presso il Ponte di Cornigliano). Altri 469 a Genova furono coinvolti e uccisi solo perché iscritti al Pnf o parenti stretti di militanti: tra essi un operaio collaudatore nel reparto artiglieria dell’Ansaldo con la moglie (che morì subito) ucciso nelle aiuole dell’ospedale, in secondo tempo essendo sopravvissuto al primo agguato; e Arzeno Mario 45enne (col padre 71enne, spedizionieri, rinchiusi nelle carceri di via Rolando) ucciso dopo interrogatorio ed il corpo trasportato dal padre minacciato, buttato nel greto del torrente. Ma un testimonio del tempo, ricorda numerosi (più di sette) cadaveri stesi in via Cantore angolo via Alfieri, alcuni in via attuale Avio, uno in via A.Cantore nei pressi del civ. 32, forse un Commissario che viene qualificato un bravuomo che aveva sempre aiutato i più deboli specie quelli incarcerati.
Pressoché tutti i coinvolti nel regime fascisti, avevano evacuato la città, usando anche i mezzi delle ambulanze Croce d’Oro; ma alcune sacche di resistenza si opposero presso la Camionale; alla Coscia al silos vinario di Occhetti e nel porto a san Benigno e galleria Romairone.
La situazione fu rapidamente presa sotto controllo il 25 seguente, con l’arrivo dei partigiani di montagna della brigata Balilla (di “Battista”), della Mingo (di “Oscar” e “Jenna”), della Caio e della Severino.
Poi arrivarono gli Alleati.
Il dopoguerra 1945.1955 fu caratterizzato dapprima da stasi e grave crisi, da riconversione delle maggiori industrie delle quali lo Stato era il proprietario (o almeno principale comproprietario) e che cercava lucidità e programmazione nazionale con la ridefinizione del ruolo delle Partecipazioni statali. Nel Ponente la scelta governativa cadde sulla siderurgia (a Cornigliano con la mira di renderla competitiva sul piano internazionale), e sul settore meccanico: quest’ultimo però gravemente ridimensionandolo (da 31mila addetti, a non oltre 19mila); l’Ansaldo smembrato e ristrutturato divenne un complesso di sette diversi stabilimenti – a SPD’Arena l’Ansaldo meccanico-utensileria-allestimento navi-; la ridotta capacità produttiva conseguente ad un ridotto finanziamento nel settore, determinò grave crisi dei posti di lavoro con conseguenti licenziamenti e pensionamenti; occupazione delle fabbriche e quindi cortei e comizi, grandi lotte sindacali e scontri con la polizia. La crisi dell’Ansaldo, lentamente portò al quasi totale abbandono dell’azienda nel nostro territorio, dove era nata.
Intanto, ancora nel 1957 in San Pier d’Arena per il Comune risultava ci fossero ancora 15 famiglie (46 persone) abitanti in “abituri” (forti, macerie, ruderi, baracche, privi di acqua corrente o gas, impianti igienici, riscaldamento, giacigli, ecc).
Nel 1977 la Regione Liguria ha edito due volumetti con un censimento di tutti i “Centri Storici”, valutandoli da 1 (più importante) a 4,
suddividendo: A-importanza (Aa=storico-politica; Ab=dimensionale)
B-dimensione demografica;
C-qualità architettonica (Ca l’oggetto e Cb il territorio circostante);
D-stato di conservazione (Da oggetto, Db territorio);
E-valore architettonico attuale (Ea ed Eb del territorio circostante).
---Il Centro storico di San Pier d’Arena, è valutato tutto a 3, escluso un 1-B,
---Quello della Coscia ha 1 per B- e Cb-, 4 per Aa-, tutti gli altri 3.
---Quello del Campasso ha 1 per B-; 4 per Aa-; tutti gli altri 3.
---Quello di Promontorio ha 1 per Ca-; 2 per Cb-, Da-, Ea-; 3 per B-, Db-; 4 per Aa e 2-.
---La valutazione complessiva è “centro di minore importanza storico amministrativa” (quando Sestri è di più, essendo stato capoluogo di Consolato della Repubblica di Genova)
Nel 1995 una nuova riforma amministrativa, ridusse le circoscrizioni da 25 a 9; San Pier d’Arena divenne, con san Teodoro, la ‘Circoscrizione 2, Centro Ovest’ estesa da Fiumara alla Stazione Marittima (seconda per estensione), con circa 68mila abitanti. Nel 2002 è in carica di presidente del cosiddetto ‘parlamentino’ Domenico Minniti, dei democratici di Sinistra, subentrato a Federico Passano.
La Circoscrizione 2 a sua volta, fa parte dell ‘Ambito 2 (assieme alla Circoscrizione Valpolcevera (Rivarolo-Bolzaneto-Pontedecimo) ed i comuni esterni (Ceranesi, Campomorone,Mignanego, Serra Riccò, Sant’Olcese, Isola del Cantone, Ronco S., Busalla, Savignone, Crocefieschi, Valbrevenna, Casella, Montoggio, Vobbia))
L’arrivo degli extracomunitari e nomadi - i più dei quali di fugace passaggio ed ai quali della città importa nulla -, seppur con tutte le giuste logiche sociali, umanitarie e politiche, si inserisce ormai passivamente ed apaticamente nella mazzata finale, importando le loro tradizioni e fregandosene se il bar Elvetico diventa Trittico, se la scuola Novaro diventa Sampierdarena (che ridicola fantasia!), se – domani - la chiesa di don Bosco diverrà moschea.
San Benigno era, dall’inizio della storia, la linea di separazione tra Genova e la sua più vicina città di ponente; oggi la sua posizione è il fulcro della bilancia del territorio del CentroOvest. Ma per noi a cui interessa la ‘storia della città di San Pier d’Arena’, queste variazioni sono ‘fuori tema’.
Fare un elenco di tutto ciò che nella nostra delegazione è nato, di utile e positivo per la città e per la nazione, può diventare uno sterile elenco di fatti o personaggi che da un lato ci potrebbe menare vanto, dall’altro oggi appare svilito nell’evolvere di un tipo di cultura non più orientato a valorizzare le fondamenta del passato (in esasperata antitesi dell’altrettanto esasperato fondamentalismo del fascismo), ma solo e spasmodicamente attento all’immediato, con tutti gli ovvi difetti che ne conseguono (tipici certi palazzinari di oggi che tirano su belle case, ma senza curarsi dei servizi, degli spazi verde, dei bambini, financo delle fondamenta e che per nulla minacciano di accartocciarsi su se stesse facendo scioccamente gridare allo scandalo; la cementificazione delle colline che determina a valle allagamenti improvvisi e distruttivi. Il politico da buon doppia faccia, fa pressione usando le glorie del passato, e poi per primo ordina la pluri asfaltatura delle antiche crose nell’indifferente spregio della tradizione).
Nel 2004 si segnala l’esclusione da un bando di riqualificazione urbanistica, perché il progetto superava gli 8 milioni di tetto posti come tetto massimo. Dal troppo al nulla.
Così nel 2005 il Secolo segnala che i Carabinieri vanno nelle scuole per parlare con i ragazzi di “legalità” , delle “bande” e stando attenti a “certe zone”: essendo nato il problema (i “Pitufos”, ed i “Latin King” si dividono il territorio) da loro difeso con mazze, spranghe e coltelli per produrre rapine, risse, furti in “quantità industriale”; con solo 61 arresti (più del doppio rispetto la GrandeGenova ove il minimo è a Pegli con 6). In parallelo la Regione da deliberato una spesa di 5milioni di euro per il maquillage della delegazione oltre quelli già in atto di rifacimento di via C.Rolando. La linea aerea dei filobus (non inquinanti) è pronta, ma la linea non viene attivata in attesa del piano stradale che dovrà coinvolgere tutta la circoscrizione a ponente.
Il 2006 vede i cittadini scendere in piazza con scritte “restituiteci Sampierdarena”. Criminalità, degrado, prostituzione (minorenni e incinte; retate di lucciole dell’est. Un privato promuove una stampa privata di volantini mirati al degrado notturno di via SPdA), droga, aggressioni, scippi, risse e vandalismi hanno raggiunto livelli destabilizzanti. ormai tutto è politica: al governo è da sempre la sinistra, la destra aizza contro la pubblica amministrazione accusandola di ignavia e disinteresse; quella in realtà può fare poco, allora si schiera dietro la parola ‘sociale, multietnia’ (Genova vuol essere ‘libera ed ospitale’: bene, cosa che anche a me appare giusta; ma con la condizione di base che se la città rispetta gli immigrati, i tossici, prostitute, writers, movide, chiasso, socialmente deboli e compagnia cantando: tutti; altrettanto tutti ‘devono’ rispettare la città ed i suoi cittadini; invece si avvera un sistema tapulante i casi più eclatanti e sul resto, sulla incapacità di trovare soluzioni soddisfacenti, cala un silenzio omertoso creando un clima per cui sembra che i cittadini debbono sottostare agli imput centrali, sopportare e lasciare che tutto si risolverà facendo finta di nulla.
Una ordinanza del Sindaco (Vincenti Marta), impone ‘coprifuoco’ alcoolico in bottiglie di vetro, dalle ore 20 alle 5, nella zona Campasso, san Martino.
Identica mossa, è stata realizzata nel 2011 con tema “riprendiamoci San Pier d’Arena”; un corteo – iniziato con qualche centinaio di persone e concluso da molti meno in piazza del Monestro.
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